Con l’autunno riparte la maratona pensionistica

Scritto il alle 08:03 da [email protected]

La Cina non bloccherà le pensioni flessibili, ma il percorso diventa ancora più impervio ed accidentato.
La calda estate è alle spalle, resa ancora più infuocata dalla crisi borsistica della Cina e gli italiani riprendono a pieno ritmo le loro occupazioni sperando bene. Anche i parlamentari ed il governo. Di carne al fuoco ce n’è tanta, occorre chiudere le partite lasciate in sospeso a luglio e prepararsi alla prossima legge di stabilità. Secondo le dichiarazioni del ministro Poletti, in questa sede si dovrebbero risolvere tutta una serie di problemi legati alle pensioni.
L’aria che tira non è delle più positive, al di là degli spot pubblicitari dell’esecutivo. L’indice di Mibtel che aveva raggiunto i 25.000 punti all’inizio dell’anno, è crollato rovinosamente a 22.000, riportandoci al 2014 e vanificando il risibile incremento del Pil stimato attorno allo 0.2%. Nonostante questo dato risibile, il governo continua a far mostra di inguaribile ottimismo e annuncia il taglio delle tasse. Per pensare quanto sia improbabile, basta ricordare che all’inizio della crisi, nel 2007, il mibtel era di 44.316 punti!
Infatti mentre si annuncia la detassazione, riducono i servizi e le prestazioni del welfare.
Come si ricorderà, le vacanze sono cominciate con la divulgazione dei dati Istat di una diminuzione dell’occupazione del 22% cui ha risposto a stretto giro di posta l’Inps segnalando un aumento di posti fissi di circa 250mila unità. Poi c’è stato un ritorno di fiamma pochi giorni fa con altrettanti numeri ballerini.
C’è da rimanere frastornati ed interdetti, trattandosi di cifre che provengono, in maniera ufficiale, da istituzioni pubbliche, Inps, Istat e Ministero del Lavoro. Qual è quelle più credibile?
Che siano più credibili i dati dell’Istat lo dimostrerebbero le intenzioni del governo in materia di previdenza. A cominciare dalla famosa e mitica possibilità di andare in pensione prima della età decisa dalla Fornero, le cosiddette flessibilità in uscita. La quale Fornero in un’intervista alla Stampa si dichiara a favore della riduzione dei limiti di età da essa stabiliti. Oggi per andare in pensione di vecchiaia occorrono 20 anni di servizio accreditati all’Inps ed un’età anagrafica di 66 anni e 3 mesi ( diventeranno 66 e 7 l’anno prossimo per effetto dell’allungamento della speranza di vita). Per le donne il limite di età è di 65 e 3. Nel 2018 uomini e donne andranno tutti in pensione indistintamente alla stessa età di 66 e 7.
Per alcune categorie di lavoratori, specie quelli non addetti a funzioni impiegatizie, pensate ad esempio ad un edile, sono limiti oggettivamente elevati. Pertanto da più parti si chiede un “addolcimento” dei predetti limiti.
Accogliendo in pieno la proposta Boeri, si ipotizza una riduzione del 3%  ( altri parlano del 5%) per ogni anno di anticipo dell’età pensionabile in modo da non creare ulteriori aggravi alla spesa pubblica. Poi ce la famosa proposta della “quota 100” di Damiano-Baretta. Il governo non è sfavorevole, a condizione che non costi un euro allo Stato. Si riparla nuovamente di un contributo di solidarietà a carico dei pensionati. Se fosse così, accoppiata taglio delle pensioni del 3/5% e contributo di solidarietà,  sarebbe un’ ennesima ingiustizia sociale ed attuariale. E non sarebbe una prima volta. I ricorsi si sprecheranno.
Secondo uno studio di fattibilità, la possibilità di anticipo dovrebbe assestarsi sui 61-62 anni di età con almeno 30-35 di contributi. Il Mef pensa anche alla reintroduzione dei prepensionamenti attraverso forme di sostegno al reddito per i lavoratori con almeno 55 anni che avendo esaurito la possibilità degli ammortizzatori sociali, si ritrovano letteralmente in mezzo ad una strada. Con il calcolo delle pensione interamente con il sistema contributivo.
Il piano di Boeri, i famosi 5 punti illustrati alla Camera, prevede inoltre la rivisitazione dell’istituto della ricongiunzione dei periodi assicurativi, attenuando o eliminando l’onere a carico dei richiedenti. Una specie di cumulo o totalizzazione più smart. Le ultime due riforme hanno dei costi ancora maggiori di quelli ipotizzati per la flessibilità pensionistica e staremo a vedere da dove saranno prese le risorse necessarie.
L’opzione donna e la settima salvaguardia, viaggeranno su provvedimenti specifici.
Questi punti sui quali la si è trovato un preaccordo in Commissione Lavoro alla Camera e che dovrebbero essere definiti nel corrente mese, senza aspettare la legge di stabilità. Alle Camere è previsto anche il prosieguo della discussione del disegno di legge sulla concorrenza che, fra l’altro, mira a rilanciare la previdenza complementare.
Tutto ciò mentre incombe la promessa del taglio dell’imu, perché sarà foriera di nuove sciagure. Se questa operazione di alleggerimento di tasse indiscriminate, sia al ricco che al povero andasse in porto, ci ritroveremo a pagare di più, com’è successo con l’operazione di Enrico Letta che oltre l’Imu ci ha dato anche la Tasi. Questo dimostra come in mancanza di altri risultati concreti, si è sempre alla ricerca di un colpo ad effetto che faccia impressione sulla “ggente”.
Se c’era tutta questa imprevedibile abbondanza di risorse, non erano necessari i tagli per due miliardi e mezzo alla sanità mascherati come “razionalizzazioni” e tagli alle pensioni sotto forma di parziale o omessa, a seconda dei casi, restituzione della mancata perequazione.
Il taglio del 3% prospettato sulle pensioni flessibili costituisce l’ennesima ingiustizia sociale perché si rompe ancora una volta quel patto fra cittadini ed istituzioni. Ormai nessuno crede più nell’intangibilità dei diritti acquisiti e della irretroattività delle norme. Basta un qualsiasi decreto legge, una folta schiera di opinion makers illuminati ( una volta Ichino, ora Boeri) ed una conversione in legge mediante la fiducia, per abbattere progressivamente lo stato di diritto.
Dal 2012, dopo la riforma Fornero, non esistono più le pensioni retributive, quelle calcolate sulla media degli stipendi degli ultimi 10 anni che tanto fanno gola al presidente dell’Inps, ma solo pensioni “miste” o “contributive”. La trasformazione delle pensioni da retributive a miste ha comportato già una riduzione di circa il 3% sugli importi medi, quindi un ulteriore taglio non trova alcuna giustificazione. Inoltre dare la possibilità di andare in pensione prima si risparmiano in ammortizzatori sociali, cassa integrazione, aspi e naspi ecc …

