Le mani sulle casse dei professionisti

casseIl governo vuole convertire il patrimonio immobiliare in investimenti nell’economia. Nominato il nuovo presidente dell’Adepp.

La privatizzazione degli Enti di Previdenza ed Assistenza dei Liberi Professionisti risale alla legge finanziaria del 1994, con la quale i il Governo Ciampi si propose di effettuare un loro riordino complessivo.
Già allora si previdero diverse soluzioni come la fusione degli Enti, all’incorporazione di funzioni, all’eliminazione di duplicazioni, fino alla privatizzazione delle Casse di Previdenza dei liberi professionisti, ferma restando l’obbligatorietà del prelievo contributivo e delle prestazioni. La novità doveva essere costituita dalla coniugazione dell’autonomia privata degli Enti con la funzione pubblica esercitata.
Le Casse dei Professionisti agiscono anche nel campo della previdenza complementare relativamente alla categoria dei loro iscritti e d assistiti.
Secondo il quotidiano La Repubblica ( 14/12/2015) esse  assomigliano alle antiche corporazioni medioevali ma assicurano circa due milioni di professionisti. Quando si parla di professionisti si pensa subito ad affermati architetti, nababbi notai, giornalisti di fama dagli editoriali pagati a peso d’oro eccetera. Invece le professione si sono , come dire, proletarizzate. I giovani fanno fatica a mettere assieme un reddito consono alla professione esercitata, fatte le debite eccezioni. La diminuzione dei redditi in questo decennio – mediamente del 24 per cento in termini reali dal 2005 al 2013 (dati Adepp) – metterebbe a rischio anche il pagamento delle pensioni. Almeno due/ tre casse si trovano già in una situazione critica e nel prossimo decennio potrebbero andare in default e essere accollate all’Inps come già accaduto all’INPGI la Cassa dei dirigenti industriali. L’ex ministro Elsa Fornero nel 2011 li obbligò a fare delle proiezioni a 50 anni per testare la sostenibilità nel lungo periodo. E anche per questo motivo i ministeri dell’Economia e del Lavoro hanno preparato uno schema di decreto che disciplina i loro investimenti.
In sostanza, cone si cerca di fare con la previdenza complementare,  si vuole mettere mano sui quasi 60 miliardi sul loro patrimonio. E’ stato approntato un decreto sugli investimenti che ancora non vede la luce e che  a parere degli esperti, complica un po’ le cosi. Poichè le Casse, negli anni d’oro del “mattone” hanno comprato ed investito prevalentemente in immobili, ora si cerca di farli vendere per altri tipi di investimenti ma mobiliari.
Questo decreto facendo riferimento ad investimenti di natura finanziaria, non facilita il lavoro nella costruzione degli asset, perchè manca una precisa definizione di cosa si intende per investimento finanziario. Con i sofismi interpretativi di cui sono piene la fantasia degli amministratori e dei governanti ( su versanti oposti ovviamente)si rischia di paralizzare qualsiasi azione, sia a favore delle Casse ovvero del governo.

Tutavia il decreto in sè va a ledere ancora una volta l’autonomia delle Casse che formalmente sono soggetti giuridici privati.Limitazione già avuto modo di rinfocolarsi quando si  cominciò a ricorrere alla spending review per recuperare soldi da tutte le parti e riassestare il bilancio dello Stato. Infatti pur non facendo parte delle istituzioni statali, le Casse sono state obbligate a riversare nel bilancio statale somme abbastanza cospicue. Ricorsi, controricorsi non hanno fatto altro che ribadire la sudditanza. Ma è giusto nel 2015 che è stato sferato il colpo decisivo: la legge di stabilità ha proditoriamente innalzato l’aliquota fiscale sui rendimenti portandola dal 20 al 26%, alla stregua di un investimento speculativo qualsiasi. La  ulteriore stretta che si ipotizza nel decreto, di fronte al rendimenti negativi dei titoli di Stato non aiuta certamente. Dovendo vendere parte o tutto il patrimonio immobiliare, sicuramente ci saranno delle perdite per tutte le Casse e allora forse è giunto il momento che queste, autonomamente, avviino un processo di riflessione per vedere se e in che misura fare sinergia riducendo il loro numero attraverso fusioni, così da fare massa critica e ridurre le spese.
L’Adepp, l’associazione delle casse di previdenza dei professionisti ha provato a dimostrare che i rendimenti non sono da buttare via. Tranne che nel 2011 quando ci fu un rendimento medio negativo del -4,47 per cento, ma quell’anno fu negativo per tutti, anche per i fondi pensione, nel 2012 è stato del +7,06 e del +4,17 nel 2013.
Per uscire da questa selva bisognerebbe “come suggerito anche da Covip, portare le Casse ad affiancare al bilancio civilistico una valutazione “mark-to-market” degli attivi al 31/12 di ogni anno, con regole uguali per tutti. Poi c’è da definire le competenzee la semplificazione dei controlli.
Sono soggetti al controllo dei ministeri del Lavoro e del Mef, che sono i ministeri vigilanti, e poi della Corte dei Conti ed in ultimo della Covip. Troppi controlli,complessi, defatiganti e minuziosi che però sovente fanno perdere tempo e non raggiungono sempre i fini per cui sono stati istituiti.
Intanto l’’Assemblea dei vertici delle Casse aderenti all’AdEPP ha eletto Alberto Oliveti (Enpam) Presidente dell’Associazione che prende il posto di Camporese che lascia il posto sei mesi prima della scadenza naturale, il quale con una punta polemica ha dichiarato che in questi sei anni molte sono state le sfide alle quali le casse stati chiamate, molte sono state vinte, per altre sono state gettate le basi affinché il confronto fosse alla pari. E’ stata affrontata una delle peggiori crisi della storia, che ha travolto il mondo delle professioni e fli Enti di previdenza dei professionisti hanno  risposto, in perfetta solitudine,  mettendo in campo azioni mirate e quel welfare integrato ed allargato che  veniva richiesto, senza alcun aiuto dallo Stato. In sostanza rivendicano di aver dimostrato di essere sostenibili, superando lo stress test a 50 anni, ponendo  però, subito dopo, il problema dell’adeguatezza delle future prestazioni.

Camillo Linguella

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