La lotta sotterranea contro i Fondi pensione di categoria

Scritto il alle 08:26 da [email protected]

fondo pensione sicuroPer ridurre il debito pubblico, il governo dell’abolizione dell’Imu, nel solo 2014 ha imposto una pressione fiscale del 43,3%, aumentando i balzelli ovunque. In particolar modo furono tartassati il Tfr e Fondi pensione, le uniche forme di risparmio previdenziale che finora erano riuscite a salvarsi.

Con la Legge di Stabilità 2015, il Tfr, è stato quello più colpito più. Se resta in azienda, l’aliquota sulla rivalutazione è passata dall’11% al17%, se va in un fondo pensione, il rendimento è tassato al 20%; se viene in busta paga, cosa che fortunatamente hanno fatto in pochi, è soggetto alla tassazione ordinaria.

Perché colpire questo istituto ed indirettamente la previdenza complementare? Sicuramente non perché i trasferimenti fiscali veicolati da questa siano particolarmente rilevante per la riduzione del deficit, di cui peraltro non sembra sia ora la cosa più importante, visto che la legge di stabilità prossima si basa tutta sul debito. Forse la risposta è più sofisticata.
Si può partire dalle affermazioni di Mauro Marè presidente di Mefop, secondo il quale le variabili di base del sistema negli ultimi 30 anni sono profondamente cambiate, con gli sviluppi demografici e del mercato del lavoro alquanto negativi. Il rischio politico è dato dalla tentazione che i governi, forzati da gravi situazioni di bilancio pubblico, possono esser tentati ad appropriarsi del patrimonio dei Fondi pensione, come è avvenuto recentemente in alcuni paesi – l’Argentina, la Polonia, l’Ungheria.
Proprio per fugare queste possibili tentazioni, ma soprattutto per dare un contributo
alla ripresa economica del nostro Paese, si era pensato qualche mese fa di promuovere un Fondo per l’economia italiana da parte dei Fondi pensioni e delle Casse di previdenza.
L’idea di un fondo degli investitori previdenziali per l’economia italiana poteva contribuire, in una situazione in cui le banche non fanno credito come prima, ad offrire risorse per gli investimenti e lo sviluppo, in un processo del tutto volontario, deciso dai Fondi e dalle casse, senza l’intervento di soggetti pubblici.
Fondi e Casse si erano dichiarati disponibili a realizzare questo strumento e ad averne la maggioranza assoluta della proprietà. Non se ne è fatto niente e il governo pensa di raggiungere gli stessi obiettivi con il DM sul credito d’imposta quando indirizza gli investimenti.
Questo perché nonostante la perdurante recessione economica attraversata dal nostro Paese, secondo Clizia Savarese al convegno Inca sulla Previdenza complementare dello scorso aprile, il sistema dei Fondi pensione negoziali ha mostrato di reggere bene alla crisi gestendo con efficacia gli andamenti particolarmente avversi del mercato e individuando le risposte immediate e innovative per salvaguardare l’investimento previdenziale degli iscritti. I rendimenti medi dal 2006 al 2014 sono stati positivi per tutte le tipologie di forma pensionistica e per i rispettivi comparti. I Fondi negoziali nel solo 2014 hanno reso in media il 7,3 per cento al netto dei costi di gestione e degli oneri fiscali come i fondi aperti ed i Pip. Nel 2014 il Tfr si è rivalutato, al netto dell’imposta sostitutiva, dell’1,3 per cento.
Perché allora i Fondi negoziali o chiusi di categoria sono nel mirino dell’esecutivo, almeno così sembra. E’ innegabile che vi sia in atto una lotta silenziosa e strisciante contro i fondi pensione negoziali. La cartina di tornasole la fornisce il disegno di legge sulla concorrenza. Passato dalla Camera al Senato, sono stati riproposti tutta una serie di emendamenti fagocitanti, fra cui nuovamente quello sulla “portabilità selvaggia“. Ma già è “semilegge” l’obbligo di concentrare i fondi favorendo processi di fusione teoricamente per ridurre i costi e migliorare le performance.
I fondi negoziali sono emanazione contrattuale, senza scopo di lucro a differenza dei Fondi pensione aperti o i Piani Pensionistici individuali che sono invece promossi da banche e compagnie assicurative finanziarie.
Dal punto di vista contabile i costi direttamente a carico degli aderenti rappresentano per il fondo pensione un’entrata che viene destinata alla copertura degli oneri effettivamente sostenuti. Se il flusso originato dai costi è superiore alle reali necessità del fondo, il surplus è restituito agli iscritti, oppure accantonato.
Un principio solidaristico che non esiste nei Fondi aperti e nei Pip che hanno oltretutto  costi di gestione più elevati.
Dall’ultima relazione Covip, si evince, che se si considera un periodo di investimento di 35 anni, l’Isc (Indicatore sintetico dei costi), che misura la riduzione del rendimento percentuale annuo a fronte del complesso dei costi gravanti sull’aderente (ad eccezione delle commissioni di incentivazione), è pari in media allo 0,2% per i Fondi negoziali, all’1,1% per quelli aperti e all’1,5% per i Pip.
Il problema di fondo comunque è un altro

Al di là della facile interpretazione di avversione dell’attuale compagine governativa contro le forze intermedie ( i sindacati perché della Confindustria non è dato registrare particolari negatività), i Fondi pensione negoziali con la loro imprevista capacità di azione, che ha impedito il verificarsi della speranza di alcuni che chiudessero da soli, bloccano l’incursione dei soggetti che hanno finalità di lucro, Banche,Assicurazioni, Sgr, Sim, nella vasta prateria del risparmio previdenziale in cui va a confluire l’ex Bot People e il cittadino il cui reddito falcidiato gli impedisce l’acquisto della casa per la vecchiaia. Chi era certo che i fondi di categoria collassassero, travolti da dispute ideologiche o incapacità gestionali, come i fondi dei metalmeccanici o dei chimici, per es., ed impadronirsi degli aderenti, è rimasto a bocca asciutta. Da alloracercano altre strade per raggiungere lo stesso scopo. Questi soggetti, banche eccetera, trovano alleati inconsapevoli fra coloro che dal “basso” criticano le parti sociali ( in sostanza i sindacati confederali) per la semplice presenza nei Fondi e nei CdA, “perché vogliono gestire soldi e potere come le banche, invece di battersi per il ripristino del sistema retributivo puro come quello esistente prima della Dini”. Amenità condite con anche supporti para – attuariali.
Come pure i processi di fusione. Essi non possono essere imposti per legge, ma possono essere il frutto di autonome e consapevoli decisioni fra categorie il più possibile affini.
Camillo Linguella

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1 commento Commenta
tbtcot
Scritto il 28 ottobre 2015 at 10:26

Come se l’industria del risparmio gestito non fosse ampiamente presente anche nei negoziali…. Banche.. Sim.. solo che nei negoziali devono spartirsi la torta con altri soggetti..
Certo il 2014 è andato bene ma il 2008 o il 2011?
Prendere a confronto solo un anno per un investimento di tipo previdenziale non mi sembra intelligente ne corretto..

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