Gli investimenti dei fondi pensione secondo il Mef

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Il D.m. 166/2014 del Mef ti indica come fare. I dubbi emersi da una lettura condivisa di Mefop Assofondipensione e Assoprevidenza

Il 2016, forse perché è bisestile non è cominciato propriamente bene. I mercati finanziari fanno nuovamente paura e mentre la Bce scaramanticamente prevede per l’Italia una crescita del Pil dell’1.5%, c’è chi paventa una nuova crisi planetaria. Nel recinto della previdenza complementare ciò non crea ancora panico, ma un po’ di apprensione si. I risultati del 2014 erano stati entusiasmanti, pari ad un rendimento medio del 7% che si sono drasticamente ridotti nel 2015 per le turbolenze finanziarie del secondo semestre. Dai dati provvisori per l’anno appena trascorso, si stima un incremento medio del 2.5% che si avvicina al rendimento legale del Tfr. Esso si è rivalutato l’anno scorso, al lordo, dell’1.5%, perché l’inflazione non c’è stata. La borsa di Milano dal primo gennaio ad oggi, in una quindicina di giorni ha perso il 10%. Per questo motivo tutti sono in comprensibile allarme.
In particolare sui fondi pensione, segnalatamente quelli negoziali, si scaricano ansie e timori  non imputabili né direttamente né indirettamente ad essi. E’ il mercato che fa paura,  da una parte si vuole intervenire sulla governance dei Fondi che con la crisi non c’entrano niente, anzi hanno saputo giostrarsi con risultati più che lusinghieri si attrezzi meglio a studiare il mercato per capirne i trend, dall’altra ad adottare le misure conseguenti. Insomma devono definire o meglio, ridefinire la politica degli investimenti. Sulla ricerca degli strumenti adeguati, ci fu una i proposta di Assofondipensione, fatta in un seminario del lontano 19 giugno 2012 che prevedeva l’istituzione di una struttura consortile di alta consulenza finanziaria, cosìcche’ tutti i fondi associati, grandi o piccoli, potessero accedere a sofisticati servizi consulenziali. Una proposta da riprendere completamente capovolta, nel senso di costituire a monte un pensatoio, un think thank che appronti gli scenari possibili. In questo aiuta il recente decreto ministeriale sugli asset dei fondi.
Il d.m. 166/2014, il decreto sugli investimenti possibili della previdenza complementare, è stato emanato a dicembre 2014 ed ha finalmente sostituito il vecchio Dm 703/96. Deve costituire un ombrello che difende gli aderenti dai rischi. Tuttavia leggendolo sorge più di un dubbio interpretativo. Partendo da questa premessa Assofondipensione, Assoprevidenza e Mefop hanno avviato un tavolo di lavoro per una lettura condivisa con con i propri associati e operatori di mercato.
Il primo elemento fondamentale che pone il decreto è quello sui criteri di valutazione dell’adeguatezza della struttura organizzativa, ovvero chi decide cosa.
Per il decreto del Mef, il fondo pensione deve verificare regolarmente l’adeguatezza e l’efficacia della propria struttura, le politiche e le procedure e adotta le conseguenti misure correttive.(art. 3 c.3). Ciò senza indicare meglio quali sono o dovrebbero essere gli elementi e la formalizzazione dei requisiti di cui la struttura organizzativa dovrebbe avere per essere ritenuta “adeguata”. L’articolo in questione demanda al CdA la responsabilità della valutazione. Pertanto è il CdA a definire i criteri di valutazione e a formalizzarli nella documentazione ufficiale (documento sulla politica di investimento, verbali del CdA, manuale delle procedure). Per cui esso si riterrà sempre adeguato, anche perché il semplice fatto di essere stati nominati consiglieri, secondo i criteri legislativi esistenti, li autoqualifica.
