L’importanza del tfr nella previdenza complementare

Scritto il alle 08:48 da [email protected]

I dati diffusi il 30 maggio scorso dalla Fondazione consulenti del Lavoro sembrano aver sciolto il dilemma se il tfr è meglio in azienda,  alla previdenza complementare  o in busta paga.
Infatti solo lo 0.057% su un milione di buste esaminate dai Consulenti del lavoro ha chiesto l’immediata monetizzazione del tfr. Il rimanente 99,943% prudentemente se lo tiene ben conservato per riscuoterlo tutto assieme al pensionamento, oppure ha deciso di versarlo alla previdenza complementare e costruirsi una pensione che vada ad integrare quella presumibilmente magra corrisposta dall’Inps.
Innanzitutto vediamo cos’è il Tfr
E’ la  parte della retribuzione  lorda, non disponibile immediatamente ed esigibile alla cessazione del rapporto di lavoro. Con la legge di stabilità n. 190/2014 invece può essere richiesta mensilmente fino al 2018.  E’ pari allo stipendio annuo lordo, comprensiva di tredicesima ed eventuale quattordicesima, divisa per 13,5, pari al 7,41 della retribuzione (esempio: per uno stipendio annuo di 14.000  €,  la quota annuale è  di 1037 €, di cui il 6,91 pari a € 967,40 è la quota di Tfr maturata, mentre lo 0,50 pari a € 69,6 va al fondo di garanzia Inps. Ogni anno  ha una rivalutazione pari all’ 1.5% + 75% dell’aumento dell’indice Istat.
Volendo stipulare una polizza vita con  la previsione di farsi corrispondere una rendita di una certa consistenza, si dovrebbero versare dei premi mensili molto alti.  Per superare questa handicap e favorire il risparmio previdenziale, si pensò di utilizzare il trattamento di fine rapporto.
La possibilità di utilizzare il TFR quale forma di finanziamento per la previdenza complementare è stata pensata come una delle maggiori opportunità offerte ai dipendenti per costruirsi una adeguata pensione integrativa.  Invece si è rivelata  la maggiore molla psicologica che ne ha bloccato il decollo.
Il suo utilizzo   consente  un versamento cospicuo e costante, senza dover rinunciare a quote consistenti di reddito con  l’aggiunta di rendimenti più favorevoli  derivanti dagli investimenti dei fondi pensioni,  maggiori rispetto a quelli  del TFR. Nel 2014 i rendimenti dei fondi sono stati del 5.7% mentre il tfr si è rivalutato del 1.3%.
Mediante l’utilizzo del tfr non si devono versare somme strabilianti, il sacrifico che si chiede, diventa sopportabilissimo, il versamento dell’1% della propria retribuzione utile al tfr , in genere 20/30 euro mensili. In questo caso si aggiunge anche il versamento di una cifra analoga da parte del datore di lavoro.
Ma quello che doveva costituire un facilitatore per le adesioni, si è rivelato alla lunga un freno, specie per i dipendenti del pubblico impiego.

Attanaglia il pensiero che i propri risparmi vengano investiti in borsa alla stessa stregua delle puntate alla roulette in un Casinò di Las Vegas. Invece chi sottoscrive una polizza assicurativa, che opera allo stesso modo, investimenti, borsa ecc … non ha le stesse fobie. Evidentemente in questo caso si ha fiducia nella compagnia prescelta, che so Unipol, Generali, ecc… la stessa fiducia che non sembrano riscuotere i fondi pensione anche se dal 2005 ad oggi hanno prodotto solo risultati positivi.
Tutti, non solo hanno bene in mente il crac dei subprime, ma in bell’evidenza, a fronte delle migliaia di fallimenti aziendali che hanno messo in forse il tfr, recuperabile solo dopo un inter estenuante e farraginoso presso il fondo di garanzia Inps,  nei propri pensieri hanno il fallimento del fondo pensione americano Enron del 2001 assolutamente non replicabile in Italia. Innanzitutto perchè qui non ci sono fondi aziendali che comprano proprie azioni perché scatta il conflitto d’interessi e poi perché i fondi italiani non possono fallire ( comma 5 art 15 Dlvo 205/05).
Né riesce ad essere convincente e tranquillizzante il fatto che su tutta la previdenza complementare  ed in specie sugli investimenti, vigila la Covip e che esiste un dm ( decreto ministeriale) 166/2014, che stabilisce le modalità di investimento.
In questo quadro di sfiducia e di incertezze, solo i Pip, i piani pensionistici individuali, sono in aumento, perché non è obbligatorio versare il Tfr.

