Gli investimenti dei fondi pensione

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diffidenzaCome investono i fondi pensione per tutelare gli aderenti dai rischi, le norme e le regole da seguire per evitare brutte sorprese.

I fondi pensione negoziali raccolgono le quote ed il Tfr degli iscritti e lo investono nei mercati finanziari per ottenere dei rendimenti maggiori di quelli assicurati per legge dalla rivalutazione del Tfr. Esso com’è noto si rivaluta annualmente dell’1,5% + 0.75% dell’inflazione. Poiché anche quest’anno l’inflazione è zero, si rivaluta del solo 1.5%. I rendimenti della previdenza complementare l’anno scorso sono stati maggiori del 5% mentre quest’anno si prevedono rendimenti minori, ma sempre più alti di quello del Tfr.
Ma come investono i fondi pensione e con quali criteri stabiliscono il loro asset. Stabilito che i fondi pensione non hanno finalità di lucro né fini speculativi, tutta l’attività finanziaria è minuziosamente disciplinata dalla legge e controllata dalla Covip che è, almeno finora, essere stata molto più presente e puntuale della Consob e della Banca d’Italia in analoga attività su altri soggetti.
Il decreto legislativo 252/2005 (art 6 cc 11 e segg) prevede che
“I criteri di individuazione e di ripartizione del rischio, nella scelta degli investimenti, devono essere indicati nello statuto dei fondi. “ Con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, sentita la COVIP, sono individuate le attività nelle quali i fondi pensione possono investire le proprie disponibilità, con i rispettivi limiti massimi di investimento, avendo particolare attenzione per il finanziamento delle piccole e medie imprese e allo sviluppo locale, e quelli nelle varie categorie di valori mobiliari.
I fondi non possono comunque investire in azioni o quote emesse da soggetti tenuti alla contribuzione o da questi e quelli aventi come destinatari i lavoratori di una determinata impresa non possono investire le proprie disponibilità in strumenti finanziari emessi dalla predetta impresa.

Le forme pensionistiche complementari sono tenute ad esporre nel rendiconto annuale e nella comunicazione periodica agli iscritti, se ed in quale misura dei valori in portafoglio si siano presi in considerazione aspetti sociali, etici ed ambientali.
Poi nel dettaglio il DECRETO 2 settembre 2014, n. 166 (G.U. 13 novembre 2014, n.264).

I fondi pensione, nel rispetto del principio della sana e prudente gestione, perseguono l’interesse degli aderenti e dei beneficiari del-la prestazione pensionistica. Nella gestione delle loro disponibilità i fondi pensione osser-vano i seguenti criteri:
a) ottimizzazione della combinazione redditività-rischio del portafoglio nel suo complesso, attraverso la scelta degli strumenti migliori per qualità, liquidabilità, rendimento e livello di rischio, in coerenza con la politica d’investimento adottata;
b) adeguata diversificazione del portafoglio finalizzata a contenere la concentrazione del rischio e la dipendenza del risultato della ge-stione da determinati emittenti, gruppi di im-prese, settori di attività e aree geografiche;
c) efficiente gestione finalizzata a ottimizzare i risultati, contenendo i costi di transazione, di gestione e di funzionamento in rapporto alla dimensione ed alla complessità e caratteristiche del portafoglio.
Il fondo pensione comunica alla COVIP, attraverso il documento sulla politica di inve-stimento di cui all’articolo 6, comma 5-quater del decreto legislativo 5 dicembre 2005, n. 252, i parametri definiti ai sensi del comma 5, le politiche e le procedure istituite ai sensi del comma 3 e la descrizione della struttura orga-nizzativa, professionale e tecnica, illustrando la loro compatibilità e coerenza con la politica di investimento adottata e i relativi rischi. i fondi pensione possono inoltre:
a) effettuare operazioni di pronti contro termine ed il prestito titoli, ai fini di una gestione efficiente del portafoglio;
b) detenere liquidità, in coerenza con quanto previsto dalla politica di investimento adottata;
c) investire in Oicr.
Più stringente è invece il decreto sul credito d’imposta.
Il Mef, in data 19 giugno 2015 ha emanato il decreto attuativo che stabilisce le condizioni, i termini e le modalità di applicazione del credito di imposta istituito previsto al comma 94 della legge di stabilità 2015, in favore delle Casse e dei Fondi Pensione individuando le attività di carattere finanziario a medio e lungo termine nelle quali si devono effettuare gli investimenti per usufruire del predetto credito.
Il Mef ha impostato il decreto in modo da attrarre risorse private verso due settori dell’economia che svolgono un ruolo di rilievo nelle prospettive di crescita e di occupazione a lungo termine: infrastrutture e società non quotate.

In sostanza il Governo fa risparmiare le tasse a quei fondi che investono in infrastrutture e società non quotate. Ma non si sa se l’impresa vale la candela, come si dice.
Per le infrastrutture gli investimenti possono essere diretti tramite acquisizione di azioni od obbligazioni di aziende che operano prevalentemente nella elaborazione o realizzazione di progetti relativi a settori infrastrutturali turistici, culturali, ambientali, idrici, stradali, ferroviari, portuali, aeroportuali, sanitari, immobiliari pubblici non residenziali, delle telecomunicazioni, compresi quelle digitali, e della produzione e trasporto di energia o indiretti mediante il veicolo dei fondi comuni di investimento che abbiano una durata minima di 5 anni ed investano nelle aziende sopracitate. Le aziende o i fondi devono essere fiscalmente residenti in Italia oppure negli Stati dell’Unione europea o negli Stati aderenti al SEE (Spazio Economico Europeo).
Per le società non quotate sono possibili solo investimenti di tipo indiretto, mediante OICR -sempre con durata minima di 5 anni- che investono prevalentemente in strumenti finanziari emessi da società non quotate che non svolgono attività bancaria, finanziaria o assicurativa e in crediti a medio e lungo termine a favore delle stesse. Infine, per evitare investimenti a soli fini speculativi, è fatto obbligo di detenere l’investimento per almeno 5 anni o, in caso di cessione o scadenza del titolo prima del quinquennio, il corrispettivo conseguito (quindi al netto di eventuali dividendi) deve essere reinvestito entro 90 giorni in analoghe attività.
Il problema diventa più complicato con la scomparsa della redditività dei titoli del debito pubblico. Esso assorbiva il 70% degli investimenti, il resto andava in bond privati o azioni, ma sul mercato estero. Solo una percentuale minima è investita in titoli azionari italiani. La cause sono molteplici, prima perché il Italia le società quotate sono relativamente poche, 200/300 e la maggior parte del tessuto economico nostrano è costituito dalle PMI, per le quali c’è nella legge sulla previdenza complementare una “esortazione” all’investimento. Ma questa esortazione si scontra con l’indicazione di effettuare solo investimenti prudenziali. Per le PMI se non entra in campo la Cassa Depositi e Prestiti con la costituzione di un apposito fondo garantito, si parlerà molto e si farà poco.
Camillo Linguella

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