La guerra delle pensioni

Scritto il alle 09:08 da [email protected]

Il panorama pensionistico si aggroviglia sempre di più. Occorrono soluzioni immediate anche se a lungo termine sia sulla flessibilità sia sul rilancio della complementare. Il governo rinvia alla legge di stabilità 2016. Da agosto concede  800 euro di arretrato ai “perequati”, ma intanto “lima” le future pensioni dei giovani.

Dopo la pubblicazione della circolare Inps n. 125/2015 che fornisce le prime indicazioni operative sul pagamento degli arretrati a seguito dello sblocco della perequazione,  l’immediata attenzione degli italiani è rivolta alla conversione in legge del decreto legge che interessa  pochissimi fortunati. Così il prossimo 1 agosto i pensionati con un reddito inferiore a 1.500 euro percepiranno 796,27 euro di arretrati, gli altri a bocca asciutta.

Queste somme vanno ai pensionati più poveri, com’è giusto che sia,  dimenticando però che di blocco in blocco tutti si avviano ad essere indigenti. Prevedibilmente una valanga di ricorsi si abbatterà nei tribunali. Avvocati ed uffici legali, fiutati l’affare già da ora stanno tempestando con email ed sms tutti i pensionati. Una sorta di pesca a strascico. Qualcuno rimarrà impigliato!

Un’elargizione così striminzita è stata necessitata da “esigenze di cassa” come si dice ora, mentre prima le parole d’ordine erano spending review, rigore ( mai calcio d’angolo – mi si perdoni il facile calembour) e austerity. Né le cose all’orizzonte promettono bene. Ieri la notizia di una ripartenza della produzione industriale e dei consumi, oggi una dichiarazione di Visco, il governatore della Banca d’Italia che se non spegne, almeno sopisce ogni entusiasmo.” Siamo in ritardo praticamente su tutto ma abbiamo l’opportunità notevole di colmare il gap e ce l’abbiamo in tante aree e settori“. E’ quanto ha sottolineato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, intervenendo  il 25 giugno 2015 al seminario di Villa Mondragone alla Farnesina.
“In questo Paese c’e’ ancora un potenziale da cogliere“, ha aggiunto. “Si prevede che solo alla fine di quest’anno il Pil dell’area euro ritornerà ai livelli produttivi del 2008, l’economia italiana è ancora molto lontana e ci vorranno diversi anni“. In Europa “siamo in una fase di ristagno. Siamo fermi, questo è un problema”.
Proprio in base a questa secondo considerazione che il governo modificherà qualcosa sulle pensioni con la prossima legge di stabilità, come annunciato più volte il ministro Poletti, mentre il presidente dell’Inps sta scrivendo il copione.
Infatti a quella data, verso settembre/ottobre,  si saprà  con maggiore cognizione come sta andando l’economia, se il Pil aumenta veramente o no e poi si decide. Poi c’è anche un altro elemento che frena dal prendere qualsiasi decisione, come quella sulla cosiddetta “opzione donna” per esempio. L’impedimento viene questa volta dall’esterno. Poiché tutti aspettano che la Grecia faccia tagli sulle pensioni, la Ue non può tollerare che qualche altro paese allarghi i cordoni della borsa. Stretti in questa tenaglia, angariati da una inutile e futile guerra sulle pensioni, soffrono i pensionati attuali e quelli futuri. Mi sembra di veder combattere i pupi siciliani. Ma almeno quelli avevano un epos.
Sulle pensioni nessun volo pindarico,  tutto terra terra
Se andiamo a spulciare il decreto legge 65/2015 oltre a sbloccare la perequazione, vediamo che contiene anche altre perle..
Quello sulla rivalutazione dei montanti contributivi, un classico esempio di come si penalizzano i giovani.
Nel sistema contributivo il montante dei contributi versati viene rivalutato periodicamente in base all’andamento quinquennale del Pil. Nel quinquennio 2009-2013 la media è stata megativa. Alla fine del 2014, si sarebbe dovuto “rivalutare” o meglio svalutare i contributi in base al rendimento negativo del -0,1927 per cento.
Ciò non è accaduto perché, nelle more dei lumi chiesti al Governo, l’Inps ha assunto la responsabilità di non procedere. L’articolo 5 del Dl 21 maggio 2015, n. 65, ratifica la scelta dell’Inps, ma non lo fa gratis e infatti dispone che la rivalutazione non può essere negativa “salvo recupero da effettuare sulle rivalutazioni successive”.
Secondo lavoce.info, la sterilizzazione recuperata produce iniquità perché avvantaggia chi va in pensione nel 2015, senza subire il rendimento negativo del dicembre 2014, rispetto a chi andrà in pensione successivamente, che invece lo subisce nella forma della riduzione del rendimento atteso a dicembre prossimo. Insomma, il rendimento di uno stesso anno, il 2014, è nullo per taluni (i pensionati del 2015) e ridotto per tal altri, i pensionati successivi.
Nel 2016 il coefficiente annuo di capitalizzazione che sarebbe risultato, prima dell’entrata in vigore della disposizione in esame, pari a 1,005331 viene rideterminato in 1,003394, per effetto del recupero nella procedura di sterilizzazione, rosicchiando uno 0.001937, così i montanti saranno rivalutati meno del dovuto.
Sempre secondo “la voce.info”, viene tradita la parità di trattamento, principio fondante dello schema contributivo. Così si riducono ulteriormente le future pensioni.
A questa limatura bisogna poi aggiungere gli incrementi della speranza di vita che dal 2019 diventano biennali. Risultato: lavorare di più per prendere di meno.

