Nel caos pensioni la complementare è desaparecida

Scritto il alle 08:48 da [email protected]

Negli scenari  pensionistici che si vanno delineando e nella confusione delle proposte improvvisate, la pensione complementare è la grande assente dal dibattito, l’unica risorsa che può  fugare lo spettro di una vecchiaia da incubo.

Il governo ha messo una toppa sugli effetti della sentenza della Corte Costituzionale in merito al blocco delle perequazione delle pensioni limitando i danni, come sappiamo,  a soli due miliardi dei 19 previsti in caso di applicazione totale della pronuncia. Non è dato sapere invece cosa pensano i giudici su questa mossa riduttiva, lo sapremo fra qualche anno, quando, a seguito dei numerosi  ricorsi annunciati  dai molti esclusi, la questione ritornerà di nuovo alla Corte.
Tempi così dilatati, al di la della lentezza dell’apparato giudiziario, sono innanzitutto dovuti al fatto che i cittadini non possono adire direttamente, ma solo incidentalmente. Se cioè durante lo svolgimento di una causa  qualsiasi, un giudica trova “ non manifestamente infondata” la richiesta di incostituzionalità di una determinata norma, prende e passa tutto al vaglio della Suprema Corte.
Le competenze della Corte Costituzionale (art. 134 Cost. ) sono numerose.
Essa giudica in particolare su:
* le controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi;
* i conflitti costituzionali di attribuzione tra i poteri dello Stato, su quelli tra Stato e Regioni e tra Regioni;
* le accuse promosse contro il Presidente della Repubblica (Giudizio penale costituzionale ;
* l’ammissibilità dei referendum abrogativi .
Non è prevista la valutazione dell’impatto economico dell’effetto delle sue pronunce, ma i giudici, presumibilmente, non possono ignorarlo e quando le decisioni non sono prese all’unanimità, e neppure a grande maggioranza, significa che il giudizio della norma portata al vaglio non è tanto pacifico. Di questo se ne è lamentato il ministro del tesoro affermando, in un’intervista a Repubblica del 22/5/2015, che la Consulta doveva valutare  il buco che avrebbe creato sulle pensioni con la sentenza sui rimborsi. «Massimo rispetto per l’autonomia della Corte, ha continuato, ma spero che in futuro l’interazione con governo e Avvocatura sia più fruttuosa quando ci sono implicazioni per la finanza pubblica».
Nel pomeriggio Renzi ha preso apparentemente  le distanze, in quello che forse è un semplice gioco delle parti, spiegando che il governo “lavora nel massimo rispetto e raccordo istituzionale”, dove per raccordo istituzionale significa: “parliamoci prima”.
Poi c’è stata la controreplica del presidente della Consulta che ha difeso il suo operato.
Nel frattempo  l’Inps ha fatto sapere che su circa 9,4 milioni di pensioni di vecchiaia e anzianità vigenti a fine 2014, quasi 230 mila sono pagate a persone ritirate dal lavoro prima del 1980, quindi oltre 35 anni fa. Poi è iniziata la discesa. L’età media al 1980 era di 55 anni (53,3 per le pensioni anticipate) contro i 63,3 nel 2014.
Calo del 43% sul 2011

L’anno scorso sono state erogate 83.822 pensioni anticipate rispetto all’età di vecchiaia con un calo del 43,7% rispetto alle 149.129 del 2011 (prima della riforma Fornero) e del 21,7% sul 2013. Si tratta  dell’effetto della stretta sulle anzianità che prevede che per l’uscita servano 42 anni e sei mesi di contributi (41,6 per le donne). Ageing report 2015 della UE oltretutto da dichiarato che la spesa pensionistica italiana è perfettamente sotto controllo e sostenibile
Ora di fronte ad una spesa di risarcimento della mancata perequazione  contenuta in soli due miliardi, al un trend pensionistico in linea con le indicazioni europee, l’orizzonte pensionistico non si rasserena, anzi si invelenisce sempre di più e gli apprendisti stregoni ora fanno a gara a proporre le misure varie per eliminare “i privilegi” e ridurre la spesa.

