Aspettando i decreti sulla perequazione e sugli sgravi fiscali

Scritto il alle 09:35 da [email protected]

Pronti il decreto sul credito d’imposta per i fondi  e le casse pensioni dei professionisti ed il decreto sulla perequazioni delle pensioni.

Il mondo delle pensioni è in frenetica agitazione per l’approssimarsi di due atti normativi diversi come natura giuridica e come impatto sulla scena politica ed economica, con echi e risvolti completamenti diversi, limitato il primo, mentre il secondo  investe la totalità del Paese, può avere un’incidenza  tale da poter mettere a rischio addirittura la fragile ripresa che si starebbe delineando.
Andiamo con ordine e dipaniamo l’intricata matassa. Il primo decreto è un semplice decreto ministeriale che sarebbe già stato firmato dal ministro Padoan e pronto per essere stampato sulla Gazzetta Ufficiale. Si tratta del decreto sul credito d’imposta cui possono avere diritto i fondi pensione e le casse pensioni  privatizzate dei professionisti, a condizione che facciano quei determinati investimenti indicati dal decreto stesso. L’interesse è limitato agli iscritti alla previdenza complementare e agli enti di previdenza privatizzati, ma gli effetti potrebbero generare risultati positivi per tutta l’economia.

Il decreto di attuazione dell’art. 1, commi da 91 a 94, della legge di Stabilità 2015, firmato  il 7 maggio 2015, individua le attività finanziarie rilevanti negli investimenti nel settore delle infrastrutture ed in quello delle PMI, con il vincolo di detenzione in portafoglio per un periodo almeno pari a cinque anni.
La scelta  è indirizzata sui settori che al momento necessitano di maggiori risorse finanziarie, tenuto anche conto che tali settori possono incidere in modo rilevante sull’economia. Così si  offrono  flussi di reddito  costanti e alimentando un circolo virtuoso che si riverbera sull’occupazione  incrementandola ulteriormente. Gli effetti di una maggiore occupazione sono molteplici, che porta in primis reddito agli interessati e secondariamente contributi freschi all’Inps e alla previdenza complementare.
Già nell’audizione alla Commissione Bicamerale di vigilanza sugli enti previdenziali del  25 giugno 2014, il sottosegretario al Tesoro Baretta aveva anticipato le intenzioni del governo. L’esecutivo già allora  mirava all’aumento della tassazione sui rendimenti finanziari della complementare e a dirottarne gli investimenti e per attutire la forza d’urtò,   blandì i destinatari degli aumenti fiscali, con parole mielate affermando che  “ La prudenza con la quale gli operatori dei fondi hanno gestito in questi anni il loro mandato va elogiata. Infatti, hanno avuto la capacità di resistere a lusinghe di investimenti di breve periodo e controversi, mantenendo sempre chiaro che il fine istituzionale era assicurare agli aderenti la pensione. Negli anni, senza venir meno ai principi istitutivi, si è passati da un gestione solo obbligazionaria al multicomparto. Oggi siamo di fronte ad un settore robusto e sano anche se caratterizzato da importanti potenzialità di ulteriori espansioni, che andranno perseguite anche attraverso il lancio di una nuova campagna istituzionale per le adesioni che mi auguro questa Commissione, l’autorità vigilante e gli stessi fondi promuovano assieme al Governo.”

Il credito d’imposta si inserisce in quella filosofia di rilancio economico attraverso agevolaziuione di tipo fiscale come:
1. Incentivi con  un carico fiscale decrescente al crescere del periodo di investimento, agevolando quelli  di più  lungo periodo.
2.  Ulteriori agevolazioni fiscali per invogliare gli enti gestori delle forme di previdenza complementare, verso infrastrutture ed opere pubbliche.
Per l’utilizzo di tali misure atte a favorire l’utilizzo del risparmio raccolto  dai fondi pensione e casse di previdenza private, il pensiero va agli  strumenti finanziari legati al finanziamento di infrastrutture o di piccole e medie imprese (emessi eventualmente anche dalla  Cassa Depositi e Prestiti) che abbiano un regime agevolato alla stregua di altri strumenti  similari introdotti appositamente  negli anni precedenti. E’ opportuno dirci con grande chiarezza che la positività di questo processo risiede non solo nel raggiungimento di obiettivi d’investimento condivisi e chiaramente finalizzati alla crescita ma anche nella capacità di evitare il rischio che gli investimenti dei fondi nell’economia reale si trasformino in una nuova EFIM o GEPI, perchè i fondi non investirebbero alla cieca, ma chiederebbero solide garanzie governative.

