Messi a rischio gli investimenti prudenti dei fondi pensione

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Nei primi tre mesi del 2015 il rendimento medio offerto dai fondi pensione negoziali, aziendali o di categoria si è attestato al 4,5%. Nello stesso periodo il Tfr ha reso lo 0,3%. Ma i fondi investono poco in Italia.

Lo scorso 4 maggio, incontrando gli esperti di finanzia alla Borsa di Milano, il presidente del Consiglio ha dichiarato che “I fondi pensione, che in Italia sono numerosissimi e spesso piccoli, in molti casi hanno un grado di investimento nel nostro Paese che è fra i più bassi a livello europeo, e forse a livello mondiale. Questo tema esiste così come esiste la necessità di una strategia diversa per i fondi. E’ un tema su cui sta lavorando il ministro Padoan e credo che sarà un argomento su cui discutere molto nei prossimi mesi”. Ipse dixit.
In realtà su come i fondi pensione dovrebbero investire,  si discute da sempre. Già l’anno scorso la Bicamerale di vigilanza sulle previdenza ha fornito delle indicazioni ed ora sta facendo una nuova indagine conoscitiva;  a più riprese anche rappresentanti del governo, come il sottosegretario  al Tesoro Baretta ed il vice ministro sempre del Mef  Morandi, hanno discettato a destra e a manca. Pochi si sono chiesti perché i fondi preferiscono alcuni investimenti ad altri, pur non essendo ammalati di esterofilia.
I fondi pensione  hanno registrato nel medio termine i migliori rendimenti nonostante le turbolenze finanziarie legate ai subprime prima ed allo spread dopo: dal gennaio 2000  ad oggi, circa il 70% contro il 45% del tfr.
Questi risultati sono stati possibili come conseguenza di scelte equilibrate. Poiché i fondi non giocano alla roulette a Las Vegas, investono dove il rischio è minore ed il risultato garantito. Cioè nei titoli di Stato e nell’azionariato estero. Si può cambiare solo se il governo italiano oltre a fare proclami, di cui sono buoni tutti, mettesse sul tappeto le sue garanzie o quelle della Cassa Depositi e Prestiti, altrimenti è tutto inutile oltre che rischioso ( per i lavoratori). Il recentissimo Decreto ministeriale 166/2014 che ha sostituito il vecchio dm 703/96 si muove in  assoluta continuità  con il precedente per quanto riguarda la via della prudente cautela quando si stabilisce come e dove investire.
A latere di questo, c’è da rilevare come, nonostante questi risultati, il dato delle adesioni è ancora insoddisfacente, specie nel settore del pubblico impiego,  dove gli iscritti sono pressocchè inesistenti . I soli ad aumentare sono i Pip,  i  Piani previdenziali individuali di tipo assicurativo, che possono contare su  una vasta rete di venditori  e dalla possibilità di aderire senza versare il tfr.

Mentre il governo annuncia che Padoan studia, bisogna ricordare che appena un paio di mesi fa Padoan ha emanato un suo decreto ( DM 166/2014) sugli investimenti dei fondi, dopo solamente una decina d’anni di studio. In base ad esso ora i Fondi pensione sono liberi di adottare  politiche di investimento più diversificate senza oltrepassare i vincoli quantitativi stabiliti per i vari prodotti finanziari.
Questo obbliga i  Fondi a dotarsi di strutture di  gestione e di controllo più specialistiche ed adeguate, comunicando tanto agli aderenti quanto alle autorità di vigilanza le proprie scelte strategiche con il  documento sulla politica di investimento, che poi deve essere adottato.
Secondo Gian Paolo Ruggiero, dirigente del Ministero dell’Economia e delle Finanze,  uno dei protagonisti del Dm 166/14,”non è facile né per il policy maker, né per l’industria destinataria della regolamentazione, né per chi è deputato a svolgere funzioni di controllo
accettare un grado di rischio maggiore rispetto al passato per conseguire rendimenti soddisfacenti. Si impongono scelte dinamiche di investimento che vanno gestite e monitorate costantemente dove la necessaria libertà di azione deve essere accompagnata dalla dovuta diligenza e competenza professionale ( News letter Mefop n. 59/14)”. Cioè in parole povere, questa maggiore libertà non deve trasformarsi in una corsa senza briglia, ma restare sempre coi i piedi per terra e per cautelarsi contro eventuali “sbandamenti”, è necessario che l’azione di controllo dell’Autorità di Vigilanza non deve limitarsi a verificare il rispetto dei i limiti quantitativi di alcuni investimenti, ma formulare un giudizio complessivo sulla  capacità gestionale e organizzativa degli investitori.
I Fondi pensione hanno cominciato a muoversi in questa direzione fin da fine 2012, quando hanno adottato il primo Documento di programmazione degli investimenti, seguendo le indicazioni della Covip del 16 marzo 2012. Non si capisce cosa vuole affermare il presidente del Consiglio, tanto più che la via dei mini bond per le PMI è sostanzialmente fallita.
Sempre nella stessa news letter, Paolo Pellegrini, uno dei punti di forza dello staff di

