Auguri ai neo pensionati del 2016

Scritto il alle 08:46 da [email protected]

Eccoci nel 2016, l’anno è nuovo ma tutti noi siamo un po’ più vecchi perciò è d’obbligo pensare alla pensione. Esenti coloro che vi sono andati dal primo gennaio.

Al 31 di dicembre di ogni anno è collocato a riposo la gran parte dei lavoratori, sia per il raggiungimento dell’età che per pensione anticipata. Si calcola che da gennaio i nuovi pensionati a carico dell’Inps sono circa 200/250 mila, con un altro picco al primo luglio, coincidente con la fine del primo semestre, poi ci sarà un altro contingente notevole ad ottobre quando andranno in pensione i dipendenti della scuola più gli altri alla spicciolata nei vari mesi. Durante il corrente anno dovrebbero andare in pensione circa 500mila lavoratori, fra dipendenti ed autonomi. Alla fine dell’anno i pensionamenti probabilmente saranno inferiori a quelli del 2015. Ciò è dovuto al brusco innalzamento dell’età pensionabile delle donne del settore privato, l’età di uscita per vecchiaia passerà dai 63 anni e 9 mesi del 2015 a 65 anni e 7 mesi (compreso l’innalzamento di 4 mesi dell’aspettativa di vita), mentre le autonome potranno prendere l’assegno solo dopo aver compito 66 anni e un mese.
Già ho avuto modo di occuparmi della cosiddetta “sindrome del pensionamento” che colpisce i neopensionati ed è una fase, brutalmente l’ultima, da vivere con attiva serenità, sperando di farsi restituire dall’Inps tutti i contributi versati. Perché non è esagerato affermare che dopo la riforma Fornero non sempre questo accadrà, visto che l’età del pensionamento si sposta progressivamente verso i 70 anni.

Secondo i dati Istat-Inps pubblicati il 3 dicembre 2015, i nuovi pensionati  sono stati nel 2014, 541.982 mentre ammontano a 675.860 le persone che nel 2014 hanno smesso di esserne percettori (i cessati) con uno sgravio di 133.878 pensioni dalle casse dell’Inps. Il reddito medio dei nuovi pensionati (13.965 euro) è inferiore a quello dei cessati (15.356) e a quello dei pensionati sopravviventi (17.146), cioè coloro che erano pensionati anche nel 2013.
Le pensioni di vecchiaia assorbono oltre i due terzi (70%) della spesa pensionistica totale.
Quasi un quarto (23,3%) dei pensionati ha meno di 65 anni, la metà (51,9%) un’età compresa tra 65 e 79 anni e il restante quarto (24,9%) ha 80 anni e più.
Nel 2014 la spesa complessiva per prestazioni pensionistiche, pari a 277.067 milioni di euro, è aumentata dell’1,6% rispetto all’anno precedente e la sua incidenza sul Pil è cresciuta di 0,2 punti percentuali, dal 16,97% del 2013 al 17,17% del 2014.
Questi dati nudi e crudi ci danno uno spaccato drammatico, e ci informano chiaramente di non aspettarsi miracolistici cambiamenti alle norme in vigore. Specie se facciamo riferimento all’incidenza della spesa pensionistica sul Pil. Il 17.17% è superiore a qualsiasi pessimistica previsione, perché l’incidenza della spesa pensionistica dovrebbe essere ricondotta al 14% nel lungo periodo e al 15% nell’immediato.
Per cui i voli pindarici che si fanno sulla prossima riforma della riforma Fornero non possono eludere questi elementi. La piattaforma dei sindacati sembra tenerne sufficientemente conto ed infatti è realistica e prudente. Sostanzialmente punta sulla flessibilità in uscita senza eccessive penalizzazioni e l’anticipo della pensione con 41 anni di contributi ed il rilancio della previdenza complementare attraverso i fondi pensione di categoria,i fondi chiusi o negoziali che non hanno scopo di lucro, diversamente dalle banche e dalle Assicurazioni e che non fanno operazioni di investimenti azzardate.
Non sarà sfuggito come l’Istat registra una diminuzione dell’importo della pensione media di ben 1391 euro fra il 2013 e 2014 e in futuro il decremento sarà ancora più marcato, come illustrato da Tito Boeri che prevede future pensioni di fame, ma lo sono già da adesso. Il trend è questo. Né si prevede, per invertirlo, possa venire un aiuto ai forzieri dell’Inps dal mercato del lavoro.
Se il sistema pubblico non sarà in grado di offrire pensioni migliori, approfittando degli strumenti esistenti, i lavoratori devono pensare autonomamente a costruirsi una pensione aggiuntiva che mitighi la riduzione inarrestabile della pensione statale.
Il Jobs Act che nonostante il nome è una legge italiana, da una parte non ha portato la rivoluzione epocale sognata, gli incrementi modesti di occupazione sono derivati dalla trasformazione di alcuni contratti in essere e dalla ripresina economica in atto, dall’altra parte imperniato sulla decontribuzione, non apporta euro freschi al sistema pensionistico. Ordinariamente più lavoro comporta un aumento del gettito dei contributi previdenziali, ma col jobs act non è stato cosi, anche se la misura ora è stata ridimensionata. Ma il vuoto creatosi nel frattempo incide per sempre.
Il quadro è questo: spesa pensionistica in ascesa, pensioni in discesa e perequazione bloccata.
Un altro elemento allarmante sulle pensioni è contenuto nella conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio. Se l’intenzione era quella di rassicurare gli animi,  mai obiettivo è stato più clamorosamente fallito. Riferendosi alle pensioni ha affermato di non ritenere pensioni d’oro quelle di 2000 euro mensili. Il che significa che le pensioni d’importo superiori  sono a rischio decurtazioni. E’ un’latro sprone a farsi una pensione privata. Che senso ha versare contributi per avere una pensione livellata a 2000 euro!
Oltre alla previdenza complementare, il possibile miglioramento della situazione può venire dalla fisco.
Una delle caratteristiche salienti della legge di stabilità di quest’anno è la riduzione del carico fiscale. E’ stata scelta come misura emblematica e discutibile, la cancellazione dell’IMU, l’unica imposta di carattere patrimoniale che è impossibile evadere perché le abitazioni non si possono nascondere sotto il tappeto, mentre si poteva agire su altri fronti sempre con lo stesso scopo. Per esempio cominciare a ridurre di qualche punto l’aliquota irpef sulle pensioni. In Germania i pensionati pagano il 20.25%, in Belgio il 7.71%, nel Regno Unito il 10.23, in Francia il 10.16, in Spagna il 12.79%.
E’ vero che la legge di stabilità istituisce la no tax area ai redditi di pensione fino ad 8000 euro, ma questa misura è finanziata totalmente dal blocco delle perequazione, quindi le risorse vengono dall’interno del sistema pensionistico senza toccare minimamente coloro che hanno risparmiato sull’Imu.
Sulla perequazione si dovrebbe fare un discorso definitivo. Fino al 2018 la perequazione resta sostanzialmente bloccata dalla legge di stabilità 2016. La decurtazione non è omogenea fra le varie classi di pensionati. Più marcata per coloro che sono andati in pensione prima del 2012 e con una pensione superiore a quattro volte il minimo Inps, quasi inesistente per i pensionati del 2015 atteso che l’inflazione è pari allo zero.

E’ un problema che bisogna risolvere a regime impedendo l’uso spropositato dello stop and go utilizzati ultimamente.

Camillo Linguella

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