La verità sulla spesa pensionistica degli statali

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Affogata nel mare magno delle notizie sulla rivalutazione delle pensioni la pubblicazione della spesa per le pensioni dei Dipendenti Pubblici è passata pressocchè inosservata . Doveva essere l’ennesimo atto di “vigorosa denuncia” sui privilegi degli statali, ma si è smontata da solaE’ di soli 65 miliardi su 273 complessivi. Meno di un quarto del totale. Si dimentica che lo squilibrio esiste,  e come, causato dal mancato versamento dei contributi  da parte delle Pubbliche amministrazioni che in molti casi continuano a non farlo.
La campagna dell’Inps “a porte aperte” continua con lo scopo non nascosto di mettere alla gogna di volta in volta varie categorie e dimostrare all’opinione pubblica come percepiscano assegni più alti  del dovuto e che quindi sarà lecito decurtare i trattamenti in essere per ricostruire la giustizia sociale. Incurante della sentenza della Corte Costituzionale che ha ribadito la centralità dell’articolo 38 della Costituzione. Tuttavia la notizia non ha avuto quell’impatto mediatico che gli autori speravano di ottenere, perché oscurata dai provvedimenti pensionistici del Governo sulla restituzione della perequazione e dalla marea di chiacchere che .ne è seguito e che perdura.
Che ci fosse qualche cosa da aggiustare e qualche privilegio da eliminare ce ne eravamo resi conto già dagli anni 90 e per evitare se alcuni trattamenti privilegiati ed insostenibili si perpetuassero anche per il futuro, fu varata la riforma Dini che quest’anno compie 20 anni.
E che tutto sommato non sia stata una riforma sbagliata basta scorrere “The 2015 Ageing Report” della Commissione Europea. Esso valuta  il trend della spesa per gli assegni previdenziali – tenendo conto delle evoluzioni demografiche ed economiche degli Stati membri e per quanto riguarda l’Italia, a causa delle continue riforme che si sono succedute dalla Dini alla Fornero, si scopre che essa sarà uno dei pochi  Paesi che registreranno la maggior contrazione della spesa in rapporto al Pil. Diciamocelo a Boeri, che nel corso della audizione dell’altro giorno alla Commissione Bicamerale, oltre ad illustrare l’undecalogo (?) delle 11 cose che non funzionano all’Inps, rivendica sempre di più il suo ruolo di “sistematore” delle pensioni. In particolare, in Italia la spesa pensionistica passerà dal 15,7% del Pil nel 2013, al 15,8% nel 2040 e quindi al 13,8% nel 2060. L’aumento fra il 2013 e il 2040 sarà pari allo 0,1% del Pil, ma sarà nettamente compensato negli anni successivi: alla fine, tra il 2013 e il 2060, ci sarà ci sarà un calo pari all’1,9%. Il picco, stima la Commissione, si vedrà nel 2036, con una spesa pari al 15,9% del Prodotto, poi una discesa di 2,1 punti percentuali fino alla fine del periodo considerato.
Uno scenario molto positivo. Ma guai ad illudersi sulla neutralità delle statistiche e della matematica.
Le cifre ed i numeri stanno diventando armi di distruzione di massa se non vengono rappresentate correttamente, dando per scontato della loro esattezza.  Il dossier sulla spesa previdenziale dei dipendenti pubblici, per come viene presentato dall’Inps, sembra che ancora una volta ci troviamo di fronte a dei privilegiati, rialimentando quell’ingiustificato risentimento verso questa categoria da almeno una decina d’anni. Nè vale a sfatare, per esempio, il mito dell’illicenziabilità, pur essendo stati licenziati in massa dal 2011 in poi.
Le pensioni erogate per gli statali al 1° gennaio 2015 sono lo 0,16% in più rispetto a quelle vigenti al 1° gennaio 2014 di conseguenza la spesa è aumentata dello 0.75% portando la spesa per le pensioni dei dipendenti pubblici a quasi 65 miliardi di euro circa un quarto della spesa totale per pensioni che è di 273 miliardi.
La spesa è aumentata dello 0,75% rispetto all’anno precedente.
Dal 2016 cominceranno ad andare in pensione gli assunti dal 96. Avranno la pensione calcolata con il contributivo puro e questi dati dovranno essere visti al ribasso di un 30% medio circa.
L’aumento dei pensionamenti statali  per anzianità è dovuto alla massiccia ondata di licenziamento nel pubblico impiego che colpisce indistintamente tutti coloro che maturano il diritto a pensione senza penalizzazioni. E poiché il limite di età era di 62 anni, ora che la legge di stabilità 2015 le ha eliminate fino al 2017, da quest’anno in poi ci saranno ulteriori pensionamenti comprendendo anche coloro che hanno meno di 62 anni. In tal senso si è espresso il Dipartimento della Funzione Pubblica rispondendo ad un quesito del Comune di Brescia ( nota del 16/4/2015 n. 20412).
Conseguentemente  la ripartizione secondo la tipologia delle pensioni mostra che il 41% del totale sono pensioni di anzianità/anticipate che in realtà sono licenziamenti in tronco, il 13,4% pensioni di vecchiaia, il 7,3% di inabilità ed il 38,2% ai superstiti. La spesa per le nuove pensioni liquidate è stata di quasi 2,5 miliardi di euro, pari a circa il 4% della spesa totale.
L’importo medio mensile delle pensioni liquidate nel 2014 ammonta a 1.872,8 euro, il 6% in più rispetto all’importo medio di tutte le pensioni vigenti. Ciò perché la media è fatta comprendendo anche le pensioni dei cosiddetti non contrattualizzati, cioè coloro il cui rapporto di lavoro è disciplinato dalla legge, come magistrati, professori universitari, prefetti, grand commis in genere della P.A che contribuiscono ad alzarla.
Invece per il Fpld, Fondo pensioni lavoratori dipendenti,  coloro che hanno trattamenti elevati avendo dei fondi separati, perché hanno dei fondi separati, come l’Inpgi per i giornalisti, l’Inpdai per i dirigenti d’azienda ecc, non fanno media, per cui sembra che gli statali in assoluto percepiscano una pensione più alta di tutti.
Un altro dato è che il 52,4% percepisce  un assegno tra €1.000 ed €1.999,99.
Se disaggreghiamo ulteriormente questo elemento vediamo, sempre da fonte Inps-Istat, vediamo che questi importi sono così distribuiti:
da 1.000,00 a 1.249,99 il  6,9 %,
da 1.250,00 a 1.499,99 il  13,3 %
da 1.500,00 a 1.749,99 il  17,2 %
da 1.750,00 a 1.999,99 il  10,2 %.
Le donne rappresentano il 52,9% dei pensionati e percepiscono assegni di importo medio pari a 13.921 euro (contro i 19.686 degli uomini); oltre la metà delle donne (50,5%) riceve meno di mille euro al mese, a fronte di circa un terzo (31,0%) degli uomini.

La stessa pensione media lorda erogata dalla Cassa Stato di 1.872,8  euro, che sembra, come è nelle intenzioni di chi ha fornito il dato, una “signora” pensione, netta  diventa circa 1300 euro mensili.
Non c’è molto da scialare. Se durante la vita non ci è provveduti in un altro modo a costruirsi un gruzzoletto per affrontare la vecchiaia, l’articolo 38 della Costituzione costituisce un inutile esercizio letterario.
Camillo Linguella

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