Paolo Pellegrini - Mefop

Paolo Pellegrini – Mefop

Mefop,   ha svolto una dettagliata analisi del nuovo regolamento sugli investimenti.
Le nuove norme riguardano tutti i fondi di previdenza complementare, sia pure con
qualche parziale eccezione  per i fondi preesistenti che possono continuare ad avere una gestione mediante la stipula di contratti assicurativi e  possono continuare nella gestione
immobiliare diretta, fino al 20% del loro patrimonio.
Anche i Pip, che applicano le regole del settore assicurativo, sono esenti dai nuovi
limiti agli investimenti.
Il nuovo provvedimento definisce in maniera chiara gli  strumenti finanziari come gli  Oicr, i fondi alternativi,  i derivati, allineate alle definizioni contenute nel testo unico della finanza (d.lgs. 58/1998), il che eliminerà la confusione interpretativa. Anche la nozione di mercati regolamentati, con l’apertura a molti mercati giudicati affidabili, consente maggiori libertà di investimento. Paolo Pellegrini  è convinto che così   “si amplia la nozione di mercati regolamentati (non più limitata ai soli mercati europei, di Usa, Canada e Giappone), e  sono possibili anche investimenti in materie prime fino al 5% del Portafoglio”. Questo fino ad oggi, perché tutti aspettano le decisioni (ulteriori) di Padoan che mette a rischio il percorso appena sopra delineato. Ora si è ansiosi di sapere quali nuove porterà il ministro del Mef.
Se ci mettiamo che la legge di stabilità di quest’anno, la 190/14  ha aumentato al 20 per cento la misura dell’imposta sui rendimenti finanziari degli investimenti dei fondi pensione la preoccupazione degli investitori jpuò che aumentare.
Quasi la totalità di tali investimenti è costituita da titoli quotati, ma il contributo dei fondi pensione alla copertura del fabbisogno finanziario delle imprese italiane è limitato. Secondo la Covip, i 126 miliardi di euro della previdenza complementare, sono investiti per il 61,1 per cento in titoli di debito, di cui i quattro quinti sono titoli di Stato, il 16,1 per cento in azioni e il 12,6 per cento in quote di OICR (Organismi di investimento collettivo di risparmio). La stessa legge di stabilità 2015, per direzionare gli investimenti in Italia, ha introdotto il credito d’imposta per i Fondi Pensione.
Un classico specchietto per le allodole.
Questi potranno beneficiare complessivamente di 80 milioni di euro come credito di imposta investendo nella «realizzazione di infrastrutture correlate all’erogazione di servizi pubblici o di pubblica utilità, effettuate attraverso la sottoscrizione o l’acquisto di azioni o quote di società (oppure obbligazioni o similari) operanti nei settori delle infrastrutture stradali, ferroviarie, portuali, aeroportuali, sanitarie, delle telecomunicazioni e della produzione e trasporto di energia e fonti energetiche». Il decreto che sta predisponendo il Mef e che potrebbe uscire ad oras, cioè da un momento all’altro, prevede  che gli investimenti devono avere una durata non inferiore ai 5 anni mentre per una durata non inferiore ai 10 anni – per accedere al credito di imposta – potranno investire anche in quote di organismi di investimento collettivo del risparmio (Oicr), ossia fondi di investimenti specializzati in azioni o obbligazioni .
In ogni caso, i fondi pensione dovranno sempre fare una valutazione autonoma dell’effettiva convenienza degli investimenti, che considera bene i rischi delle singole scelte. E si spera soprattutto che l’ investimento indicato  sia sempre considerato un suggerimento e non da trasformarsi in scelta obbligatoria.
Per definire i futuri  asset,  le forme di previdenza complementare devono quindi tener conto del futuribile credito d’imposta, previsto dalla legge di stabilità 2015 cui potrebbero usufruire qualora facciano investimenti fra quelli individuati dall’emanando decreto del Mef.
Il settore delle energie rinnovabili per esempio, può rappresentare per fondi pensione e casse professionali un’alternativa di investimento particolarmente interessante. Si tratta infatti di asset reali in grado di generare flussi di cassa stabili, con una redditività alta, svincolata dall’andamento dei mercati finanziari.
Ma voglio proprio vedere quel fondo che investe in gassificatori, impianti eolici o termovalorizzatori sfidando i prevedibili comitati contro che si formerebbero immediatamente dopo il primo annuncio!
Camillo Linguella

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