La previdenza è al maschile

Scritto il alle 08:57 da [email protected]

Le donne percepiscono il 40% di pensione in meno degli uomini anche per disparità legislative. Oltre la metà delle donne prende meno di 1.000 euro al mese. Avviata un’indagine conoscitiva parlamentare sulla differenza di genere. Bassissima l’adesione femminile alla previdenza complementare.

Le pagine dei giornali sono quotidianamente piene di sdegnate accuse contro i vecchi pensionati che a causa del sistema retributivo hanno rubato il futuro alle giovani generazioni. In questo mare magno di accuse non manca mai chi tira in ballo le baby pensionate, di cui rimane ancora uno sparuto drappello. Eppure le pensionate sono più povere dei pensionati. Mediamente hanno un assegno inferiore del 40%. Incide non solo la carriera, ma anche norme di “genere” poco favorevoli. Il divario maggiore si registra nelle regioni del Nord. Liguria in testa. Oltre la metà delle donne prende meno di 1.000 euro contro un terzo degli uomini.
I dati Istat del 2014, gli ultimi disponibili e confermati dall’audizione di settembre 2015 del presidente Inps Boeri al Parlamento fanno emergere una “differenza di genere” anche sul fronte pensionistico. Le donne, pur rappresentando il 52,9% dei pensionati (8,8 milioni su 16,6 milioni), percepiscono solo il 44% dei 271 miliardi di euro erogati. Oltre la metà delle donne (52%) percepisce meno di mille euro, contro un terzo (32,2%) degli uomini. Il numero di uomini (178 mila) con un reddito pensionistico mensile pari o superiore a 5.000 euro è cinque volte quello delle donne. La Liguria è la regione in cui il reddito degli uomini presenta lo scarto maggiore rispetto a quello delle donne (è del 53,9% più elevato), seguita da Lazio, Lombardia e Veneto.
La differenza pensionistica  è il risultato finale del un divario di reddito da lavoro tra uomini e donne. La ragione risiede in disuguaglianza nella carriera e nello stipendio, ma non solo. Incide anche una distribuzione diseguale dei compiti dentro casa.
Il sistema pensionistico ha avuto più di uno stravolgimento negli ultimi anni. Questi cambiamenti non hanno modificato il rapporto di genere. La legislazione previdenziale italiana fino agli inizi degli anni 90 del secolo scorso, era molto attento al welfare femminile, di cui le baby pensioni costituivano una parte importante e non di spreco, o ingiustificate regalie come vuole l’attuale pensiero corrente, perché riservate alle donne coniugate o con prole a carico perchè almeno allora c’era la consapevolezza che il maggior peso della conduzione familiare gravava su esse ed era un incentivo concreto alla famiglia e all’incremento demografico.. I limiti di età, tenendo conto del doppio onere lavorativo delle donne, erano diversificati per sesso, più alti per gli uomini, più basso per le donne, 6o e 55. La legge Dini del 1995 aumentando necessariamente e ragionevolmente i limiti di età per adeguarli alle mutate condizioni demografiche, mantenne le differenze inziali portando i limiti di età a 65 e 60. Poi è intervenuta la sentenza della Corte di Giustizia Europea ( c. 46/07 del 413.11.2008), che giudicò discriminatorio i diversi limiti di età nel pubblico impiego in Italia  imponendo la rimozione dell’effetto discriminatorio. Il governo Berlusconi nel 2009 avviò il processo di equiparazione che si sarebbe dovuto concludere nel 2018 ( poi anticipato al 2012). Uno dei ragionamenti della Corte europea era  che l’anticipo danneggiava le donne perché la pensione sarebbe stata calcolata su meno anni di servizio e su retribuzioni più basse, non tenendo conto che le impiegate pubbliche, volontariamente potevano già rimanere in servizio fino al 65 anno di età ed oltre(67).
E’ stato il classico cavallo di Troia attraverso il quale l’elevazione dei limiti di età è stata estesa alle lavoratrici del settore privato ed è ancora in corso.

Tutto ciò premesso, il Parlamento italiano in quest’ambito ha ora avviato opportunamente un’indagine conoscitiva sull’impatto in termini di genere della normativa previdenziale e sulle disparità esistenti in materia di trattamenti pensionistici tra uomini e donne.  Giovedì 17 settembre 2015 si è tenuta una prima audizione con l’intervento di Francesca Bagni Cipriani,  Consigliera nazionale di parità.

L’analisi della Cipriani si è incentrata molto sugli effetti della legge Fornero. Facendo riferimento alla vicenda dell’articolo 24 del decreto-legge n. 201 del 2011, che ha portato il limite di età a 67 anni e 3 mesi molte lavoratrici hanno lamentato conseguenze negative dall’applicazione di questa normativa, perchè la nuova disciplina introduce ulteriori elementi di discriminazione.
C’è la necessita di affrontare in modo più organico questo tema, che provoca disagio, sofferenza, spese e il coinvolgimento della magistratura.
Il caso dell’articolo 24 del decreto-legge n. 201 del 2011 e la materia relativa all’«opzione donna» incidono sulla sfera di autodeterminazione delle stesse donne. Una legislazione che tenga conto della volontà di rimanere al lavoro o di lasciarlo risponde meglio alla necessità di comprendere alcuni fenomeni che stanno avvenendo nella nostra società.
La valutazione dell’impatto di genere, tanto citata e tanta voluta e di cui l’Europa ci chiede conto in tutte le sue raccomandazioni, è molto difficile da mettere in pratica.