Il decreto 65 contiene anche la misura dell’unificazione del pagamento delle pensioni al primo di ogni mese, unificando le varie scadenze attualmente in essere ( art. 8). Leggendo il testo si capisce solo questo. Leggendo qua e là ci si accorge che l’operazione non riduce i costi anzi li aumenta e per recuperarli non si è trovata la strada migliore che impoverire il fondo credito Inps con il quale si erogano i prestiti ed i mutui. Badate bene che questo fondo era già stato “tosato” di 50 milioni di euro con la legge di stabilità 2015.
Un’altra conseguenza pratica è l’ulteriore riduzione della possibilità dei dipendenti specialmente pubblici, che non possono accedere all’anticipo del tfr, di avere crediti agevolati o piccoli prestiti per esigenze di vita immediate e non di grosso importo ( in genere l’equivalente di uno o due stipendi).
Né il governo, per bilanciare le contrazioni della pensione pubblica, fa qualcosa per rilanciare la previdenza complementare. Essa non incide per niente sulla spesa pubblica, anzi l’unico incremento che il  fisco ha registrato lo scorso anno è proprio quello dovuto all’aumento della tassazione sulle casse pensioni private dei professionisti e dei fondi pensione. Oppure il governo pur essendo convinto di questa necessità, sempre perché oberato dalle esiziali “esigenze di cassa” si riserva di intervenire in un secondo momento. Che non arriva mai

Ma intanto la gente non sa più cosa fare e che futuro li aspetta, sia quello lavorativo che quello pensionistico. E viene assalito dall’ansia e dalla frustrazione.
Ma poiché queste non incidono sui conti pubblici, se non come spesa limitata di ansiolitici, nessuno se ne cura.

Camillo Linguella

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1 commento Commenta
tbtcot
Scritto il 26 giugno 2015 at 12:12

Ancora con i suoi cavalli di battaglia.. La previdenza complementare non costa nulla alle casse dello stato..
Di nuovo ma il mancato gettito di irpef non è un costo per le casse dello stato? E quando lo stato è datore di lavoro.. che versa l’iniquo contributo aggiuntivo? (iniquo perché a parità di lavoro 2 retribuzioni)
Insomma la previdenza complementare un industria ampiamente sussidiata dallo stato che non in compenso non garantisce nulla ai lavoratori.
Poi bisogna far la riforma delle pensioni!!!

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