Quale flessibilità dell’età pensionabile

Scritto il alle 07:55 da [email protected]

La riforma delle pensioni oltre che necessaria è anche urgente. Senza modificare le regole e senza rilanciare alla grande la previdenza complementare, la prospettiva per i giovani, le donne e i lavoratori precari e discontinui, è di raggiungere il diritto a pensione ben oltre i 70 anni di età e con importi molto bassi. La famosa generazione 500 euro.

Attualmente sono in discussione delle proposte di legge, fra cui quella C. 857 (Damiano ed altri) che hanno tutte un punto in comune: il ripristino della flessibilità dell’età pensionabile, per stabilire delle regole valide per tutti che attenuino le rigidità della Fornero. E’ chiaro che essendo proposte di legge, atti d’iniziativa parlamentare e non disegni di legge, atti d’iniziativa governativa, ha pochissima o quasi nulla possibilità di trasformarsi in legge. Ma deve servire se non alto a chiarire le idee e a dare quella forza necessaria perché il governo ne assuma e magari le faccia inserire nella prossima Legge di Stabilità.
Un punto chiaro è quello di mettere definitivamente da parte ipotesi di ricalcolo delle pensioni in essere con il metodo contributivo e quelle che prevedano il ripristino della flessibilità sempre legandola al calcolo con il sistema contributivo. Punto che sembra essere condiviso dall’esecutivo e che è valso a mettere un po’ in penombra il presidente dell’Inps Boeri che su questi punti era lanciatissimo. Dopo il varo alla grande dei famosi 5 punti, la sua stella sembra essersi un po’ appannata ed i pensionati e pensionandi tirano un sospiro di sollievo. A fronte di un beneficio economico per le case dello Stato, ci sarebbero stati costi sociali molto elevati. Quindi si deve trovare la quadratura del cerchio partendo dalla pensione anticipata anche se non è detta l’ultima parola.
Il diritto alla pensione anticipata dovrebbe essere raggiunga con una contribuzione massima di 41 anni, uomini e donne, indipendentemente
dall’età anagrafica e senza alcuna penalizzazione, così come prevede del resto la proposta di legge C 857: è in questo modo che si tutelano tutti i lavoratori ed in particolare quelli precoci. Naturalmente anche qui vale quanto detto sopra a proposito delle proposte di legge.
Devono essere i dipendenti a poter scegliere a quale età andare in pensione. I lavoratori, peraltro, devono essere messi nelle condizioni di fare delle scelte consapevoli. Su questa proposta di legge sono stati ascoltate anche le organizzazioni sindacali che sono state quasi tutti concordi sulle linee generali della proposta stessa.
La CGIL ritiene che si possa ripristinare la flessibilità dell’età pensionabile in un arco temporale che va dai 62 ai 70 anni di età,con almeno 35 anni contributi se l’ importo della pensione è pari a 1,5 volte l’assegno sociale.
Tale possibilità però non deve prevedere ulteriori penalizzazioni rispetto a quelle già insite nel sistema. Bisogna tener presente che al di là del superamento della crisi e compagnia cantando ( ancora non sappiamo quali saranno gli effetti della crisi della Volkwagen e noi speriamo che non ve ne sia nessuno), in moltissimi casi i dipendenti sono costretti ad andare in pensione a causa della crisi occupazionale, o a causa della chiusura o del fallimento delle aziende, o a causa della gravosità del lavoro svolto, per il quale non c’è alcun riconoscimento.

Se si deve parlare di di penalizzazioni, si deve riconoscere che i lavori non sono tutti uguali, una cosa essere un colletto bianco e lavorare protetto da un comodo e tiepido ufficio ed un’altra è lavorare in fabbrica o in un cantiere edile.
Questo è uno snodo fondamentale per un profondo ripensamento al rigido automatismo che lega indistintamente l’aumento dell’età o della contribuzione all’incremento relativo alla speranza di vita. Il raggiungimento del diritto a pensione non può al “paletto” dell’età spostato sempre più avanti. Deve essere ripristinato il principio della certezza del diritto e soprattutto diversificare che l’aspettativa di vita a seconda del lavoro svolto.
Non bisogna scartare neppure l’ idea già prospettata anche da Damiano stesso e Baretta, sottosegretario al Mef, di far maturare il diritto a pensione con il raggiungimento della quota 100,senza penalizzazioni.
.
Questo eventuale ulteriore obiettivo deve essere aggiuntivo e non alternativo rispetto alla proposta dei 41 anni di contribuzione senza alcun vincolo di età anagrafica.
Per quanto riguarda il mondo femminile che è stato sicuramente il più penalizzato dalla legge Fornero, l’opzione donna non solo dovrebbe essere applicata fino al 31 dicembre 2015 ma prorogata anche successivamente a tale data.
Complessivamente l’applicazione della legge Damiano  non avrebbe costi altissimi, perché ogni lavoratore continua ad utilizzare  il suo montante accumulato presso l’Inps senza costi aggiuntivi per lo Stato. Caso mai ci potrebbero  essere delle esigenze immediate di cassa per far pronte al primo periodo di applicazione, dove le richieste prevedibilmente saranno più numerose.
Ma andare in pensione prima, quand’anche senza penalizzazioni, col solo montante accumulato all’Inps ed in assenza di qualsiasi integrazione al minimo, comporterà pensioni molto basse. Invece della famosa generazione 500 euro di fatto si avrà quella di 650 euro circa, grosso modo l’equivalente di una volta e mezzo l’assegno sociale. Ed anche se fosse di 700/800 euro, non si vive. Almeno decentemente.
Poiché l’attuale sistema pensionistico a ripartizione non consente aumenti di nessun tipo, è ovvio che per rimpinguare l’assegno occorre cominciare da subito a fare la formichina e mettere qualcosa da parte per la vecchiaia o rivolgersi ad una previdenza aggiuntiva e complementare. Così al pensionamento si potrà avere un 50% accumulato presso un fondo pensione in unica soluzione per far fronte a spese di una certa consistenza o semplicemente agli imprevisti e con il rimanente 50% cercare di avere un incremento almeno del 20% dell’assegno pensionistico.

Questa scelta è ormai ineludibile.
Camillo Linguella

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1 commento Commenta
tbtcot
Scritto il 30 settembre 2015 at 09:08

Il problema è che la previdenza complementare non può dare le risposte necessarie.. più si è giovani e più i coefficenti sono bassi, anche se hai lavorato molto. Unica speranza avere un reddito alto. Quindi molto probabilmente sarà per pochi e il resto?
Sussidiare un sistema per non risolvere i problemi mi sembra sciocco, mi viene da dire: basta sussidi alla previdenza complementare!!!

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