Riforma pensioni: Se provassimo con la pensione di cittadinanza?

Scritto il alle 08:31 da [email protected]

topolinoCon il sistema contributivo con qualsiasi soluzione, la pensione delle prossime generazioni non sarà mai adeguata. Occorrerà sempre do più che parallelamente ciascuno provveda a costruirsi una pensione integrativa con i soldi propri. Un’ideale riforma dovrebbe essere costituita da una pensione a 3 pilastri: una pensione base per tutti  i lavoratori dipendenti a carico della fiscalità generale ( primo pilastro), una pensione spettante in base ai contributi versati  (secondo pilastro) e una pensione complementare volontaria (terzo pilastro).

Ormai tutti si sentono autorizzati a formulare proposte di riforma delle pensioni. Soggetti abilitati e non, competenti ed orecchianti della materia, amministratori pubblici e privati cui vengono concessi ampi spazi televisivi per sciorinare la bontà delle loro proposte. Pare di assistere alle aste televisive. Anche io, pur non concedendomi di partecipare non dico a “mezz’ora”, ma neppure a “5 minuti”, voglio provare ad inserirmi nel coro, come si fa al bar quando si governa il mondo fra un bicchiere e l’altro oppure si costruisce la nazionale di calcio. Ognuno ha una formazione infallibile. Purtroppo con le pensioni, per continuare la metafora calcistica, si corre il rischio di andare direttamente dalla seria A alla serie C. Con le attuali regole non si può fare, eppure si stanno adoperando con zelo per cambiarle.
Nonostante le promesse, reiterate per tutto il 2015, la legge di stabilità per il prossimo anno non contiene niente per le pensioni, se si esclude la dovuta applicazione dell’”opzione donna” a tutte quelle che maturano il requisito entro il prossimo mese di dicembre e la settima (ultima?)salvaguardia di 25000 esodati con i risparmi delle salvaguardie precedenti. Quella che doveva essere il piatto forte, la flessibilità in uscita, cioè il consentire di poter andare in pensione dai 63 anni in poi con penalizzazioni, è stata eliminata all’ultimo momento. Se ne parlerà a tempo debito perchè le scadenze annunciate non contano, visto la sorte di quelle precedenti, facendo adirare non poco il presidente dell’Inps Tito Boeri che se ne è pubblicamente lamentato nel corso della presentazione del Bilancio Sociale Inps. In quella sede affermato che provvedimenti slegati fra li loro poi alla fine producono maggiore spesa. Successivamente partecipando alla trasmissione televisiva della Annunziata, “ ½ ora” appunto, quale “ministro delle pensioni facente funzioni”, ha sciorinato la sua ipotesi di riforma.
Purtroppo in una delle sue tante esternazioni , Padoan ha affermato che la spesa pensionistica crescerà ancora fino al 2040. Speriamo che ciò non voglia dire che fino a quella data staremo messi male. Certo i futuri pensionati non saranno particolarmente confortati da questa notizia.
In effetti la preoccupazione maggiore sta proprio qui. La mancanza di disponibilità economica. Il discorso potrebbe divagare se è giusto dare la priorità all’eliminazione dell’Imu e  tagliare la Sanità e le Pensioni, o fare tutto il contrario: sarebbero esercizi retorici. Ma prima o poi bisognerà affrontare organicamente il problema delle pensioni in parallelo con le mutate situazioni economiche positive del paese. Non sono io a dirlo, ma questa è la voce che gira.
Oggi si fa un gran parlare della necessità di introdurre il reddito di cittadinanza. Correttamente inteso è una misura di welfare che spetterebbe, se introdotta a tutti coloro che hanno la cittadinanza italiana ma non ai residenti. Il reddito di cittadinanza vero e proprio andrebbe indistintamente nelle tasche di tutti, ricchi e poveri, possibilmente temperato dalle possibilità reddituali di ciascuno. In realtà si intende di un reddito minimo garantito per tutti i residenti.
E’ una misura che viene già applicata in molti paesi. Sono stati anche ipotizzati gli importi monetari con un range dai 700 ai 1000 euro mensili. Le risorse potrebbero essere reperite dirottando gli stanziamenti per gli 80 euro, che è costata 10 miliardi, il resto con un po’ di fantasia.
Quando si porrà mano ad un’ennesima riforma delle pensioni, oltre ai limiti di età ed alle flessibilità in uscita, al riconoscimento del lavoro di cura familiare che oggi è ancora prevalentemente a carico delle donne, si potrebbe pensare di istituire una pensione di base minima.
Prendendo le mosse da un vecchio disegno di legge della passata legislatura, (AS 1958 del 13 gennaio 2010), firmato da Zanda, attuale capogruppo al Senato e Morando, attuale vice ministro del Tesoro, si può pensare di costruire un sistema pensionistico pubblico basato su tre componenti o «pilastri», due obbligatori ed uno volontario. Una pensione di base finanziata dalla fiscalità generale, che deve garantire, in presenza e la maturazione di alcuni requisiti, a tutti i lavoratori anziani prestazioni minime adeguate alle loro esigenze di vita di importo pari all’attuale assegno sociale e una pensione di secondo livello, calcolata secondo il vigente sistema contributivo, volta a garantire prestazioni aggiuntive correlate ai contributi versati dai singoli soggetti nel corso della loro vita.
L’aliquota contributiva deve essere uguale per tutti, in misura complessiva indicativamente pari al 28/30 per cento del reddito lordo da lavoro, e come oggi per due terzi a carico del datore di lavoro e per un terzo a carico del prestatore.
I punti percentuali risparmiati, dal 28 all’attuale 33% potrebbero essere utilizzati riconoscendo al lavoratore la facoltà di destinarli alla previdenza complementare, il terzo pilastro che poggia su base volontaria.
L’accesso alla pensione di base è condizionato al possesso di alcuni requisiti, contributivi e anagrafici come almeno dieci anni di soggiorno legale, anche non continuativo, nel territorio nazionale; almeno dieci anni complessivi di contribuzione effettiva, anche non continuativa, in  una o più gestioni di previdenza obbligatoria; la maturazione dei requisiti anagrafici previsti dalla legge per l’accesso alla pensione contributiva con flessibilità in uscita senza dover ricorrere alle penalizzazioni che sono connaturate al sistema contributivo. Occorre altresì dilazionare i tempi di adeguamento alla speranza di vita ( dal 2019 sarà biennale) e, tenendo conto che i lavori non sono eguali, stabilire diverse soglie di accesso al pensionamento a secondo della tipologia di lavoro. In soldoni, l’impiegato a 70 anni ci può andare in pensione, se vuole, l’edile forse se ci va qualche anno prima non sarebbe male.
Un’altra disciplina dovrebbe essere riservata ad alcuni specifici interventi correttivi applicabili, in via generale, a tutti i lavoratori già iscritti alla previdenza obbligatoria.
In particolare, si propone :
la revisione dei criteri di perequazione automatica delle pensioni attraverso l’introduzione di forme di indicizzazione miste, riferite tanto all’andamento del costo della vita, quanto alla dinamica delle retribuzioni reali.
• la revisione delle fasce di cumulabilità delle pensioni indirette/reversibili.
Camillo Linguella

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1 commento Commenta
draziz
Scritto il 5 novembre 2015 at 10:04

…e i grandi “lavoratori”, quelli addetti a lavoro usurante, quelli che siedono in Parlamento, a che etá ci vanno in pensione?
Con i soldi versati (tanti) a carico dei contribuenti?
Dopo quanti anni di versamenti?

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