Decontribuzione. Per qualche euro in più, molta pensione in meno

Scritto il alle 09:04 da [email protected]

La strada sbagliata per rilanciare la complementare
Al di la degli ultimi dati Istat che danno una crescitra del Pil dello 0,8 per il 2015, invece che dello 0,7, l’Italia arranca. Lo dimostrano altri dati che registrano come il nostro Paese sia in deflazione. I prezzi hanno segnato -0,3% nel mese di febbraio. Significa che stiamo nella stagnazione acclarata.
Il governo non sa più cosa fare per rilanciare effettivamente e visibilmente la nostra economia. Dopo il bonus degli 80 euro, il tentativo di mettere il tfr in busta paga, l’eliminazione dell’Imu sulla prima casa ed il bonus dei contributi per le nuove assunzioni, cerca disperatamente nuove vie per rilanciare i consumi. Il panorama internazionale non aiuta, ma questo non ci porta nessun sollievo. Anzi se anche gli altri stanno male, sono poco disposti ad aiutarci o semplicemente a venirci incontro (vedi flessibilità di bilancio più elastica per esempio). Stavolta l’Esecutivo punta sulla riduzione delle tasse diminuendo le aliquote fiscali o in alternativa alla riduzione del cuneo fiscale. Il cuneo fiscale è l’ammontare complessivo delle imposte o dei contributi sociali e previdenziali che gravano sul costo del lavoro

Nannicini, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio si è espresso a favore della riduzione del cuneo fiscale: “ Si apre la partita del taglio strutturale al cuneo contributivo del tempo indeterminato, perché sempre e per tutti un contratto permanente pesi meno in termini di costo del lavoro“. Anche il viceministro Enrico Morando ha confermato l’ipotesi, definendola “un impegno che ci siamo presi” non nascondendo la sua propensione sul taglio dei contributi previdenziali.
Tutti a parola si lamentano di fronte alla previsione di future pensioni di fame ai giovani, la famosa generazione 500 euro. Si strappano le vesti, si cospargono il capo di cenere ma quando si tratta di passare dai lamenti ai fatti concreti, questi sono ancora più terribili delle previsioni. L’idea è quella di tagliare di sei punti il cuneo dei neo-assunti, tre punti a carico del datore e tre del lavoratore. Per le imprese un vantaggio secco, risparmieranno il 3% che potrebbero reinvestire o mettersi in tasca, a piacere. Diverso è il caso dei dipendenti che si tradurrà in una diminuzione altrettanto secca e permanente delle future pensioni, in quanto il sistema contributivo restituisce quello che un lavoratore ha versato, senza nessuna integrazione dallo Stato. Si ricorda che nel contributivo puro non esiste più l’integrazione al minimo.
La proposta Nannicini non è altro che la riproposizione di una vecchia norma contenuta nella legge di riforma della Fornero, art 24 comma 28 DL 210/11. La norma prevedeva l’istituzione di un’apposita commissione “con il compito di analizzare forme di decontribuzione dell’aliquota contributiva obbligatoria verso altri schemi previdenziali integrativi”, avendo un occhio di riguardo per i giovani lavoratori. Caduto il governo Monti l’idea della commissione non ebbe seguito e della decontribuzione non se ne più parlato fino ad ora che è stata ripresa e prevede anche la possibilità per il lavoratore di versare i suoi tre punti di contributi invece che all’Inps alla previdenza integrativa, oppure averli in busta paga (soggetta quindi all’irpef). Si ripropone in maniera peggiorativa la stessa operazione che si tentò di effettuare con il tfr in busta paga. Almeno quella era una cosa sperimentale valevole per un triennio. Questa volta si tratterebbe di rilanciare la previdenza complementare ( quella delle Banche e delle Assicurazioni) perché nel frattempo si stanno attuando misure per depotenziale i Fondi Pensione negoziali che non hanno scopo di lucro, vedi il disegno di legge sulla concorrenza), previdenza complementare oltretutto per altro verso osteggiata dal governo stesso che ha portato la tassazione dei rendimenti finanziari dei fondi dall’11,5% al 20%.
Secondo quanto riporta Repubblica il 29/2/201,su calcoli effettuati dalla Uil, il taglio di sei punti di contributi vale 1.500 euro l’anno (per uno stipendio medio da 25 mila euro lordi), 126 euro al mese. La metà di questi 1.500 euro lordi, dunque 750 euro perché l’altra metà va al datore, possono però essere versati ai fondi pensione o lasciati in busta paga. In questo secondo caso, i 750 euro lordi diventano 512 euro netti, circa 43 euro netti in più al mese.
43 euro che non risolvono la qualità della vita, ma incideranno sulla futura pensione. Forse da questi calcoli verrà una nuova spinta alla previdenza complementare. Ma non è questa la strada da scegliere per rilanciarla anche perché nel conto manca il contributo che metteva il datore di lavoro.

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