Le più gettonate,  le più ingiuste e secondo me incostituzionali sono:
1. La possibilità di ricalcolo delle pensioni retributive con il sistema contributivo,
2. la decurtazione  dell’ assegno di un 20/30 per cento se si va in pensione dai 62 anni in poi, come se i coefficienti per il calcolo della pensione oggi fossero uguali per tutti  e non tenessero conto dell’età di pensionamento.
La ratio sarebbe il rispetto del patto intergenerazionale. La tesi sottintende una strana teoria, secondo la quale i genitori sono disposti a fare qualsiasi sacrificio per i figli, perfino quello della vita: ma di fronte alla pensione no. Diventano crudeli e sadici, la vogliono tutta per loro e neppure le briciole alla loro progenie.
Niente di più sbagliato in una società ancora fortemente familistica come quella italiana.
Boeri che non ha mai citato la previdenza complementare, sa benissimo che gli eventuali 4/5 miliardi di euro recuperati con il ricalcolo delle pensioni in essere con il retributivo, non apporterà nessun beneficio ai giovani. Nessun centesimo tolto ai padri andrà ai figli.
Infatti il loro trattamento pensionistico, calcolato con il metodo contributivo, corrisponderà esattamente ai contributi versati, non un euro in più. Né i padri possono versare contributi aggiuntivi per i figli.
Viceversa i risparmi potranno essere probabilmente dirottati alla riduzione del saldo del disavanzo dello Stato, oppure al ripiano del dissesto dei conti Inps venutosi a creare dopo l’incorporazione dell’Inpdap, oppure ancora ad incrementare il recente Fondo istituito sempre presso l’Inps, finalizzato a garantire l’adeguatezza delle prestazioni pensionistiche in favore di particolari categorie di soggetti ( comma 709 legge 190/14).

Ora è sempre più chiara una cosa: che della pensione pubblica non si può più essere certi e sicuri di niente. Basta una semplice legge per rompere il patto sociale fra Stato e Cittadini che ridiventano sudditi e servi delle gleba.
Come fare allora per salvarsi?
A tutt’oggi l’iscrizione alla previdenza pubblica è obbligatoria. Si ha la certezza di versare i contributi, ma non si sa più come e quando verranno restituiti. Nessuno potrà liberarci dall’Inps ( e dai suoi presidenti), dai rischi economici e dai rischi politici . Il primo conseguente all’andamento del Pil  e della speranza di vita che influiscono sul calcolo della pensione, il secondo su inopinati cambiamenti delle regole.
Conseguentemente l’alternativa che già c’è ed è in vigore da un ventennio, quella della previdenza complementare deve essere ulteriormente rilanciata.
E’ strano come nella macelleria sociale causato sulle pensioni, fra i dotti e saccenti opinionisti, specie i giornalisti, quelli si percettori di pensioni d’oro, non si siano ricordare di evidenziale questa strada .
Essa ha tutt’oggi  è cresciuta e si è consolidata e comincia ad erogare le prime rendite, stabili e sicure e senza costi aggiuntivi per lo Stato.
Camillo Linguella

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4 commenti Commenta
tbtcot
Scritto il 25 maggio 2015 at 11:48

Veramente lei dice delle inesattezze clamorose:
“Essa ha tutt’oggi è cresciuta e si è consolidata e comincia ad erogare le prime rendite, stabili e sicure e senza costi aggiuntivi per lo Stato.”
Stabili e sicure.. si pure troppo di queste molte non si rivaluteranno creando i nuovi poveri di domani…. con pensioni basse e senza risparmi che hanno buttato aderendo alla previdenza complementare.
Senza costi per lo stato?.. falsità.. ma sa di cosa parla?
O dove è finito il mitco vantaggio fiscale.. l’ingiusto sconto sulle tasse che favorisce i ricchi? non è per lei un costo?
Più il costo per lo stato come datore di lavoro dell’ingiusto contributo aggiuntivo. Perchè a parità di lavoro 2 retribuzioni diverse?
La invito a non dire inesattezze clamorose al limite della falsità!!!!

