Pensioni:Tanto rumor per nulla

Scritto il alle 08:37 da [email protected]

Di pensioni se ne parlerà nel 2017 a ridosso delle elezioni. Chi sperava in un qualche contentino sulle pensioni nella prossima legge di stabilità, è stato gelato dalle dichiarazioni del presidente del consiglio fatte in corso di una trasmissione televisiva. Bisogna vederci chiaro, ha detto in sostanza, per modificare, migliorare. Per cambiare le pensioni occorrono soldi, ma questi devono essere impegnati innanzitutto per la riduzione dell’Imu.

Concetti confermati in una trasmissione radiofonica di ieri. Sulla flessibilità pensionistica in uscita «sono pronto a chiuderla nel giro di pochi mesi ma non in modo raffazzonato. Sono molto preoccupato di non fare pasticci come in passato: faremo partire con l’Inps un grande lavoro di coinvolgimento degli interessati». Per l’opzione donna e la settima salvaguardia degli esodati nebbia fitta come in Val Padana.

Domani ci dovrebbe essere il varo della legge di stabilità e vedremo di concreto la portata di queste dichiarazioni. Miglioramenti non ce ne dovrebbero essere, ma peggioramenti non li esclude nessuno.
La ragione vera di questo voltafaccia sarà stato qualche cauto e fermo consiglio da parte dei burocrati di Brusselles che avranno invitato a scegliere fra Imu e pensioni. La decisione di privilegiare l’imu farà felice tutti i ricchi proprietari di casa che alla pensione non ci pensano proprio, ma arrabbiare e deludere tutti gli altri. I sindacati hanno organizzate le rituali manifestazioni sotto le Prefetture più per forza d’inerzia che per reale convincimento che queste bastino a cambiare qualcosa.
La delusione è tanta, più che rabbia. Molti già pensavano di poter lasciare da subito il lavoro, anche rinunciando ad un 3% sulla pensione per ogni anno di anticipo. Questo a prescindere dall’ulteriore riduzione dell’assegno pensionistico dovuto al sistema contributivo.
In concomitanza di tutto questo c’è stato un convegno dell’Inca dedicato proprio alle pensioni. Anzi per essere più precisi il convegno si è tenuto “sulle povertà delle future pensioni contributive” presentato il giorno 8 ottobre 2015 a Roma, con l’illustrazione di alcuni casi emblematici per descrivere il futuro pensionistico di migliaia di persone.
A 20 anni dall’introduzione del sistema contributivo per il calcolo delle pensioni – ha spiegato Fulvia Colombini, del collegio di presidenza dell’Inca – col sistema contributivo, c’è una quota di persone che, già oggi, è a forte rischio di povertà; se non si introdurranno dei correttivi, assisteremo al peggioramento della situazione in generale”.
Nei prossimi cinque/sei anni ci sarà una graduale uscita dal mondo del lavoro di coloro che andranno in pensione con il sistema prevalentemente retributivo, quelli che avevano già maturato 18 anni di contribuzione al 31 dicembre 1995. Successivamente, la popolazione attiva che si avvicina al pensionamento sarà composta da coloro che avranno diritto al calcolo con il sistema misto (non avendo maturato i 18 anni di contribuzione al 31 dicembre 1995) e diventeranno sempre più numerose le persone per le quali si applicherà il calcolo contributivo puro per la liquidazione delle loro pensioni.
In prospettiva, per questa ultima fascia le pensioni saranno assolutamente inadeguate con una forte dose di rischio di povertà.
L’antidoto a quest’inadeguatezza dovrebbe essere il ricorso massiccio alla previdenza complementare. Purtroppo nonostante gli incentivi, la sicurezza e la convenienza, continua a segnare il passo ad onta di tutti gli scenari negativi che si addensano sul futuro pensionistico di quasi tutti i lavoratori dipendenti. Forse è incoscienza, ignavia o semplicemente ignoranza dello strumento integrativo. Oppure c’è qualcuno che ancora si illude di poter introdurre dei correttivi che con una spesa pubblica spalmata negli anni, andrebbero ad alleviare tante prossime situazioni di disagio e di povertà che rischiano di diventare esclusioni sociali.

Fra le proposte sul tappeto, che vengono ribadite alla vigilia di ogni legge finanziaria e in definitiva tendono a superare la pensione complementare, addossando gli oneri individuali alla collettività, c’è per esempio la reintroduzione dell’integrazione al minimo, per integrare importi di pensione troppo bassi che non raggiungono neppure il minimo vitale.
Altre proposte riguardano:
• Eliminazione dei i massimali alla contribuzione figurativa sui trattamenti legati alla disoccupazione involontaria Naspi, perché le persone vengono penalizzate due volte, prima quando perdono il lavoro e successivamente per la misura della propria pensione che si riduce.