Molti si dicono spaventati dal fatto  che la scelta alla previdenza complementare è irreversibile quasi a perdere la disponibilità dei propri soldi, come se il tfr fosse invece disponibile in qualsiasi momento.
Invece non è così. Il tfr diventa disponibile alla cessazione del rapporto di lavoro e per i pubblici dipendenti addirittura dopo due anni  dal pensionamento e solo in casi eccezionali  prima.
Il Trattamento di Fine Rapporto è una forma di retribuzione differita, liquidata al momento della cessazione del lavoratore dipendente.
Non è previsto un trattamento di fine rapporto per i contratti di collaborazione coordinata e continuativa ed in genere per il lavoro autonomo.

E’ soggetto a tassazione separata, mentre chi lo richiede in busta paga, è soggetto all’irpef ordinario, in media due o tre punti percentuali in più..
I dipendenti  pubblici assunti dopo il 2001 hanno il Tfr . Quelli assunti prima hanno il Trattamento di Fine Servizio (indennità di buonuscita – indennità premio di servizio – indennità di anzianità) – Consiste in una somma di denaro “una tantum” corrisposta al dipendente al momento della cessazione dal servizio.
Il Tfs è calcolato sull’80% della retribuzione spettante alla cessazione.
I dipendenti pubblici non possono chiedere nessuna anticipazione sia che si trovino in regime di Tfr che di Tfs. Possono solo chiedere la cessione del V dello stipendio.
Conferendo il TFR alla previdenza complementare si ha diritto:
• Versamento del contributo dell’1% della retribuzione da parte del datore di lavoro
• Agevolazioni fiscali
• Rendimenti finanziari più elevati
• Restituzione del capitale maturato (riscatto) in caso di disoccupazione, invalidità, decesso
• Anticipazione  
Per chiedere un parte del tfr accumulato bisogna avere almeno 8 anni di servizio presso lo stesso datore di lavoro. In questo caso i lavoratori possono chiedere un’anticipazione fino al 70% del TFR maturato alla data della richiesta. La domanda deve essere giustificata da uno dei seguenti motivi:
• spese sanitarie di carattere straordinario;
• acquisto della prima casa di abitazione (per il richiedente o per i figli);
• spese da sostenere durante i congedi per maternità o per formazione.
L’anticipazione può essere ottenuta una sola volta nel corso del rapporto di lavoro e non è reintegrabile.

Con la previdenza complementare  ci sono dei casi in cui si possono avere i propri soldi indietro senza dover aspettare l’età della pensione oppure chiedere un’anticipazione in maniera più vantaggiosa di quella offerta dal tfr.
L’aderente ad una forma di previdenza complementare che prima del pensionamento perde i requisiti di partecipazione,  può
chiedere  il riscatto della posizione, vale a dire la restituzione della posizione individuale accumulata che può essere parziale o totale.
Camillo Linguella

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1 commento Commenta
tbtcot
Scritto il 8 giugno 2015 at 16:58

Cito testualmente: “l’aggiunta di rendimenti più favorevoli derivanti dagli investimenti dei fondi pensioni, maggiori rispetto a quelli del TFR”
La solita inesattezza che la contraddistingue.. Nel 2014 i fondi pensione, in media, hanno vinto.. ma nel 2008? e nel 2011?.. di fatto sono tornati a battere il TFR dopo il tonfo del 2008 nel 2014. Con il TFR si vincerà poco ma si vince sicuro (e speso si batte la previdenza complementare). Nella previdenza complementare di sicuro ci sono solo i costi.
Una curiosità sulle anticipazioni. Siccome il TFR è gratis e la previdenza complementare prevede costi di adesione, nonché somme aggiuntive da versare, forse se un lavoratore non aderisce (ripeto forse) non ha neanche bisogno di anticipazioni quei soldi li potrebbe già avere.

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