2018: riduzione delle tasse pensionistiche, ma non l’età

Scritto il alle 08:27 da [email protected]

Impazza il caldo ed impazzano anche le proposte sulle pensioni. L’ultima, gradita se vera, uscita come un coniglio dal cilindro, è la promessa di ridurre le tasse ai pensionati,  ma solo dal 2018. A ridosso delle elezioni. Ma altre  decisioni incombono, come   per l’opzione donna. Intanto è giocoforza rivolgersi alla previdenza complementare dove, per rimanere in tema, le tasse sono state aumentate nel 2015 dall’attuale governo. L’inflazione zero affonda la rivalutazione del  tfr.
Nel 2018 anche i pensionati italiani, gli unici in Europa ad essere sottoposti a tassazione ordinaria, avranno la loro riduzione delle tasse, oppure l’estensione del bonus famoso degli 80 euro che tanto bene  ha fatto per i nostri consumi.. E’ quanto ha dichiarato il presidente del Consiglio dei Ministri sabato 19 luglio 2015 in veste di segretario di partito. L’annuncio cancella tutte le personali visioni non abbastanza positive sul futuro dell’economia italiana. Dal che si deduce che il ministro del Lavoro Poletti darà seguito al più volte annunciato  intervento in materia di pensioni nella prossima legge di stabilità, anche per  mettere  un freno  alle turbo  proposte innovative del presidente dell’Inps Boeri.  Come pure la prospettiva, sia pure futura di meno tasse, renderà più dinamici i tavoli di confronto aperti dallo stesso Poletti con i sindacati sempre sulle pensioni.

Forse Renzi pensa, a 20 anni dalla legge Dini, ad una riforma organica, l’ennesima, nel 2018, consentendo aggiustamenti marginali nel frattempo. Aggiustamenti che tanto marginali non sono e che riguardano l’opzione donna, la flessibilità in uscita e un nuovo sistema di perequazione automatica.
Per l’opzione donna una decisione dovrà comunque essere rapidamente presa. Ai fini pensionistici, la normativa di riferimento del regime sperimentale “opzione donna” ad oggi vigente  prevede la maturazione del requisito contributivo minimo pari a 35 anni congiuntamente ad un’età anagrafica di 57 anni e tre mesi + 12 mesi di finestra mobile a condizione che la decorrenza del trattamento pensionistico si collocasse entro la data del 31 dicembre 2015, data limite: fine del servizio 30 dicembre, decorrenza della pensione 31 dicembre 2015. Il governo su questa questione, cioè di coloro che hanno raggiunto i requisiti nel 2015 e per effetto della finestra dovrebbero andare in pensione nel 2016, non ha ancora preso nessuna decisione, mentre l’Inps a seguito del  Messaggio  numero     009304  del 02/12/2014 avente per oggetto l’ Articolo 1, comma 9, della legge 23 agosto 2004, n. 243 ( l’opzione donna),  sta raccogliendo le domande in attesa delle decisioni.
L’altro problema, quello di poter andare in pensione prima discende dalla eccessiva rigidità introdotta dalla  Legge Fornero che va rimossa sia per rispondere alle attese dei dipendenti sia per favorire un efficace turnover nel mercato del lavoro.
Quando Boeri presentò le sue 5 ipotesi di riforma del sistema previdenziale, la Cgil disse che avrebbe provocato una perdita fino al 30% degli assegni pensionistici. Il presidente dell’Inps bollò la cosa come il solito allarmismo  ( e pressapochismo) dei sindacati. Ma la realtà va ancora peggio.
L’ipotesi avanzata recentemente dal Presidente dell’Inps, di introdurre la flessibilità applicando totalmente il sistema contributivo, è profondamente sbagliata e iniqua. Boeri ha indicato per i lavoratori che sceglieranno quest’opzione uno scostamento tra il 7% e il 10% rispetto al calcolo attuale. Tale dato è riconducibile a un calcolo teorico effettuato senza tenere conto della reale situazione dei singoli lavoratori. Un’analisi sui fatti concreti, reali porta a ben altre conclusioni.
Uno studio della Uil  dimostra come, applicando questa conversione, i futuri pensionati avrebbero una riduzione media del trattamento tra il 10% e il 34%.
Bisogna reintrodurre la flessibilità in uscita per i lavoratori senza penalizzazioni ulteriori oltre a quelle implicite esistenti negli attuali coefficienti di trasformazione.
La Uil ha preso in analisi tre casi che ben rispecchiano la situazione dei lavoratori. Due
riferiti a lavoratrici, una soggetta a regime retributivo fino al 2011 e una soggetta a
regime contributivo pro-rata, un terzo elaborando una posizione contributiva reale di un
lavoratore con età anagrafica pari a 62 anni e anzianità contributiva di 35 anni.
Caso A
Lavoratrice dipendente con 62 anni di età, primi versamenti contributivi a giugno 1979
(36 anni di anzianità contributiva ad oggi), carriera lavorativa senza interruzioni,
appartenete al regime “misto” non avendo maturato 18 anni prima del 1995, reddito medio negli ultimi 10 anni 39.800 euro, decorrenza pensione luglio 2015.
Pensione con le attuali regole  2163 euro
Tutto in contributivo 1889
Perdita mensile 247 euro, annua 3211. Percentuale 12.67%
Caso B
Lavoratrice dipendente con 62 anni di età, primi versamenti contributivi a gennaio del 76
(39 anni e 6 mesi di contribuzione), carriera lavorativa senza interruzioni, appartenente
al regime retributivo fino al 2012, reddito medio ultimi 10 anni circa 34.500 euro,
decorrenza pensionamento luglio 2015.
Pensione con le attuali regole  2209
Tutto in contributivo 1527
Perdita mensile 682  annua 8866 percentuale  30.87%
Caso C
Lavoratore dipendente 62 anni di età, 35 anni di contribuzione, carriera lavorativa senza
interruzioni, appartenete al regime retributivo fino al 2012, reddito medio ultimi 10 anni
33.000 euro.
Pensione con le attuali regole  2345
Tutto in contributivo 1549
Perdita mensile 796  annua 10348  percentuale  33.94%.
Poi c’è la questione della previdenza complementare sulla quale si attendono non solo interventi di rilancio, ma anche l’attenuazione delle misure penalizzanti fatte con la legge di stabilità 2015. Con il flop del tfr in busta paga, chiesto  da appena un migliaio di persone, si sono aperti almeno un paio di problemi, uno che riguarda il governo e l’altro i lavoratori dipendenti.
Dal tfr in busta paga Palazzo Chigi si aspettava un’adesione di circa il 40% della platea degli interessati. Con la tassazione ordinaria il fisco avrebbe dovuto incassare 4/5 miliardi di euro, euro che sono evaporati per la scarsa adesione e che andranno trovati da qualche altra parte. Percè dall’anno prossimo si ridurranno le tasse, ma intanto per quest’anno non viene fatto nessuno sconto.
Il secondo problema interessa i lavoratori ed è come far rendere il tfr  adeguatamente.
Il tfr si rivaluta per legge di una percentuale fissa dell’1,5% + lo 0,75% dell’inflazione. Essendo l’inflazione uguale a zero, nel 2014 il tfr si è rivalutato solamente dell1.5% lordo, netto dell1.3%, mentre i fondi pensione hanno registrato un rendimento medio del 5%. La scelta è quasi obbligata. I fondi pensione si rivelano sempre più come un efficace strumento per avere una pensione adeguata. Non tanto per i rendimenti, che non sono tuttavia da disprezzare, ma perché nel continuo cambiamento di regole che subisce la pensione Inps, vuoi per fare cassa, vuoi per stare appresso alla curva demografica della speranza di vita, vuoi per il Pil negativo, ma speriamo che quest’anno non sia così, la previdenza complementare, sta dispiegando tutta la sua affidabilità e coerenza con i fini.