Il decreto sulla perequazione
Il secondo decreto atteso che dovrebbe essere un decreto legge, è quello che riguarda i pensionati che hanno avuto bloccato l’adeguamento delle pensioni, inopinatamente sbloccato dalla sentenza della Corte Costituzionale.  Dovrebbe essere varato nella prossima riunione del Consiglio dei Ministri convocato per lunedì 18 maggio 2015. Il governo in base al motto fatta la legge, trovato l’inganno”, sta chiosando ogni parola della sentenza 70/15 per dare la sua interpretazione riduttiva ed essendo convinto, prendendo una frase qui, un rigo là, che la Corte non vuole mandare a catafascio il Paese, ma solo far rispettare un principio, ha già annunciato che i rimborsi saranno limitati e parziali per non far saltare il tetto del 3% di saldo della finanza pubblica. Dalla spesa iniziale prevista in  19 miliardi si è passati rapidamente a 4 ed ora siamo a 2,5 miliardi. Un’altra settimana e non si sarà più niente per nessuno. Molti rimarranno a bocca asciutta quindi. L’Ufficio parlamentare di Bilancio, che ha appena pubblicato il suo rapporto sulla programmazione 2015, ha fatto qualche calcolo in base al quale  lo sblocco totale porterebbe ai pensionati con  oltre 3 volte il trattamento minimo, circa 3.000 euro di arretrati. E non è un importo da poco.
Quindi ci si appresta al varo di una norma  che vuole sanare  la mancata rivalutazione delle pensioni superiori a 1.486 euro lordi nel biennio 2012 e 2013, ma limitando i danni,  con un criterio di progressività basato sulle fasce degli importi di pensione  simile a quello varato con la legge di stabilità 2014 del governo Letta, fino ad un massimo di 3000 euro mensili lordi.
Tuttavia, poiché siamo sotto elezioni regionali, sapendo che una restituzione parziale potrebbe avere riflessi nelle urne, lunedì  potrebbe essere licenziato un provvedimento quadro che affermi i principi e che si presti a tutte le interpretazioni, senza fissare soglie e percentuali, senza dire esattamente quanto sarà rimborsato e a chi. I dettagli arriverebbero dopo ( le elezioni),  ufficialmente per dare tempo all’esecutivo di fare tutti i calcoli del caso.
Chi pensava che la sentenza della Corte Costituzionale avrebbe messo un freno al delirio quantofrenico (mania dei numeri) per ridurre gli importi in essere non può che rimanere esterrefatto. Le tesi più strampalate non tornate in auge, il tutto condito dai famosi conflitti generazionali “dei padri che rubano il pane di bocca ai figli e nipoti” e amenità del genere, con il presidente dell’Inps, reduce da una nuova contestazione alla Giornata Nazionale della Previdenza tenutasi a Napoli, sempre più convinto di essere il ministro delle Pensioni   e che, sentendosi almeno in pectore tale,  ha ribadito l’altro ieri nella audizione alla Camera,  come bisogna mettere  mano a una riforma complessiva della previdenza che riequilibri anche i sacrifici tra le generazioni. In parole accessibili a tutti: tagliare le pensioni in essere subito e per i giovani poi si vedrà!
Camillo Linguella

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1 commento Commenta
tbtcot
Scritto il 15 maggio 2015 at 17:47

Giustamente vedo che si spende per la rivalutazione delle pensioni Inps.. Ma per le rendite della previdenza complementare perchè non spendere parole?
Il grosso rischio è di trovarsi i pensionati futuri senza risparmi e con delle rendite ridicole e con pensioni basse.
La previdenza complementare per come è costituita rischia fortemente di essere solo una bomba ad orologeria…

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