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Relazione Covip 2015: pochi investimenti nell’economia reale

Buoni i rendimenti del 2014 ed in ripresa le adesioni specie ai Pip ed ai Fondi Negoziali. Ma aumentano coloro che sospendono la contribuzione.
Il giorno 11 giugno 2015 presso la Sala della Regina della Camera dei Deputati, si è tenuta l’annuale relazione della Covip, l’autorità di vigilanza sulla previdenza complementare italiana e sulle Casse pensioni dei professionisti. I fondi guadagnano il 7.3%, il tfr l’1.3%.

Una relazione sostanzialmente in linea con quella dell’anno precedente, ma con una venatura di ottimismo in più. La ripresa ( lenta e non definitivamente consolidata) dell’economia sembra fare aggio sulle misure governativo per frenare il settore ( aumento della tassazione, tfr in busta paga). La complementare va bene!
Le forme di previdenza complementare sono 496, di cui 38 sono i fondi chiusi di categoria, con una diminuzione di 13 soggetti, ma sono ancora troppo numerosi per poter effettuare ulteriori sinergie di scala specie sui costi. I fondi con più 100.000 aderenti sono solo 11, mentre ben 268 sono quelli con appena  1.000, per la maggior parte fondi aziendali preesistenti.
I fondi negoziali hanno 1,9 milioni di aderenti, gli aperti oltre 1 milione, i fondi preesistenti 650.000. E’ continuata la crescita dei PIP, che hanno superato i 2,4 milioni di aderenti, oltre a quella dei fondi aperti, grazie a reti di vendita diffuse in modo capillare sul territorio e remunerate in base al volume di prodotti collocati sul mercato.
Nel 2014, la crescita degli aderenti al sistema è stata del 5,4 per cento, per effetto dell’incremento delle adesioni individuali a PIP e fondi pensione aperti, e ha riguardato tutte le categorie di lavoratori.
Nel settore dei fondi negoziali si iniziano a intravedere segnali di un nuovo dinamismo. E’ atteso un incremento significativo delle adesioni nel settore edile, dove è stato introdotto un meccanismo di adesione automatica innovativo che prevede il coinvolgimento, mediante il versamento del contributo datoriale, di tutti i lavoratori dipendenti del settore, per una platea di riferimento pari a circa 500.000 unità. È peraltro in aumento anche il numero degli iscritti che non versano contributi, con una prevalenza del fenomeno tra le adesioni individuali rispetto alle collettive e tra i lavoratori autonomi rispetto a quelli dipendenti.
Considerando gli iscritti al netto di coloro che hanno interrotto i versamenti contributivi, il tasso di adesione rispetto agli occupati è del 22,3 per cento.
Alla fine del 2014, il patrimonio delle forme pensionistiche complementari ha raggiunto 131 miliardi di euro, circa il 12 cento in più rispetto alla fine dell’anno precedente.
Dei contributi versati, 5,3 miliardi di euro provengono da flussi di TFR, di cui l’82 per cento confluisce nei fondi pensione negoziali e preesistenti.
Andrà verificata nei prossimi mesi l’incidenza sul risparmio con finalità previdenziale dell’iniziativa normativa che consente ai lavoratori – in via transitoria nei prossimi tre anni – di destinare il TFR in busta paga.
Nel 2014 le forme pensionistiche hanno riportato rendimenti positivi, beneficiando del buon andamento dei principali mercati finanziari, sostenuti dalle politiche monetarie fortemente espansive e dalle migliorate condizioni dell’economia globale, pur in presenza di situazioni disomogenee.
Al netto della fiscalità e dei costi di gestione, i fondi pensione negoziali e quelli aperti hanno ottenuto in media rendimenti pari, rispettivamente, al 7,3 e al 7,5 per cento; i PIP “nuovi” di ramo III hanno guadagnato il 6,8 per cento; quelli di ramo I il 2,9 per cento. Nello stesso periodo, la rivalutazione del TFR, al netto dell’imposta sostitutiva, si è attestata all’1,3 per cento.
Gli investimenti delle forme pensionistiche complementari è rimasta sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente.
A fine 2014, le attività per le quali le scelte di investimento fanno capo ai fondi pensione (esclusi, quindi, i fondi interni a società ed enti e i fondi le cui risorse sono costituite presso imprese di assicurazione), pari complessivamente a 99 miliardi di euro, sono investite per il 62 per cento in titoli di debito – di cui circa i quattro quinti costituiti da titoli di Stato – per il 17 per cento in azioni e per il 13 per cento in OICR.