E la ripresa delle adesioni sta a dimostrarlo.
Camillo Linguella

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2 commenti Commenta
tbtcot
Scritto il 20 luglio 2015 at 10:20

Certo che scegliere la previdenza complementare perché un anno é andato bene.. Non mi sembra un gran suggerimento… Qui l’impressione é che si voglia vendere più che aiutare a fare scelte consapevoli. Peccato.

perplessa
Scritto il 20 luglio 2015 at 23:04

i numeri riportati sono tutti relativi perchè bisogna vedere da caso a caso. personalmenente giudico l’opzione donna una cavolata siccome come noto le retribuzioni ante 92 sono calcolate con una formula.mi pare intuitivo che chi ha progettato detta formula l’abbia progettata in maniera che fosse vantaggiosa per l’ente che eroga il trattamento piuttosto che chi lo riceve.però c’è da dire che con la crisi vi sono soggetti che hanno visto notevolmente diminuire le loro retribuzioni negli ultimi anni. faccio un esempio concreto: persone che lavorano in imprese di pulizie a cui sono state diminuite le ore di attività riducendole a poche ore al giorno. part time forzoso dunque. come noto il sistema retributivo è vantaggioso se negli ultimi anni che fanno media la retribuzione cresce. pertanto i suddetti soggetti continuando a lavorare si vedrebbero abbassare la media relativa alla percentuale di retributivo, quindi continuare a lavorare diminuisce il trattamento anzichè aumentarlo, e magari non vale la pena di attendere il limite di età optando per l’opzione donna. il ragionamento ovviamente vale qualora si estenda l suddetto sistema ad altri soggetti.

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