L’Italia a due velocità, anche per la complementare

Scritto il alle 08:38 da [email protected]

Il rapporto Svimez disegna un Sud alla deriva, in un paese sempre più diviso in due e diseguale.  Per il settimo anno consecutivo Pil del Mezzogiorno ancora negativo Divario di Pil pro capite tra Centro-Nord e Sud nel 2014 ai livelli del Duemila. Pil 2014 a -1,7% in Abruzzo, + 0,8% nel Friuli Venezia Giulia. Nel 2014 quasi il 62% dei meridionali ha guadagnato meno di 12mila euro annui. La divaricazione si ripropone anche per la previdenza complementare che poggia su un lavoro quanto meno regolare con iscrizione all’Inps.

I dati del rapporto Svimez 2015, l’ Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, ente privato senza fini di lucro istituito nel 1946,  resi noti ieri, tratteggiano un panorama allarmante: in Italia negli ultimi tre anni, dal 2011 al 2014, le famiglie assolutamente povere sono cresciute a livello nazionale di 390mila nuclei, con un incremento del 37,8% al Sud e del 34,4% al Centro-Nord. Quanto al rischio povertà, nel 2013 in Italia vi era esposto il 18% della popolazione, ma con forti differenze territoriali: 1 su 10 al Centro-Nord, 1 su 3 al Sud. La regione italiana con il più alto rischio di povertà è la Sicilia (41,8%), seguita dalla Campania (37,7%). La povertà assoluta è aumentata al Sud rispetto al 2011 del 2,2% contro il +1,1% del Centro-Nord.

Nel periodo 2011-2014 al Sud le famiglie assolutamente povere sono cresciute di oltre 190mila nuclei in entrambe le ripartizioni, passando da 511mila a 704mila al Sud e da 570mila a 766mila al Centro-Nord. Un Paese, dunque, più che mai diviso a metà. Diseguale. Dove il Sud scivola sempre più nell’arretramento: nel 2014 per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno è ancora negativo, -1,3%, con il divario di Pil pro capite tra Centro-Nord e Sud che è tornato ai livelli di 15 anni fa.
Il rischio – si legge ancora nel report – è che «il depauperamento di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire al Mezzogiorno di agganciare la possibile nuova crescita e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente». C’è un «forte rischio di desertificazione industriale». Insomma, se la situazione non cambia e non si intravvedono possibilità di ripresa economica, e sociale, per le regioni del Mezzogiorno. Non è un caso se, dal 2000 al 2013, «il Sud è cresciuto del 13%: la metà della Grecia che ha segnato +24%.
Il lavoro
Il Mezzogiorno tra il 2008 ed il 2014 registra una caduta dell’occupazione del 9%, a fronte del -1,4% del Centro-Nord, oltre sei volte in più. Delle 811.000 persone che in Italia hanno perso il posto di lavoro nel periodo in questione, ben 576.000 sono residenti nel Mezzogiorno. Nel Sud, dunque, pur essendo presente appena il 26% degli occupati italiani si concentra il 70% delle perdite determinate dalla crisi.
In dieci anni inoltre, dal 2001 al 2014, sono migrate dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord oltre 1,6 milioni di persone, rientrate 923 mila, con un saldo migratorio netto di 744 mila persone (di cui 526 mila under 34 e 205 mila laureati). Dal 2001 al 2014 quindi la popolazione è cresciuta a livello nazionale di circa 3,8 milioni, di cui 3,4 milioni al Centro-Nord e 389 mila al Sud. Nascite in calo anche al Centro-Nord e, per la prima volta, nelle coppie con almeno un genitore straniero, coppie che in precedenza avevano invece contribuito ad alimentare la ripresa della natalità nell’area.

Se andiamo a rivedere le cifre contenuti nel rapporto Covip di quest’anno, i dati confermano con un’assoluta specularità i dati di Svimez

Totale lavoratori attivi                  25.515.000
Iscritti alla previdenza complementare
Dipendenti del settore privato        4.527.509

Dipendenti del settore pubblico         173.081

Autonomi                                        1.839.346

Totale                                             6.539.936

Tasso di adesione 25.6%.

Guardando alla ripartizione per età, solo il 16 per cento delle forze di lavoro con meno di 35 anni è iscritto a una forma pensionistica complementare; il tasso di adesione è pari al 24 per cento per i lavoratori di età compresa tra 35 e 44 anni e al 31 per cento per quelli tra 45 e 64 anni. Nel complesso, l’età media degli aderenti è di 46,2 anni, rispetto ai 42,6 delle forze di lavoro.
Secondo il genere, il tasso di partecipazione è del 27,2 per cento per gli uomini e del 23,5 per le donne. Gli iscritti di sesso maschile rappresentano il 61,1 per cento del totale degli aderenti rispetto a una percentuale totale della  forza  lavoro .
Considerando la residenza degli iscritti, i tassi di partecipazione nel Nord Italia si attestano in media al 30 per cento. Livelli più elevati si registrano nelle regioni dove l’offerta previdenziale è completata da iniziative di tipo territoriale: 40-45 per cento in Valle d’Aosta e in Trentino Alto Adige; valori intorno al 30-32 per cento si osservano in Lombardia, in Friuli Venezia Giulia e in Veneto; nelle altre regioni settentrionali il tasso di partecipazione è comunque non inferiore al 27 per cento.
Nelle regioni centrali i tassi di adesione sono in media del 25 per cento, più elevati in Toscana dove superano il 28.
Nel mezzogiorno, solo il 18 per cento delle forze di lavoro aderisce a forme di previdenza complementare. In tutte le regioni la partecipazione è al di sotto della media nazionale, con i livelli più bassi in Calabria e in Sardegna (intorno al 16 per cento in entrambe).

Anche  in questa situazione sarà difficile colmare il gap e che comunque contiene una premessa positiva. Intanto si può pensare alla previdenza di secondo pilastro  possedendo un lavoro che ti assicuri almeno una pensione Inps.

Camillo Linguella

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1 commento Commenta
tbtcot
Scritto il 31 luglio 2015 at 15:02

Da non stupirsi; la previdenza complementare é sicuramente conveniente per i più anziani e i più ricchi… per il resto molti ma molti dubbi!!!

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