Quali investimenti effettuare per il recupero d’imposta

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La legge di stabilità dello scorso anno  (L.190/2014) elevando l’aliquota sui rendimenti finanziari dei fondi pensione dall’11.50% al 20% introdusse come misura di “addolcimento” il credito d’imposta a condizione che i Fondi pensione facessero parte dei loro investimenti in alcuni settori stabiliti dalla legge. Questo per incanalare le risorse che prendevano la via dei paesi esteri,  in Italia. Investimenti che dopo gli ennesimi ed inaspettati scivoloni della Cina, diventano in qualche modo una strada obbligata, anche in considerazione dei rendimenti nulli o negativi dei tradizionali impieghi nei titoli di debito pubblico o obbligazionario.
Il decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 19 giugno 2015, di attuazione del credito d’imposta, ha stabilito le condizioni, i termini e le modalità, ma non ha sciolto tutti i nodi, anzi a fianco delle indicazioni di massima, ne crea parecchie di dettaglio operativo. Itinerari Previdenziali coordinato dal prof Brambilla ed Assoprevidenza in un seminario dello scorso 16 dicembre 2015 a Roma, hanno  cercato di chiarire gli aspetti più controversi con una puntuale ed approfondita analisi del decreto ministeriale.

Innanzitutto il decreto precisa che l’investimento agevolato è quello realizzato in strumenti finanziari emessi da società ed enti “operanti prevalentemente nella elaborazione o realizzazione di progetti relativi a settori infrastrutturali turistici, culturali, ambientali, idrici, stradali, ferroviari, portuali, aeroportuali, sanitari, immobiliari pubblici non residenziali, delle telecomunicazioni, compresi quelle digitali, e della produzione e trasporto di energia”, nonché quello realizzato in OICR, che investono in strumenti finanziari emessi da società non quotate o in crediti a favore di esse.
A parte la macroscopica mancanza del settore agroalimentare, su cui il governo ha già dichiarato che rimedierà quanto prima, l’indicazione di “settori infrastrutturali” è molto generica e può riferirsi tanto a società che le progettano, quanto che si tratti di società che ne curano la realizzazione con esclusione, forse, delle società che esercitano l’attività di gestione delle infrastrutture.
Si aggiunga che, a quanto consta, tra le classificazioni di titoli e strumenti finanziari per settore maggiormente comuni a livello internazionale, manca, allo stato, una categoria che possa corrispondere ai settori individuati dalla norma agevolativa.
Dalla relazione illustrativa al decreto, si deduce l’intenzione del legislatore di incentivare la patrimonializzazione delle imprese del settore delle infrastrutture, a prescindere dal conseguimento di rendimenti immediati. La relazione ipotizza che quanto investito dalle forme pensionistiche negli enti in esame costituisca “capitale paziente”, da impiegare per attività di lungo periodo. Infatti il c.d. “capitale paziente”, non pretende rendimenti immediati, ma a un ritorno di lungo periodo, tendenzialmente stabile e prevedibile.
Il decreto poi indica il concetto di prevalenza (Art2 c. 1 lett d del DM) che sembra di facile interpretazione, ma di difficile individuazione. Il criterio di prevalenza sembra presupporre, anche per esigenze di certezza, la misurabilità del parametro.
Dove si dovrà individuare questa prevalenza, sui ricavi, sui costi, sull’attivo patrimoniali? E’ sufficiente il superamento della soglia del 50 per cento?
Probabilmente si dovrà controllare i dati di bilancio del soggetto emittente verificando i titoli in cui si investe riferiti al momento dell’investimento. In considerazione dell’ampia varietà delle strutture produttive dei soggetti operanti nei settori infrastrutturali indicati, sarebbe necessario che questo criterio venisse definito meglio per evitare che possa essere misurato a discrezione.
Ulteriore profilo da chiarire se l’investimento agevolato, effettuato in un determinato periodo di imposta vale anche per la determinazione della quota di investimento agevolato utile per gli anni successivi. Cioè se l’investimento effettuato nel primo anno (e ivi considerato per la determinazione del credito d’imposta spettante) e mantenuto nel patrimonio del fondo pensione per i successivi cinque anni possa essere computato, ad esempio, nel secondo anno, per la determinazione del credito d’imposta spettante per questo secondo anno, oppure se nel secondo anno occorra effettuare un nuovo investimento specifico.
Il credito d’imposta spetta, dice la norma, “a condizione che un ammontare corrispondente al risultato netto maturato […] sia investito in attività di carattere finanziario di medio e lungo periodo”. Per averne diritto, una quota del patrimonio del fondo pensione deve essere investita nei settori agevolati (con vincolo di permanenza per cinque anni), indipendentemente dal momento in cui la decisione di investimento sia stata assunta e attuata.
Questa interpretazione esclude l’ipotesi, secondo cui ogni anno occorra aggiungere nuovi investimenti agevolati, ulteriori rispetto a quelli già effettuati
nell’anno precedente. Perché se si dovesse in definitiva iinvestire solo nei settori infrastrutturali , si rischierebbe di generare effetti distorsivi sugli asset dei fondi pensione e sull’attuazione di quel criterio di diversificazione che costituisce un parametro fondamentale della prudente gestione cui le forme pensionistiche sono tenuti (art. 3, comma 1, lett. a), del d. m. Economia n. 166/2014, sui criteri e limiti di investimento).
Computabilità degli investimenti in titoli di Stato
Infine si pone il problema di capire se, ai fini del calcolo della quota di investimento agevolato, in misura pari al risultato di gestione rispetto al quale va poi determinata la quota di credito d’imposta spettante, sono compresi gli investimenti in titoli di Stato e i proventi che ne derivano. La questione si prospetta alla luce di una discrepanza tra quanto indicato nella l. n. 190/2014 e nel decreto19 giugno 2015 e quanto risultante dalla modulistica prodotta dall’Agenzia delle Entrate.
Nella legge si stabilisce che il credito d’imposta è “pari al 9 per cento del risultato netto maturato, assoggettato all’imposta sostitutiva di cui all’articolo 17 del d. lgs. n. 252 del 2005, applicata in ciascun periodo d’imposta, a condizione che un ammontare corrispondente al risultato netto maturato assoggettato alla citata imposta sostitutiva sia investito in attività di carattere finanziario a medio o lungo termine […]. In maniera esattamente simmetrica, nel decreto 19 giugno 2015 si legge che il credito di imposta è “pari al 9 per cento dell’ammontare del risultato netto di gestione, assoggettato all’imposta sostitutiva di cui all’art. 17, comma 1, del decreto legislativo 5 dicembre 2005, n. 252 e investito in attività di carattere finanziario a medio o lungo termine individuate all’art. 2”.

Come si vede la questione è abbastanza complessa ed i fondi nel definire i propri asset hanno un problema in più, anche perchè non esiste ancora nessun fondo di garanzia che tuteli in qualche modo gli investimenti infrastrutturali e questo costituisce un handicap non di poco conto.

Camillo Linguella

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1 commento Commenta
tbtcot
Scritto il 7 gennaio 2016 at 10:05

speriamo bene ma ho l’impressione che i soldi finiscano in modi e mercati.. poco trasparenti.. speriamo bene

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