Inoltre l’art. 3 comma 5 dispone che “i fondi pensione verificano i risultati della gestione mediante l’adozione di parametri di riferimento coerenti con gli obiettivi e i criteri della politica di investimento”. Il parametro di riferimento anche qui è generico e può ricomprendere anche i benchmark non costituiti da indici finanziari o combinazione di indici finanziari. L’interpretazione dovrebbe essere quella fatta dalla delibera Covip del 16 marzo 2012 recante proprio “Disposizioni in materia di attuazione della politica di investimento”.
Un’altra prescrizione, apparentemente di facile lettura e di complicata applicazione è quella che impone che le disponibilità del fondo pensione devono essere investite in misura prevalente in strumenti finanziari negoziati nei mercati regolamentari e che “l’investimento in strumenti finanziari non negoziati nei mercati regolamentati e in OICR alternativi (Fondi Investimenti Alternativi) è mantenuto… entro il limite del 30 % delle disponibilità complessive del fondo pensione”.
Spesso questa ultima tipologia di strumenti ottengono una quotazione in un mercato mobiliare (come l’Irlanda o il Lussemburgo) per soddisfare requisiti di tipo legale o regolamentare. L’obiettivo della norma forse è di stabilire un tetto massimo agli investimenti con un profilo di rischio-rendimento e un grado di illiquidabilità maggiore.
E’ opportuno anche chiarire alcuni dubbi originanti dalla diversa classificazione di alcuni strumenti finanziari da parte di gestori e banche depositarie.
Ci si riferisce in particolare ai Real Estate Investment Trust (REITs).  Secondo la Direttiva AIFM, i REITs, ancorché strumenti quotati nei mercati regolamentati, devono essere considerati FIA.
La direttiva AIFM, Alternative Investment Fund Manager, che è entrata in vigore il 21 luglio 2011, ha introdotto una serie di misure volte a creare un mercato interno europeo dei “gestori di fondi di investimento alternativi” (cc. dd. GEFIA).  La direttiva AIFM si focalizza dunque sui GEFIA senza regolamentare direttamente i FIA (e cioè qualsiasi OICR), che rimangono pertanto sottoposti alla normativa e alla vigilanza nazionali.
Inoltre è in piedi un dibattito se considerare i REITs  strumenti azionari. I REITs, non essendo un istituto giuridico riconosciuto in Italia, potrebbero essere equiparabili alle SIIQ. Le Siiq, società di investimento immobiliare quotate, investono in immobili destinati esclusivamente alla locazione. Da qui il suggerimento di una classificazione come “azioni”, considerando quindi l’investimento in REITs esente dal vincolo del 20% (art. 5 comma 4 lettera f)) e dal 30% (art. 5 comma 1) .
A ciò si aggiunga che i REITs sono già presenti in alcuni indici mondiali (peraltro nel corso del 2016 rappresenteranno uno dei settori della Global Industry Classification Standard – GICS).
E’ chiaro che si vuole direzionare gli investimenti in un modo o in un altro sul mattone, sia perché si pensa che sia un investimento sicuro, sia per svegliare il settore dal letargo in cui giace da tempo. Anche perché i titoli di debito hanno perso il loro appeal avendo rendimento zero se non negativi.

Nei fondi è più che mai importante una definizione più puntuale del numero dei comparti di investimento possibili, delle combinazioni di rischio-rendimento, dell’eventuale presenza di meccanismi life cycle sulla base delle caratteristiche socio-demografiche della popolazione di riferimento e dei suoi bisogni previdenziali.

Per ciascun comparto di investimento,dovrebbe essere indicato: il rendimento medio annuo atteso (in termini reali) la sua variabilità nell’orizzonte temporale della gestione e la probabilità che, anche in base all’esperienza passata, il rendimento dell’investimento, nell’orizzonte temporale considerato, risulti inferiore a un determinato limite, fermo rimanendo che la definizione degli obiettivi di per sé non costituisce, nei confronti degli aderenti, un impegno al raggiungimento degli obiettivi stessi. Così almeno l’iscritto non navigherà sempre al buio.

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