Dopo lo tsunami pensionistico, è bene una pausa di riflessione

Scritto il alle 08:37 da [email protected]

Dopo il terremoto sulle pensioni scatenato dalla ormai celeberrima sentenza costituzionale, il governo ha dipanato la matassa in maniera abbastanza equilibrata. Poteva andare meglio, ma poteva andare anche peggio. Mai come questa volta siamo stati informati in maniera abbondante ed esaustiva sulle decisioni del governo. I giornali vi hanno dedicato titoloni ed intere paginate per renderci nota la deliberazione del  Consiglio dei Ministri dello scorso lunedì 18 maggio 2015 e approfittato per fare commenti di ogni genere.
Smentendo le previsioni della vigilia,  che voleva tutto rinviato a dopo le elezioni regionali, il governo, ha approvato un decreto legge, il cui testo ad oggi non risulta ancora materialmente disponibile,  in materia di ammortizzatori sociali e di pensioni che dà attuazione alla sentenza della Corte costituzionale n.70 del 2015  in materia di indicizzazione delle pensioni. Ha azzardato la sua sfida e stando alle reazioni, i 500 euro vanno bene a tutti. Hanno protestato quei soggetti che prevedibilmente lo avrebbero fatto di fronte a qualsiasi altra soluzione, i consumatori che minacciano la solita Class Action, ci saranno i soliti ricorsi, ma insomma nessuna sollevazione, anche perché c’è più consapevolezza in giro di quanto si possa pensare.
Per dare attuazione ai principi enunciati dalla sentenza, nel rispetto dei principi di equilibrio di bilancio e degli obiettivi di finanza  pubblica, e assicurare al tempo stesso la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni  per garantire i diritti civili e sociali, il provvedimento riconosce, per il 2012-13, ai trattamenti pensionistici superiori a tre volte i trattamenti minimi, una parziale rivalutazione in base all’inflazione, graduata in funzione decrescente per fasce di importi pensionistici fino a sei volte il trattamento minimo, con decorrenza primo settembre 2015; gli arretrati invece saranno pagati in un’unica soluzione il 1° agosto prossimo, per un ammontare medio di oltre 500 euro a pensionato, importo che sarà maggiore per le pensioni comprese tra 3 e 4 volte il minimo e inferiore per le pensioni comprese tra 4 e 6 volte il minimo stesso. L’onere è pari, per il bilancio pubblico, per effetto degli arretrati, a 2 miliardi e 180 milioni di euro per il 2015 e, a regime, a 500 milioni dal 2016 in poi. La platea dei destinatari, con pensioni superiori a tre volte il minimo e non superiori a sei, è di 3,7 milioni di pensionati.
Il decreto prevede  inoltre anche un intervento che consente all’INPS di anticipare al 1° giorno del mese il pagamento delle pensioni e un intervento che blocca il montante contributivo, per il calcolo delle future pensioni, che per effetto della diminuzione del PIL che si è verificata negli anni passati,  sarebbe diminuito.
Anche questa era una misura attesa e  conosciuta da pochi  e comunque pareva caduta nel dimenticatoio. Per la prima volta dalla riforma Dini (legge 335/1995), il tasso di capitalizzazione, con il quale si rivaluta il montante individuale dei contributi, su cui calcolare le pensioni che saranno liquidate nel 2015, è stato negativo, per effetto dell’andamento del Pil.  pari a meno 0,1927 per cento. Senza l’intervento del decreto,  per esempio un montante di 1.000 € sarebbe diventato  998,073 euro. Invece ora rimarrà invariato a quota 1000.
Poiché il cantiere pensioni è diventata una miniera a cielo aperto, dove ci lavorano un po’ tutti, minatori, ingegneri, volenterosi e semplici passanti, per evitare ulteriori scelte pasticciate, è auspicabile una salutare pausa di riflessione da parte  di tutti: degli opinion makers, editorialisti, economisti, politici, presidente dell’Inps e sindacalisti, per evitare ulteriori futuri pasticci. Lo scenario pensioni non è drammatico. “The 2015 Ageing Report” della Commissione Europea   stima che l’Italia sarà uno dei pochi  Paesi che registreranno la maggior contrazione della spesa pensionistica  in rapporto al Pil che da quest’anno dovrebbe ritornare ad essere di segno positivo.
Lo stesso governo ha dichiarato che è intenzionato a rivedere la materia con la prossima legge di stabilità, delineando per esempio, un possibile intervento per rendere più flessibile l’età di pensionamento. Da oggi alla bozza della legge di stabilità,  c’è sufficiente tempo  per assemblare quattro/cinque punti nodali che diano certezza ed adeguatezza ai pensionati, quelli di oggi e quelli di domani. Facendo chiarezza sul patto intergenerazionale che non dipende dai padri che rubano ai figli, ma dal quadro economico complessivo. Infatti nel sistema contributivo ognuno avrà restituito sotto forma di pensione, quello che avrà versato come contributi, né più né meno. Semmai è il contesto che deve consentire ai giovani a non avere vuoti contributivi. Non è che si può ipotizzare un reddito o salario di cittadinanza e poi lasciare sguarnito quello pensionistico.
Quest’anno festeggeremo il ventennale della riforma Dini, la mitica legge 335/95, che indubbiamente ha segnato un punto di svolta concettuale sull’interpretazione e sull’applicazione dell’art 38 della Costituzione. Quand’era evidente che il sistema, non solo a causa del sistema di calcolo retributivo, non era più in grado di reggersi, statuì il superamento del vecchio sistema di calcolo , l’introduzione del sistema contributivo e la previdenza complementare.
La prima parte della Dini è stata realizzata, la seconda no, ed è un peccato perché ci avrebbe risparmiato un sacco di interventi che hanno creato disorientamento e diffidenza dei lavoratori rispetto a patti sociali che venivano continuamente violati.
Da dove ripartire? Dall’articolo 38 della Costituzione ovviamente. Dispone che i lavoratori hanno diritto a vedersi assicurati mezzi «adeguati alle esigenze di vita», e immaginando che adeguatezza significa capacità di soddisfare le esigenze vitali  un po’ più in là della soglia di sopravvivenza, diremo subito che il sistema contributivo dà pensioni sostanzialmente inadeguate, che ritardare eccessivamente l’età di pensionamento se comprime i costi pensionistici aumenta quelli sanitari per la cura delle malattie e degli infortuni.
Se lo Stato non ha risorse,  e lo ha dimostrato in questo caso, che se avesse voluto applicare integralmente la sentenza della Consulta, sarebbe saltato il bilancio statale per più di un esercizio mettendoci a rischio default, il principio di adeguatezza può essere assicurato solamente dalla previdenza complementare o da qualche altro piano di accumulo saggiamente ed individualmente predisposto.
Si può fare di più. Sicuramente e certamente, ma senza demagogia ed improvvisazione, tenendo i piedi ben saldi per terra.
Non dimentichiamo che la rendita pensionistica è una delle più alte manifestazioni della solidarietà sociale. Solo grazie a questa che possiamo ritirarci dal lavoro quando per vecchiaia o altro non si è più in grado di lavorare. Per questo siamo differenti dagli animali che finchè sono in grado di cacciare vivono, ma quando non lo sono più non hanno molte prospettive davanti a sé.
Camillo Linguella

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