Il dibattito sulle pensioni rilancia la complementare

Scritto il alle 09:01 da [email protected]

Il dibattito sulla riforma delle pensioni impazza. Ognuno dice la sua ed il ministro del lavoro, forse impressionato dalla ripresa (che non c’è) pare disposto anche a spendere degli euro. Ma finchè il rapporto fra lavoratori attivi e pensionati è quasi uno ad uno,  la spesa previdenziale, nel lungo periodo resta molto pesante. La stessa adeguatezza delle pensioni è messa seriamente in discussione. Le ipotesi che si stanno facendo in questi giorni hanno alzato un polverone che distrae sulle cause e gli obiettivi.

Il governo ormai è lanciatissimo, nonostante l’ennesimo scivolone in borsa di venerdì scorso ( -3.2%) : vede roseo a tutto spiano sicchè  oltre all’eliminazione delle tasse sulla casa, a Cernobbio Padoan ha dichiarato che saranno ridotte anche le tasse sul lavoro. Sarà stata rinvenuta qualche cornucopia miracolosa finora sfuggita a tutte le ricerche oppure il governo avrà vinto qualche lotteria galattica.

Ma stando con i piedi per terra, almeno per quanto riguarda le pensioni, la situazione non sembra così rosea.

I dati Istat e quelli Inps, una volta tanto concordi, certificano che il rapporto lavoratori/pensionati è pressocchè uno ad uno. Il rapporto ottimale per tenere i conti in ordine e garantire pensioni adeguate, sarebbe di quattro ad uno, cioè quattro lavoratori per ogni pensionato. Questo rapporto non si intravede in nessuna proiezione. Anche se il jobs act facesse tutti i miracoli che gli ideatori si immaginarono, e come le rilevazioni statistiche farebbero intravedere, il rapporto potrebbe arrivare due ad uno. Finchè ci sarà un lavoratore attivo che paga la pensione ad un singolo pensionato, sarà difficile migliorare significativamente il plafond complessivo di risorse per i pensionati e soprattutto per i pensionandi.
Certamente si potrà fare qualcosa sulla flessibilità in uscita, disciplinare meglio o allungare la vigenza legislativa dell’opzione donna o estenderla anche agli uomini. Ma per assicurare una vecchiaia felice, la pensione pubblica da sola non ce la può fare. Paradossalmente uno dei pilastri portanti del jobs act, quello della decontribuzione previdenziale per un triennio per i nuovi assunti, alla fine squilibrerà i conti Inps, più di quanto non lo ha fatto la soppressione dell’Inpdap. Questa denuncia oltretutto viene da un insospettabile, qual è il presidente dell’Inps Boeri.
Per pensioni decenti, al di là di tutte le proposte che affollano i giornali e forse anche la mente dei governanti,  occorre un supporto esterno, che del resto esiste già, solo che non è sufficientemente valorizzato, anzi è stato se non demonizzato, certamente osteggiato. Si tratta della previdenza complementare.
Nel disegno di legge sulla concorrenza, che dovrebbe andare in aula nel corrente mese, il governo aveva previsto una sorta di portabilità selvaggia fra i vari soggetti che gestiscono la previdenza complementare. Portabilità che non avrebbe portato un solo iscritto in più, perché riguardava solo chi  già lo era, ma scatenato una guerra per sottrarre un lavoratore da una parte per portarlo dalla sua. A tutto vantaggio delle Banche e delle Assicurazioni che hanno una estesa, collaudata e ben remunerata rete di venditori di polizze. I Fondi pensione di categoria che non hanno scopo di lucro, né venditori di polizze, avrebbero visto svuotato il loro bacino a scapito della congruità delle prestazioni dei loro aderenti.
Fortunatamente c’è stato un ripensamento. La disposizione, almeno al momento è stata stralciata e sostituita da una norma che in sostanza si preoccupa del rilancio del secondo pilastro previdenziale. Ci auguriamo fortemente che sia così.

