I fondi pensione, una difesa contro i venditori di polizze

Scritto il alle 08:47 da [email protected]

Finalmente con la busta arancione dell’Inps si ha l’idea esatta delle propria futura pensione. Le regole saranno sempre più penalizzanti. Per correre ai ripari molti si rivolgeranno a soluzioni alternative. Ma c’è il rischio di cadere nelle grinfie di venditori di polizze di qualsiasi tipo.
Già da tempo sui siti web dei vari fondi pensione di categoria ci sono i motori di simulazione della propria futura pensione e di quanto occorre risparmiare per costruirsi una pensione aggiuntiva. Ma solo ora che è partita la busta arancione Inps, le simulazioni fanno breccia nell’animo dei dipendenti per quel timbro di “ufficialità” che conferisce la fonte pubblica.
Oggi il 25% dei lavoratori, pari a 6milioni e mezzo,  aderisce alla previdenza complementare, meno ai fondi pensione di categoria, più rilevante quella ai fondi aperti, massiccia  ai Pip che sono poi dei veri contratti assicurativi.
In genere i fondi pensione, da soli o supportati dalle organizzazioni sindacali che hanno firmato l’accordo istitutivo, organizzano assemblee, riunioni o seminari fra il personale di riferimento per illustrare i meccanismi e la convenienza della previdenza complementare, lasciando al delegato sindacale o al Patronato il compito di raccogliere eventuali adesioni.
Completamente diverso è lo scenario per i fondi pensione aperti e Pip.
Anche se la Covip ha disciplinato da tempo la pubblicità che possono farsi le forme pensionistiche aventi scopo di lucro, banche e assicurazioni, nessuno è completamente al riparo dai colpi bassi. E’ chiaro che nei documenti ufficiali tutto è conforme alle regole Covip, ma il venditore di polizze, nel chiuso del proprio ufficio o meglio in visita domiciliare, sorseggiando un buon caffè,  novello Dulcamara, promette e imbonisce a ruota libera.
Si calcola che, se finalmente si emergerà dalla crisi, le simulazioni Inps contribuiranno in maniera consistente all’aumento dell’iscrizione alla previdenza complementare. Avendo più disponibilità, oltre all’oggi, si torna a pensare al domani.
Nel Regno Unito il 6 aprile scorso è entrata  in vigore una riforma pensionistica ispirata al principio della piena libertà decisionale dei lavoratori. Basta allo “Stato mamma”. E’ il capovolgimento del principio del welfare che nacque proprio in Inghilterra in base al quale ogni cittadino era assistito dalla “culla alla bara” In base a questa nuova visione,  ciascun lavoratore con 55 anni di età potrà ritirare tutto il montante dei contributi versati durante la propria carriera. Un quarto di questo capitale ritirato sarà esente da tasse, “tax free“, mentre i restanti tre quarti saranno sottoposti a tassazione ordinaria. Chi ritira tutti i propri contributi, non avrà più diritto ad una pensione pubblica e poiché è presumibile che la maggioranza dei lavoratori inglesi continui a lavorare anche oltre i 55 anni, si è scatenata in Inghilterra la corsa a vendere polizze previdenziali che sostituiscano quelle pubbliche. Ipe, il magazine europeo sui fondi pensione ha usato, per descrivere questi soggetti, con un termine molto efficace: “shark, pescecane.
Da noi sia pure in forme diverse, lo scenario potrebbe replicarsi e per far questo ci sta pensando il governo, non so quanto consapevolmente. Aiutano questa previsione due elementi. Il primo è costituito dall’annunciato cambio del vertice della Cassa Depositi e Presiti. Una istituzione sacra direi che ha oculatamente gestito enormi risorse finanziarie al di fuori dei giochetti politici e governativi, anche se l’azionista di maggioranza è il Tesoro. Con il cambio del presidente e dell’amministratore delegato si legge l’intenzione del governo di rompere questa neutralità e di avere, tramite la Cassa quella scossa all’economia che non è riuscita ad avere con il bonus degli 80 euro e con l’anticipo del Tfr in busta paga. I risparmiatori italiani sono delle formichine molto prudenti e annusata l’aria potrebbero voltare le spalle ai buoni postali, la linfa del finanziamento della CdP e virare verso il risparmio previdenziale dove sono ad aspettarli i venditori di polizze.
Il secondo elemento è il disegno di legge sulla concorrenza.
Se non cambia durante la discussione parlamentare, l’art. 15 del ddl prevede la totale portabilità della posizione previdenziale del lavoratore in qualunque strumento di previdenza complementare. Fino ad oggi se si cambiava fondo, da quello di categoria ad un Pip non si poteva trasferire il contributo del datore di lavoro, perché quello è un beneficio stabilito in sede di contratto collettivo di lavoro. Come è stato fatto rilevare, in questo modo si crea una concorrenza tra strumenti che hanno come fine il guadagno– come quelli emessi da fondi pensione aperti e piani individuali pensionistici (Pip) dotati di  una robusta rete commerciale (promotori, bancari, agenti assicurativi) – e strumenti no profit come i fondi pensione, che fanno adesioni solamente in base alla loro affidabilità con costi decisamente inferiori, pari a oltre un quinto rispetto a quelli delle polizze. Se passa la cosiddetta portabilità totale è facile prevedere che un’orda di venditori di polizze si riverserà presso tutti gli attuali iscritti ai fondi pensione negoziali. La portabilità comunque diventa in contraddizione con un’altra decisione annunciata dal governo, quello di favorire gli investimenti nel medio e lungo periodo. Un’accresciuta possibilità di trasferire le posizioni da una parte all’altra costringerà i  fondi pensione  a cambiare le strategie aumentando gli investimenti  di breve termine, invece che lungo periodo.
I fondi pensione negoziali anche se soggetti a rischi maggiori di “scippi” dei propri iscritti, come hanno fatto finora, non sono propensi a mutare le asset class dal lungo a breve periodo.
E’ evidente che solo l’adesione ai fondi pensione negoziali, che non hanno scopo di lucro si avrà la garanzia di una gestione del risparmio molto più redditizia e poco rischiosa e oltretutto con costi infinitivamente inferiori. Assofondipensione, esprimendo  preoccupazione per l’introduzione di questa misura, sottolinea come sia un ennesimo  segno di una mancanza di disegno organico in materia previdenziale. Da un lato si parla di pensione ai 55 enni ( forse Boeri che l’ha proposta si ispira all’esperimento inglese) e nei fatti il sistema è bloccato sulla legge Fornero e si mina, anzicchè rinsaldare, l’unico argine stranamente credibile finora costruito che è la previdenza dei fondi pensione.
Forse per questo lo si vuole abbattere.
Camillo Linguella

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1 commento Commenta
tbtcot
Scritto il 23 giugno 2015 at 21:44

Sarà ma a me sembra come il bue che dice all’asino cornuto….

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