Rinnovo contratti: un’occasione per la complementare degli statali

Scritto il alle 09:04 da [email protected]

La Corte Costituzionale è intervenuta nuovamente sulle politiche di contenimento dei bilanci attuati negli anni passati.  Questa volta al suo vaglio c’era la legittimità del blocco della contrattazione del pubblico impiego. Il giudizio dato, fra il pilatesco ed il salomonico, è a parer mio, per quel poco che ne capisco, un equilibro fra legittimità e merito. Esso, come hanno riferito abbondantemente i media,  si può riassumere così: è stato sbagliato bloccare la contrattazione, non lo fate più per il futuro.
Inoltre la Consulta al di là di tutto ha ribadito il principio della contrattazione che era messa in discussione da molti illuminati pensatori, in favore  della via legislativa,  dei vecchi Dpr, i Decreti del Presidente della Repubblica, con i quali prima del 1993 venivano disciplinati i rapporti di lavoro dei ministeriali e dei decreti legge che tanto piacciono all’attuale governo, perché, per esso, discutere con gli altri, fa perdere solo tempo.

Presumibilmente dopo la pubblicazione della sentenza partiranno le richieste di apertura delle trattative per i rinnovi contrattuali.
Si dovranno così approntare le piattaforme rivendicative, speriamo le più unitarie possibili, si salteranno,  oppure saranno più veloci,  i riti di approvazione da parte dei lavoratori interessati e poi saranno trasmesse a Renzi – Madia perché decidano.
Già si sa che le risorse a disposizione sono poco e si dovrà giocoforza, al di la degli strepiti anch’essi rituali, fare i conti con esse.
La piattaforma dei rinnovi contrattuali non può ignorare la previdenza complementare dei pubblici dipendenti,  offre un’occasione insperata per il suo rilancio. Dovrà necessariamente contenere un apposito paragrafo nel quale si rivendichi la rimozione di alcune differenze ancora esistenti fra il settore del lavoro privato e quello pubblico, l’utilizzo di  strumenti innovativi per aumentare le adesioni e avviare il superamento della figuratività del versamento delle quote di tfr ai fondi pensione.
Uno studio fatto da Piero Lauriola, uno dei massimi esperti in materia di previdenza

Piero Lauriola

Piero Lauriola

complementare del P.I., nel “working  paper Mefop” n. 38/2015 offre degli interessantispunti che meritano di essere approfonditi.
Le ipotesi di nuove modalità di adesione per i dipendenti pubblici e l’armonizzazione
delle regole tra dipendenti pubblici e dipendenti privati
La prima ipotesi è quella dell’adesione senza l’obbligo di conferimento del trattamento
di fine rapporto e senza l’obbligo di trasformazione del trattamento di fine servizio ( buonuscita o altro) in Tfr che oggi è obbligatorio,  fatta salva la  possibilità successiva di poter destinare il Tfr a previdenza complementare e, quindi, di optare per la trasformazione del Tfs in Tfr. Oppure prevedere la possibilità di trasferire il Tfs al Fondo pensione al momento della cessazione del rapporto di lavoro.
Questa possibilità consente di vincere la resistenza a rinunciare al Tfs, considerato
che tanti dipendenti pubblici hanno difficoltà nel comprendere in cosa si distingue un Tfs da un Tfr e come l’accantonamento delle quote di Tfr concorre al finanziamento della previdenza complementare.
La seconda proposta, consiste nell’introduzione di una forma automatica di adesione, definita dalla contrattazione collettiva, come hanno fatto recentemente gli edili, con il solo contributo del datore di lavoro. Anche questa sarebbe una possibilità ulteriore rispetto a quelle attuali e, pertanto, il lavoratore potrebbe in qualsiasi momento successivo  decidere di aggiungere anche il contribuito a proprio carico e il Tfr.  Per mantenere il principio della volontarietà dell’adesione si deve mantenere la possibilità di uscire comunque dalla previdenza complementare, entro un termine un certo periodo. In Inghilterra questo periodo è stato fissato in tre anni. L’uscita comporta la perdita del contributo datoriale ex tunc, cioè dall’inizio.
Obiettivo delle proposte è quello di favorire la  familiarizzare con le regole ed i meccanismi di funzionamento della previdenza complementare e  di valutare la convenienza di una pensione aggiuntiva.
Inoltre la contrattazione collettiva  deve dare la facoltà alla contrattazione integrativa di poter destinare parte del salario di produttività alla previdenza complementare come contribuzione individuale aggiuntiva, sulla stregua di quanto è stato fatto con i Vigili Urbani che si iscrivono a Perseo Sirio e  utilizzano i proventi delle multe in tal senso.
La possibilità di aderire a fondi pensione negoziali senza dover trasformare la propria Buonuscita in Tfr renderebbe più facile la scelta della previdenza complementare da parte di quei lavoratori che potrebbero essere danneggiati dal passaggio. Sicuramente sarebbe un‘opportunità per tutti i dipendenti cosiddetti non contrattualizzati (in particolare militari e forze dell’ordine) per le quali l’indennità di buonuscita (il Tfs), diversamente da quanto avviene per una parte significativa dei lavoratori statali, continua ad essere più vantaggiosa per l’effetto di  vari fattori come la carriera, la valutazione di consistenti anzianità utili.
I lavoratori che hanno aderito rimanendo in Tfs potranno sempre  optare in fasi successive per la trasformazione del Tfs in Tfr e destinarne una quota a previdenza complementare.
Poiché oggi la legge ha dilazionato e rateizzato i tempi per l’erogazione del Tfs, che non è contestuale alla cessazione, ma un bel po’ dopo, fino a 24 mesi, se si vuol far destinare il  Tfs al fondo pensione occorre, pertanto, modificare le norme vigenti per  consentire la liquidazione ed il versamento della prestazione sempre e solo in
unica soluzione e immediatamente dopo la cessazione dal servizio e non dopo i termini di
6, 12 e 24 mesi oggi previsti. Una rivendicazione finale è quella legata alla monetizzazione del tfr e farlo uscire gradualmente dalla virtualità,in modo che anche i dipendenti pubblici possono avere una congrua anticipazione.
L’ultima equiparazione obbligata è quella sulle regole fiscali che oggi sono ancora disciplinate dal decreto legislativo 124/93, più riduttivo rispetto a quello 252/2005.

Camillo Linguella

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1 commento Commenta
tbtcot
Scritto il 13 luglio 2015 at 14:38

Ma ragionare di rendere eguali le retribuzioni a parità di lavoro no?

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