Gli investimenti verso il nostro Paese sono  limitati: gli investimenti in titoli emessi da imprese italiane ammontano a 2,6 miliardi di euro (3 per cento del totale); di questi, 1,8 miliardi si riferiscono a titoli di debito e 0,8 miliardi a titoli di capitale. La quasi totalità è rappresentata da titoli quotati.
Alla fine del 2014 gli investimenti dei fondi pensione in titoli di capitale italiani costituiscono circa il 5 per cento del portafoglio azionario complessivo, che ammonta a oltre 16 miliardi.
In altri paesi di dimensioni simili alla nostra, vi è la tendenza ad investire in titoli domestici una quota di portafoglio ben superiore.
Per fare il punto sull’attuale situazione, occorre tenere conto, da un lato, del contesto macroeconomico, influenzato dai provvedimenti non convenzionali attuati dalla BCE, dall’altro, del contesto di finanza pubblica, caratterizzato dai relativi vincoli di bilancio. Ciò riduce le aspettative di guadagno sui titoli cosiddetti a reddito fisso, che tipicamente hanno costituito la forma prevalente di impiego delle risorse delle forme pensionistiche complementari. Occorre canalizzare  le risorse verso l’economia reale continua, non ci sono alternative. Ma con le dovute cautele.
Il  tema della previdenza complementare deve essere posto  all’attenzione del legislatore in chiave organica al fine di valutare iniziative che possano:
– da un lato, favorire lo sviluppo delle adesioni, soprattutto per quelle categorie (giovani – lavoratori autonomi) che sinora hanno tardato ad avvicinarsi alla previdenza complementare, anche mutuando esperienze di altri Paesi che stanno dando buoni risultati e rafforzando le iniziative di diffusione della cultura previdenziale;
– dall’altro, realizzare una manutenzione evolutiva del sistema, in modo da adeguarlo all’evolversi delle esigenze e dei bisogni dei lavoratori.
In talune circostanze si possono verificare per la perdita del lavoro in età avanzata, ma non ancora sufficiente per conseguire il trattamento pensionistico di base, si potrebbero valutare misure atte a consentire, anche in via anticipata, la fruizione delle prestazioni pensionistiche complementari per coloro che si trovassero in determinate situazioni. Ciò, al fine di accompagnarli redditualmente sino al momento della percezione della pensione di base, attenuandone così le difficoltà.
 Intervenendo dopo il ministro Poletti, dopo aver dato atto che le parti sociali in sede di contrattazione ( quando c’è) pongono una maggiore attenzione sul welfare previdenziale e quello della sanità integrativa ha ribadito che il governo cerca una soluzione per consentire una maggiore flessibilità in uscita per le pensioni. Naturalmente il problema dei costi non è indifferente, perché non si possono scaricare ulteriori debiti sulle future generazioni. Secondo Boeri, il costo sarebbe di circa 10 miliardi. Quindi la possibilità di una pensione complementare anticipata è un’idea che merita la massima attenzione.
Sempre rispetto alle parti sociali, ma non a tutte, il ministro di è voluto togliere una soddisfazione sui benefici effetti del Jobs act, affermando che l’aumento dei contratti a tempo indeterminato ha ricadute positive anche sul sistema previdenziale per la certezza e continuità contributiva in un lungo periodo. La precarizzazione ha concluso è stata favorita dal combinato disposto di contatti flessibili e dal minor costo.
Camillo Linguella

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1 commento Commenta
tbtcot
Scritto il 11 giugno 2015 at 23:17

Certo valutare la bontà di un investimento che dovrebbe durare anche 40 anni e passa da un anno solo, perchè è andato bene, non mi sembra una scelta intelligente (anzi tutt’altro).
Ma quanto costa alla fiscalità questa massa di 6 milioni e passa di aderenti?
E soprattutto i costi sono sicuri ma i rendimenti? Soprattutto nel lungo periodo sono molti i fondi pensione che faticano a star dietro l’inflazione.
per non parlare del problema delle rendite pensionistiche!!!
La saggezza popolare spesso da ottimi spunti.. e quello che mi viene da dire è: Non e tutto oro quello che luccica!!

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