clinguella
Scritto il 26 maggio 2015 at 09:57

La previdenza complementare a tutt’oggi è cresciuta e si è consolidata e comincia ad erogare le prime rendite, stabili e sicure e senza costi aggiuntivi per lo Stato.
A fine 2014 gli iscritti totali erano 6,585 milioni, circa il 29% della forza lavoro; al netto delle uscite, la crescita nell’anno è stata di circa 380.000 unità (6,1 per cento). A fine 2013 i percettori di pensione complementare erano 65.711 ( dati Covip). Queste pensioni, derivate dalla trasformazione del montante accumulato più i rendimenti finanziari, che sono stati sempre positivi, sono intangibili, si rivalutano e non sono, né sono state oggetto di qualsivoglia blocco della perequazione. Si ricorda che la funzione della pensione complementare è quella di incrementare la pensione pubblica, non sostituirsi ad essa e serve proprio per evitare una vecchiaia indigente. Sempre secondo i dati Covip il rendimento medio nel 2013 è stato del 5,4% e nel 2014 del 7.3%, per cui non mi pare gli aderenti alla previdenza complementare hanno buttato i loro risparmi.
In Italia la pensione, contrariamente al resto d’Europa, è soggetta a tassazione ordinaria, mentre negli altri paesi i pensionati pagano aliquote più basse. In attesa che anche l’Italia si possa allineare, una delle leve per incentivare l’adesione alla previdenza complementare è la riduzione dal reddito, ai fini fiscali, delle somme versate alla pensione integrativa fino ad un massimo di 5164,57 riduzione che vale per tutti.
Dato il principio della progressività delle imposte, più basso è il reddito, maggiore è il risparmio fiscale. La norma quindi non favorisce i più ricchi.
Il contributo aggiuntivo non è assolutamente un costo per lo Stato.
La previdenza complementare si finanzia con il contributo del lavoratore pari all’1% dello stipendio, del contributo del datore di lavoro dello stesso importo e della quota di Tfr che matura.
Il contributo del datore di lavoro, che nel caso di un dipendente ministeriale è lo Stato, fa parte del cosiddetto “costo contrattuale”.
Quando si rinnova un contratto collettivo di lavoro, le fasi sono essenzialmente due: lo stanziamento delle risorse per il rinnovo contrattuale e il loro riparto. Entrambe importantissime. Nella prima fase il datore di lavoro si tiene sempre stretto i cordoni della borsa e cerca di sborsare il meno possibile.
Una volta determinato il quantum da spendere per il rinnovo contrattuale, si passa alla seconda fase della contrattazione, su come distribuire le risorse: quanto destinare mensilmente in busta paga, quanto ai premi di produzione, quanto ai turni eccetera e quanto ai benefici assistenziali e previdenziali. Quindi il contributo dell’1% del datore di lavoro non è assolutamente un costo a carico dello Stato, ma di un costo all’interno del CCNL di ogni singola categoria. Contratti che generalmente, una volta sottoscritti vengono portati alla ratifica degli interessati e se accettati, valgono erga omnes.
c.l.

tbtcot
Scritto il 26 maggio 2015 at 21:03

Innanzitutto grazie per la risposta.. che purtroppo contiene molte inesattezze…
la prima che mi salta all’occhio.. cito testualmente:
“Dato il principio della progressività delle imposte, più basso è il reddito, maggiore è il risparmio fiscale. La norma quindi non favorisce i più ricchi.” Sbagliato!!!
Perchè è sbagliato, per un semplice motivo. Mettiamo che la mia aliquota marginale sia il 23%. Io verso alla previdenza complementare e su quelle somme non pago i contributi.. poi al momento della prestazione quelle somme mi saranno tassate con un aliquota che va dal 9 al 15%, quindi con un risparmio dal 8% al 14%.
Se io fossi più ricco e avessi un aliquota marginale, per esempio, al 45%… il mio risparmio sarebbe dal 30 al 36%.
La matematica non è un opinione.
Comunque per lei un mancato introito non rappresenta un costo che la collettività deve sostenere?
Il contributo aggiuntivo, poi, non è un costo per lo stato come datore di lavoro? Scusi ma dire che non è un costo perchè le risorse sono già stanziate mi sembra una forzatura, o gioco facile a dire che se non ci fosse non ci sarebbe bisogno del relativo stanziamento, o quelle risorse potrebbero essere usate per altro.. E comunque è pure iniquo, a parità di lavoro 2 retribuzioni diverse!!!
Capitolo rivalutazione. E’ vero che la previdenza complementare non ha blocchi della perequazione per un semplicissimo motivo.. La perequazione proprio non ce l’ha!!!
Come dire: alla mia vecchia panda non si rompe il computer di bordo.. bella forza! non ce l’ha!
Le Rendite si rivalutano in base ai rendimenti delle relative gestioni separate da cui vanno tolti/scontati (a volte tutti a volte alcuni):
-Tasso Tecnico
-Tasso Minimo garantito
-Costi di Gestione
-Aliquota di Retrocessione

Di fatto la maggior parte non si rivaluteranno (ci sono vari esempi on line) rendendo i pensionati più poveri quando saranno molto avanti con l’età e quindi anche molto più deboli!!!
Comunque spero di sbagliarmi e lieto se lei lo dimostrerà soprattutto per i giovani che vi hanno aderito senza ben capire cosa facessero perché fuorviati da informazioni parziali o incorrette..

tbtcot
Scritto il 26 maggio 2015 at 21:27

p.s.
I rendimenti di cui parla sono dei fondi di previdenza complementare, non delle gestioni separate collegate alle erogazioni delle rendite che hanno avuto rendimenti inferiori..
Sui rendimenti dei fondi se vuole approfondiamo il discorso… ma il senso è che una rondine non fà primavera.. guardare un anno o due è un pochino fuorviante (a mio avviso).

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