La complementare non decollerà per molto tempo ancora

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La previdenza complementare è una necessità, ma il tfr serve a ripianare i conti pubblici e allora si lasciano le cose come stanno.
Il sistema contributivo ha bisogno della previdenza complementare se si vogliono pensioni adeguate. Ma finchè il tfr inoptato servirà a ripianare i conti pubblici non si faranno politiche per il secondo pilastro. Inps a porte aperte non ha mai pubblicato a quanto ammonta e come viene speso il Tfr raccolto. Dovrebbe essere una massa monetaria ingente.
Fino agli anni 90 gli Italiani avevano il più bel sistema pensionistico del mondo e non lo sapevano, quello basato sulle retribuzioni in godimento alla fine della carriera. Poi il mutato scenario sociale, come la trasformazione post industriale ( cioè la chiusura dell’80% delle fabbriche a grande dimensione operaia), l’invecchiamento demografico e la globalizzazione produttiva, hanno sconquassato i paletti su cui si reggeva il sistema per come era stato costruito dopo l’ultima guerra e reso insopportabile il peso economico per il suo mantenimento.
Prendendo a base il valore monetario del 1992, l’anno dei primi provvedimenti pensionistici restrittivi, per mantenere il livello delle prestazioni previgenti, nel 2000 sarebbe occorso il 43,8% del monte salari ed il 62,4% nel 2030.
I tempi erano maturi per l’adozione di uno strumento che senza intaccare i principi della sicurezza sociale garantiti dalla Costituzione, non gettasse il Paese nel baratro del dissesto economico. Si stabilizzò la percentuale dei prelievi intorno al 30/35% del monte salari con un’incidenza sul Pil attorno al 15%. Ora si poteva procedere speditamente verso una riforma complessiva del sistema previdenziale italiano, perché nel frattempo tutti avevano acquisito la consapevolezza che mantenendo in piedi quello vecchio, la previdenza pubblica sarebbe collassata del tutto.
Il primo grosso intervento legislativo fu la riforma Amato del 1992 mentre imperversava una crisi economica come quella del 2007.
Dopo anni di immobilismo, sotto l’urgenza dell’aggravarsi del dissesto economico dei conti pubblici, nell’ agosto del 1995 fu varata la riforma delle pensioni, portando a conclusione un cammino cominciato nel 1978, data di presentazione del primo progetto (progetto Scotti dall’allora ministro del Lavoro proponente). Furono eliminati il calcolo della pensione sulla media delle retribuzioni degli ultimi 5 anni ed il rendimento fisso pari al 2% per ogni anno di lavoro. Per i lavoratori assunti da gennaio del 1996 la pensione ora si sarebbe calcolata con un sistema assolutamente nuovo, quello contributivo ( ammontare della pensione commisurata ai contributi effettivamente versati e rivalutati) . Poiché il nuovo sistema avrebbe abbassato il livello delle prestazioni pensionistiche, l’ammontare complessivo ante riforma Dini, sarebbe stato assicurato dalla pensione complementare.
La riforma 335/95 si proponeva di realizzare i seguenti obiettivi:
1) pensione pubblica obbligatoria con regole uguali per tutti;
2) istituzione della previdenza complementare libera e volontaria ;
3) privatizzazione di alcuni enti previdenziali dei professionisti, l’eliminazione e l’accorpamento di altri evitando duplicazioni organizzative e funzio¬nali;
4) razionalizzazione e le sinergie dei maggiori enti previdenziali con la prospettiva della loro unificazione come poi è stato fatto con l’Inpdap;
5) contenimento della spesa pensionistica compatibile con il prodotto interno lordo.
Dopo la Dini, ci sono state numerose leggi di aggiustamento e di modifica, tutte direzionate alla riduzione delle coperture previdenziali. La previdenza complementare che doveva essere la chiave di svolta del nuovo sistema, dopo una partenza a razzo, è rimasta sostanzialmente ferma, per una serie di motivi che vanno dalla mancata percezione nei lavoratori della nuova situazione, dagli andamenti dei mercati finanziari che la rendono meno appetibile rispetto al guadagno sicuro offerto dalla rivalutazione automatica del Tfr e aggiungiamo, dalla mancata volontà dei governi di consolidare veramente questo strumento.
In motivo sta nella decisione di far versare al Fondo Tesoreria Inps alle imprese con più di 50 dipendenti il loro tfr se questi non aderiscono a nessuna forma di previdenza complementare, togliendolo alle aziende che se ne serviva come fonte di autofinanziamento. Questa massa monetaria, che inizialmente doveva finanziare opere strutturali ed altro, oggi è impiegata per la riduzione dei saldi finanziari dei conti pubblici. Una massiccia adesione al secondo pilastro priverebbe lo Stato delle risorse del tfr inoptato, per cui, al di là delle pubbliche dichiarazioni, i governi succedutesi dal 2007 ad oggi, specie quello attuale non hanno mai avuto un reale interesse di diffusione. Il governo ha corso un grosso rischio quando con la legge di stabilità 2015 ha dato facoltà ai lavoratori dipendenti di riscuotere mensilmente il tfr in busta paga, sperando di rilanciare i consumi. Ma la misura fortunatamente è stata un flop e nessuno ne parla più. Per gli statali il tfs/tfr poi è completamente figurativo e viene pagato dopo due anni dal pensionamento.
In questo caso, almeno finora, non c’è stato nessuna pubblicazione su “Inps a porte aperte”, che abbia reso noto l’ammontare del Tfr raccolto e la sua destinazione, mentre finora questo spazio web ha funzionato da gogna mediatica per coloro che secondo Boeri percepiscono pensioni troppo alte e che andrebbero perciò ridotte.
L’ultima riforma, almeno fino a questo momento, la riforma Fornero, pur estendendo il contributivo a tutti, che ha come naturale corollario la previdenza complementare, non contiene nessuna misura in proposito, come ulteriori sgravi fiscali per esempio, anzi sono state invece aumentate. La riforma della Fornero accentua la tendenza del ritiro dello Stato dal welfare in genere e dalla pensione pubblica in particolare. L’ipotesi di pervenire, attraverso lo studio di una commissione a forme di decontribuzione parziale dell’aliquota contributiva obbligatoria per dirottare la parte risparmiata verso forme di previdenza privata, con la giustificazione di favorire le giovani generazioni andava in questa direzione. Anche qui fortunatamente questa norma è stata inapplicata, almeno per ora. E’ sempre più evidente che la riforma Fornero toglie ai vecchi e non dà niente ai giovani, non c’è nessun travaso di risorse. C’è solo che in molti casi, lo spostamento del limite di età sempre più avanti, quando si andrà in pensione a partire dai 70 anni di età, per chi ha 30/40 anni di contributi, pur in presenza di un correlato indice di sopravvivenza rilevato con la cosiddetta “speranza di vita”, non gli verrà neppure restituito sotto forma di rendita pensionistica, l’intero montante accumulato con i versamenti contributivi.

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