• Diversificazione dell’aspettativa di vita tenendo in considerazione che le varie tipologie di lavoro non sono tutte uguali; in particolare, necessitano una particolare attenzione i lavori usuranti per consentire un’uscita anticipata dal lavoro, aggiornando anche i coefficienti di trasformazione per il calcolo della misura.

• Introduzione della possibilità di riscatto della maternità facoltativa, anche oltre i cinque anni previsti e eliminare la diversa valorizzazione retributiva dei periodi figurativi.
L’Inca ha proposto come esempio il caso di un lavoratore discontinuo che voglio riprendere:
Gennarino, nato il 16.11.1988, 27enne dipendente privato a tempo determinato, a volte anche part-time”. Ha lavorato:
• come apprendista dal 1.6.2004 al 26.9.2010;
• da dipendente privato dal 1.3.2011 a tutt’oggi.
Ha percepito l’indennità di disoccupazione ASpI dal 16.12.2013 al 13.6.2014.
Al 30 giugno 2015, Gennarino non ha maturato neanche 5 anni di contribuzione e, dunque, in caso di malattia non avrebbe diritto neanche all’assegno ordinario di invalidità o alla pensione di inabilità assoluta e permanente a svolgere qualsiasi attività lavorativa. Fortunatamente sta bene e continua ad arrabattarsi.
Se la sua carriera professionale dovesse seguire lo stesso andamento, sarà difficile – anzi, impossibile – per lui perfezionare il diritto alla pensione anticipata, per la quale tra il 2016-2018 sono richiesti 42 anni e 10 mesi di contributi, o, in alternativa, 63 anni e 7 mesi di età, 20 anni di contribuzione effettiva e aver maturato un importo pensionistico di almeno 2,8 quello dell’assegno sociale (1.255,86 euro nel 2015).
Gennarino, inoltre, non potrebbe andare in pensione di vecchiaia alla stessa età prevista per i lavoratori assicurati prima del 1° gennaio 1996, per mancanza del requisito minimo di pensione maturato, pari almeno a 1,5 volte quello dell’assegno sociale (672,78 euro nel 2015).
L’unica prospettiva è quella di poter accedere alla pensione di vecchiaia, con almeno 5 anni di contribuzione effettiva, a prescindere dall’importo maturato, presumibilmente a 74 anni di età. La legge n. 214/2011 aveva previsto questo pensionamento a 70 anni di età, ma l’INPS ha adeguato anche questo requisito anagrafico all’incremento della speranza di vita (diventati 70 anni e 3 mesi nel 2013-2015 e 70 anni e 7 mesi nel 2016-2018).
Dal 1° gennaio 2019 ci sarà un ulteriore adeguamento legato all’aspettativa di vita. Da questa data seguiranno adeguamenti con cadenza biennale. Non è quindi possibile indicare l’età effettiva del pensionamento.
Con il sistema misto, invece, quelli che avevano anche una sola settimana di contribuzione precedente il 1° gennaio 1996, al compimento dell’età pensionabile – presumibilmente a 70 anni (nel 2016-2018 richiesti 66 anni e 7 mesi di età) – avrebbero percepito il trattamento pensionistico di vecchiaia se in possesso di almeno 20 anni di contribuzione, a prescindere dall’importo maturato, con garanzia del trattamento minimo nel caso in cui non avessero superato determinati limiti reddituali.
Vedremo quali saranno gli interventi concreti del governo dopo averci “pensato bene”. Anche l’anno scorso Poletti disse che si sarebbe intervenuti con la prossima finanziaria, quella di quest’anno per intenderci, per “pensarci bene”. Si può verificare l’assurdo che Gennarino, se nonostante tutto si iscrive ad una forma di previdenza complementare, per effetto del disegno di legge sulla concorrenza, maturerà il diritto alla pensione integrativa a 60 o 65 anni mentre per quella Inps deve superare i 70!
E’ evidente che in futuro saranno sempre più frequenti le situazioni di questo tipo, persone che versano i contributi a gestioni diverse, perché potrà succedere di cambiare lavoro con una certa frequenza e che le limitazioni sopra descritte penalizzano e non favoriscono la mobilità professionale delle persone.
Camillo Linguella

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1 commento Commenta
tbtcot
Scritto il 14 ottobre 2015 at 12:39

Sul fatto che le pensioni domani per molti siano basse condivido.. ma la nostra previdenza complementare, a mio avviso, nella maggior parte dei casi non potrà dare risposte adeguate, anzi eroderà i già pochi risparmi.. attenzione la rivalutazione delle rendite sarà fondamentale.

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