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La spesa previdenziale non dissesta i conti pubblici

 

Il rapporto del sistema previdenziale per l’ anno 2015 di Itinerari previdenziali, nel 2013, la spesa totale per pensioni, ammonta al 15,3% del PIL Ma è coperta quasi totalmente da contributi. Il disavanzo  reale della spesa previdenziale è solamente dell’ 1,5%. La riforma Fornero farà risparmiare 80, per cui si possono prenderne 10 per il pensionamento flessibile.

Sovvertendo il luoghi comuni sulla lentezza della giustizia civile e di quella dei tribunali  meridionali in genere, con eccezionale solerzia, di cui si spera il ministro Orlando ed il Csm ne terranno in debito conto, il tribunale di  Napoli  ha emanato il 29 maggio 2015,   un decreto ingiuntivo che, in accoglimento del   ricorso presentato dall’avvocato Vincenzo Ferrò, ha intimato l’Inps di pagare entro 40 giorni al suo  assistito 3.074 euro, invece dei 750 previsti dal decreto del governo,  cioè il rimborso totale della perequazione della pensione al costo della vita nel 2012-2013.
Questa sentenza invoglierà gli altri esclusi e le associazioni dei consumatori a ricorrere. Una valanga di pezzi di carta si abbatterà nei tribunali, così  tutto presumibilmente approderà di nuovo alla Corte Costituzionale che dovrà decidere se il DL 65/15, quello che è stato emanato dopo la sentenza,  non ancora convertito, è costituzionale o meno.
Sul bilancio italiano torna ad incombere la grana dei 19 miliardi da sborsare e rimette in primo piano la questione della sostenibilità della spesa pensionistica.
Ormai gli esperti di pensione sono più numerosi di quelli del calcio. Si gioca con le cifre come se fossero delle fiches su un tappeto verde! E’ una valanga senza freni quella che attraverso i giornali cerca di farci capire che gli anziani sono stati fortunati, che i giovani non lo saranno e che qualsiasi miglioria comporterebbe catastrofi inenarrabili. Specie quando si tocca il tasto di addolcire i limiti di età posti dalla legge Fornero dei 70 anni a regime. Cosa che si stanno cercando di convincerci  con straordinaria solerzia Boeri, Poletti e Padoan.
Eppure quando, 20 anni fa fu varata la riforma Dini, festeggiammo un paio di cose, la prima che l’introduzione del sistema di calcolo contributivo abbassava si le pensioni, ma realizzava la “neutralità attuariale” cioè l’ eguaglianza fra il valore attuale dei contributi versati al valore attuale delle prestazioni, la seconda cosa l’introduzione della possibilità di andare in pensione  a partire da 57 anni  perché  l’importo dell’assegno sarebbe stato ragguagliato al montante contributivo e alla speranza di vita, senza più vincoli di garantire la pensione minima, con un’integrazione a carico dello stato, che infatti fu abolita. Questi principi non sono mai stati cambiati, ma resi sempre più stringenti fino a che la flessibilità in uscita è stata del tutto  bloccata.
Nel 2008, quando ancora non erano registrati gli effetti della crisi cominciata nel 2007 le riformi pensionistiche fino a quegli anni avevano quasi colmata  la differenza tra le entrate contributive e la spesa pensionistica.

A conferma della relazione tra l’andamento generale dell’economia e la spesa pensionistica, dopo ben tre anni  di PIL di segno negativo, le uscite previdenziali tendono a rallentare per effetto delle riforme, senza però apportare nessun  particolare giovamento al ciclo economico.  Al contrario, le entrate contributive seguono  le fluttuazioni del PIL, in linea con la diminuzione, almeno fino ad ieri, dell’occupazione.
A seguito di questi andamenti, secondo il rapporto del sistema previdenziale di Itinerari previdenziali, nel 2013, cioè nell’ultimo anno osservato, la spesa totale per
pensioni, che ammonta al 15,3% del PIL, è stata coperta con entrate contributive pari all’11,7 punti percentuali di PIL, mentre le gestioni assistenziali (GIAS) non coperte da contributi, hanno assorbito  altri 2,1 punti percentuali. La differenza totale, cioè il disavanzo finale fra tutti  i contributi incassati e tutte le prestazioni pagate, è stata pari a circa l’1,5% del PIL.
Quando parliamo di disavanzo della spesa previdenziale dobbiamo fare riferimento a questo dato: 1,5%. Gli altri dati sono fuorvianti.
In base a queste ultime osservazioni, appare evidente il rapporto contributi/prestazioni,
che  dipende da come evolvono altri due rapporti, quello tra pensione media e reddito medio dei lavoratori e quello tra numero di pensioni e  numero degli occupati.
La spesa per pensioni previdenziali al netto GIAS,  per il 2015 è valutata a 206,0 miliardi, mentre tale spesa nel  2013  è stata 214.567 milioni di euro.
Le entrate contributive, dovrebbe essere di 193,5 miliardi per il 2015.
Il saldo previdenziale nel 2014 si dovrebbe attestare sui circa 12 miliardi di disavanzo (meno della metà rispetto al saldo 2013) e a 9 miliardi nel 2015. Quindi le prime stime per il biennio 2014/15 indicherebbero un assestamento della spesa con un incremento delle entrate, e un conseguente miglioramento del saldo finale.
Nel lungo periodo, secondo la Ragioneria generale dello Stato, dopo il 2046, il rapporto spesa/PIL entrerà in una nuova fase di progressiva contrazione, decelerando in modo costante, fino ad arrivare nel 2060  al valore di 13,9%. Questo risultato è essenzialmente determinato dall’applicazione generalizzata del calcolo contributivo e all’adeguamento automatico dei requisiti minimi di età per il pensionamento alle variazioni della speranza di vita. Se oggi il disavanzo fra pensioni e contributi è1.5% del Pil (  nel 2015 rapporto totale Pil spesa pensionistica 15%) nel lungo periodo tende ad annullarsi. Per cui se si introduce maggiore flessibilità nel sistema pensionistico, solo nel breve periodo si creano nuovi buchi contabili da colmare, superabili con contributi di solidarietà ai diretti richiedenti mitigati dal maggior introito dei contributi derivanti dalla ripresa dell’occupazione, così come ci ha informati l’Ista in questi giorni.
Per finire,  il servizio attuariale dell’Inps, tra il 2012 e il 2021 la riforma Fornero darà 80 miliardi di risparmi rispetto alle normative precedenti tenendo conto dei costi delle salvaguardie. Sempre dall’Inps, il presidente Boeri, a proposito delle uscite flessibili dal lavoro a partire dall’età di 62 anni, ha giudicato la cosa impossibile, perché costerebbe circa 10 miliardi.
Vuol dire che si risparmieranno solo 70 miliardi. Ed è ancora tantissimo, perché è tutto a carico dei soli pensionati.
Camillo Linguella

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