E’ strano che nessuno si renda perfettamente conto come l’incertezza sulle pensioni blocca qualsiasi ipotesi di ripresa reale nonostante la ripresina dello 0,3%, cioè niente.
Come si fa a far ripartire concretamente i consumi quando nessuno sa quali saranno gli aiuti per chi perde o finisce il lavoro, che assegno riscuoteranno i pensionati e quando.
Si parla tanto di salario minimo, ma nessuno parla di un’adeguata e rivisitata pensione minima. Oggi grosso modo, la pensione minima di fatto è parametrata su una volta e mezzo l’assegno sociale, circa 650 euro mensili. Secondo le norme della Fornero, non basta il raggiungimento del requisito di età e 20 anni di contributi per essere collocati a riposo. Se l’importo è inferiore ai 650 euro, la pensione viene spostata in avanti, fino al 70 anno.
E’ chiaro che nell’incertezza del futuro, chi ha qualche euro non li spende ( e i consumi non ripartono, nonostante la nuova vulgata che attribuisce un effetto positivo in tal senso al bonus degli 80 euro!). Si preferisce fare come le formiche, col “risparmio fai da te”: un buono postale, un investimento suggerito da qualche amico, escludendo il risparmio previdenziale sia per ignoranza, ma maggiormente per diffidenza.
Questo perché non tutti hanno le idee chiare e si ha paura di perdere anche quel poco che si riesce a risparmiare. Invece aderire significa accantonare regolarmente una parte dei propri risparmi durante la vita lavorativa per ottenere una pensione integrativa  che si aggiungerà a quella corrisposta dalla previdenza obbligatoria.

Il mix di questi due pilastri possono assicurare una vecchiaia serena al lavoratore e all’erario, complici i sistemi di “sostentamento finanziario“.
La previdenza obbligatoria e quella complementare hanno sistemi di finanziamento completamente diversi. La prima funziona con il meccanismo a ripartizione: i contributi dei lavoratori in attività finanziano le pensioni di chi ha già smesso di lavorare. Come abbiamo visto il rapporto uno ad uno restringe il piatto pensionistico. La previdenza complementare, invece, è a capitalizzazione individuale, nella quale i contributi versati da ogni iscritto, il contributo del datore di lavoro e delle quote di Tfr maturate, più i rendimenti finanziari, vengono accantonati su un conto previdenziale individuale e rivalutati nel tempo. Così si viene a formare un salvadanaio aggiuntivo e parallelo per la vecchiaia. Quando si raggiungono i requisiti per la pensione di vecchiaia, o 5 anni prima, come prevede il disegno di legge sulla concorrenza, lo si svuota e su quello che si è accumulato si calcolerà la pensione integrativa. Oppure il 50% della somma messa da parte potrà essere riscossa tutta assieme in unica soluzione e, sulla rimanente parte dell’altro 50% si calcola la rendita pensionistica. Questo a scelta dell’interessato.
Aderire alla previdenza complementare significa inoltre di poter godere di una serie di ulteriori vantaggi:
Beneficio fiscale: deduzione ogni anno dalla dichiarazione dei redditi di una somma massima pari a 5.164,57 €;
Beneficiare di una tassazione degli interessi pari a 20%;
• Beneficiare di una tassazione delle prestazioni future fortemente agevolata (l’aliquota a cui verrà tassata la pensione complementare sarà decrescente al crescere degli anni di partecipazione alla previdenza complementare);
• Libertà di scegliere il tipo di investimento più adeguato al proprio profilo. Si può scegliere il comparto garantito (restituzione del capitale o rendimento uguale a quello del tfr), il comparto prudente o per chi è giovane con una lunga strada lavorativa davanti a sé, il comparto dinamico che assicura rendimenti più elevati.
Camillo Linguella

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1 commento Commenta
tbtcot
Scritto il 7 settembre 2015 at 13:52

Dall’articolo da lei scritto sembrerebbe tutto bello.. tutto bello.. ma siamo sicuri che la complementare possa mantenere le promesse. Dove è scritto?.. ha mai visto come sono calcolate e rivalutate le rendite?…
Forse il problema è li.. anzi anche li…

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