Un altro punto che mi sembra di particolare rilievo per dare un segnale culturale è la necessità di cominciare a ragionare seriamente sul riconoscimento e sulla valorizzazione del lavoro di cura.
Questo aspetto del lavoro è sempre molto citato e sottolineato, ma nella pratica non si riesce ad avere un seguito concreto.Nel programma dell’indagine conoscitiva, ad esempio, viene sottolineata la differenza, discriminatoria, tra la possibilità di riscattare la laurea e l’impossibilità di riscattare il periodo di maternità ai fini previdenziali. I congedi, la cui richiesta sappiamo essere motivata dall’onere di lavori di cura, che non sono soltanto per la prole, ma spesso per la famiglia nel complesso, danneggiano la carriera e l’affermazione sul posto di lavoro. Rispetto alla non cumulabilità del riscatto della laurea e del periodo di maternità facoltativa, è all’esame della Commissione Lavoro una proposta di legge.
Il problema di permettere alle donne e agli uomini di fare una scelta libera di maternità o di paternità è il leit motiv di questo momento. Si è tanto lottato per affermare che la maternità non è un destino, ma una scelta. Adesso si deve lottare per affermare il principio secondo cui la scelta della maternità o della paternità non deve essere penalizzata, grazie al dispiegamento di tutte le risorse, le collaborazioni, le solidarietà e di tutti i meccanismi necessari.
Si mette in moto un meccanismo molto punitivo, in assenza di una cultura che valorizzi la scelta della maternità.
Avendo una tendenza demografica negativa non si ha nessuna prospettiva di avere una popolazione in crescita e che domani potrà essere soggetto produttivo. Questo elemento per esempio in maniera lata, può scoraggiare gli investimenti esteri. Si tratta di un dato economico di grande rilievo ma sottovalutato.
Complessivamente, una donna si trova sola a dover affrontare tutto, dagli orari alla scuola, alle medicine, alla babysitter, all’accompagnamento. È il contesto complessivo dell’organizzazione della nostra società che dobbiamo cercare di modificare e mettere a regime. Quando l’Europa ci impose in primis l’equiparazione dell’età pensionistica fra uomini e donne del pubblico impiego, lo fece per evitare discriminazione di genere. Questo modo di eliminare le discriminazioni è contraddittorio rispetto alla ricerca di effettiva parità. Allora, per addolcire la pillola si disse che i risparmi che ne sarebbero derivati, circa 2 miliardi di euro, sarebbero stati investiti nel welfare femminile. Ma niente di tutto questo è stato fatto.
L’opzione donna che è una possibilità limitata di uscire prime dal mondo del lavoro, comunque non è gratis. Le donne questo anticipo se lo pagano, con decurtazioni dell’assegno dal 20 al 30% e non mi sembra che sia il modo migliore per eliminare le differenze fra i generi. Vedremo cosa ci sarà nella prossima legge di stabilità. Ma già si parla di costo zero. Al posto di una politica di “neutralità attuariale” occorrerebbe una attività solidaristica almeno fra i pensionati.
Rispetto alla previdenza complementare il tasso di adesione è pari al 24 per cento per i lavoratori di età compresa tra 35 e 44 anni e al 31 per cento per quelli tra 45 e 64 anni. Nel complesso, l’età media degli aderenti è di 46,2 anni, rispetto ai 42,6 delle forze di lavoro.
Secondo il genere, il tasso di partecipazione è del 27,2 per cento per gli uomini e del 23,5 per le donne. Gli iscritti di sesso maschile rappresentano il 61,1 per cento del totale degli aderenti rispetto a una percentuale sulle forze di lavoro del 57,6 per cento.
Camillo Linguella

VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 0 (from 0 votes)
Nessun commento Commenta

Articoli dal Network
Setup e Angoli di Gann FTSE MIB INDEX Setup Annuale: ultimi: 2016/2017 (range 15017/23133 ) )
Stoxx Giornaliero Buongiorno e ben ritrovati, faccio un veloce aggiornamento sulla situazione
Mentre scrivo questo articolo, il mercato delle criptovalute sta passando un momento di profondo
Il grande protagonista (oltre alla Lira Turca) è sicuramente il Dollaro USA che si dimostra val
Setup e Angoli di Gann FTSE MIB INDEX Setup Annuale: ultimi: 2016/2017 (range 15017/23133 ) )
L’ho detto in passato e lo ripeto. Abbiamo sottovalutato quell’uomo. Dietro all’aspetto de
La crisi turca non cambia, al momento, l'impostazione degli operatori della borsa USA. C'è quindi
Agosto non si smentisce e quando meno te lo aspetti, eccoti arrivare la sorpresina. La crisi Turca
Cari amici lettori, il vostro autore scapestrato prova ad andare qualche giorno in ferie.
Noi questa volta partiamo da qui, dall'articolo del Sole 24 Ore, ma soprattutto dall'esposizione