Per le pensioni contributive è il sistema in sé che garantisce la sostenibilità economica e la cosiddetta neutralità attuariale.
Nel modello contributivo, il coefficiente di trasformazione è il “guardiano” dell’equivalenza attuariale che è inversamente commisurato alla durata della pensione (a durate minori devono corrispondere coefficienti maggiori). Già ora l’importo della pensione tiene conto dell’età al pensionamento. Altrimenti i coefficienti per il calcolo della pensione dovrebbero essere uguali per tutte le età, dai 57 ai 70. In questo caso e solo in questo, sarebbe ovvio oltre che legittimo, introdurre degli abbattimenti man mano che si lascia il lavoro prima del 70simo anno di età.
Il procedere a tentoni non fa che aumentare i sospetti sull’inesistenza una linea di condotta omogenea in questa materia. Non si hanno idee sufficientemente chiare. Altrimenti non si avrebbe da una parte l’enunciazione di politiche di sostegno e reinserimento nel mondo del lavoro dei cinquantenni per farli lavorare fino a 70 anni e contemporaneamente gli annunci di reintroduzione dei prepensionamenti per gli stessi soggetti.
Per la quadratura del cerchio si cerca di coinvolgere anche la previdenza complementare, perché così si trasferiscono parte degli oneri di sostegno al reddito dalle finanze pubbliche a quelle private. Infatti nel disegno di legge sulla concorrenza, c’è la previsione normative che i lavoratori iscritti alla previdenza complementare, che fino ad ora possono chiedere l’erogazione della rendita solo se maturano i requisiti di età previsti della Fornero, di poterlo fare con 5/10 anni di anticipo.
Se un lavoratore per avere la pensione Inps deve aspettare 66 anni e 7 mesi, può chiedere il pagamento anticipato della pensione complementare, al compimento di 61 o, se il fondo lo consente, addirittura a 56 anni e 7 mesi. Cioè se un dipendente si trova di fronte a difficoltà lavorative, usiamo questa espressione, prima della maturazione del diritto a pensione, il sostegno al reddito, dalle casse dello Stato, passa direttamente a carico del lavoratore stesso mediante il pre utilizzo delsuo montante accumulato con la complementare.
Camillo Linguella

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1 commento Commenta
tbtcot
Scritto il 31 agosto 2015 at 10:57

Se un lavoratore per avere la pensione Inps deve aspettare 66 anni e 7 mesi, può chiedere il pagamento anticipato della pensione complementare, al compimento di 61 o, se il fondo lo consente, addirittura a 56 anni e 7 mesi. Cioè se un dipendente si trova di fronte a difficoltà lavorative, usiamo questa espressione, prima della maturazione del diritto a pensione, il sostegno al reddito, dalle casse dello Stato, passa direttamente a carico del lavoratore stesso mediante il pre utilizzo delsuo montante accumulato con la complementare.

Potrbbe essere interessante.. il problema è che il coefficente a 56 anni sarà bassino e per evere una pensione decente ci vuole un montante elevato…
Diciamo per pochi e non per tutti.. non vedo per questo una fuga dai fondi pensione ma un opportunità… purtroppo solo per qualcuno ma sempre un’opportunità in più.

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