Un’idea balzana per la flessibilità pensionistica

Scritto il alle 08:49 da [email protected]

La flessibilità pensionistica è un salto con l’asta per superare il divario fra i 63 ed i 67 anni. Ma sarà un salto impossibile.

Il 26 febbraio 2016 l’associazione Welfare e Lavoro presieduta da Cesare Damiano e Itinerari Previdenziali coordinato da Alberto Brambilla hanno tenuto a Roma il convegno dal titolo “2016: l’anno della flessibilità in uscita”. Sono stati smentiti quasi in contemporanea perché il governo, alle prese già con troppe grane con la Comunità Europea, fra i temi da sacrificare per non inasprire troppo i rapporti, ha scelto proprio le pensioni. Perciò della flessibilità in uscita se ne parlerà con la legge di stabilità 2017. Eppure questo è un tema importante e quasi indolore   perché nel lungo periodo è a costo zero. Si viene a creare  inizialmente un’esigenza di cassa immediata perché si tratta di spese anticipate che si recupera nel lungo periodo. Il punto ostativo è proprio questo, trovare quei 4/5 miliardi per consentire il varo dell’operazione.

Durante la discussione il sottosegretario al Mef Baretta ha avanzato una proposta abbastanza stravagante per rendere fattibile il pensionamento anticipato. Perchè di questo si tratta, stravaganza ed estemporaneità. Baretta ha premesso di parlare a titolo personale, ma quando parla un esponente governativo in un pubblico consesso, i confini sono sempre un po’ confusi
La riforma Fornero ha spostato l’età pensionabile molto in avanti generando una serie di rigidità pesanti ed insopportabili per gli attuali lavoratori, cancellando completamente la“flessibilità”che stava alla base della riforma Dini. Il metodo di calcolo contributivo prevedeva l’uscita dal mercato del lavoro flessibile tra i 57 e i 65 anni per rendere possibile la personalizzazione del pensionamento in base alle situazioni personali e familiari di ognuno.
La riforma Fornero, legando anche l’anzianità contributiva all’aspettativa di vita, ha ulteriormente allungato i tempi di approdo alla pensione.
L’innalzamento dell’età ha generato il fenomeno dei cosiddetti «esodati» che è costato oltre 10 miliardi e prodotto un irrigidimento del mercato del lavoro rallentando le uscite degli anziani e l’ingresso dei giovani al lavoro. Un doppio danno quindi. Immediatamente ci si è accorti che occorreva un correttivo perché la flessibilità agevola chi vuole andare in pensione prima e favorisce un maggiore tasso potenziale di occupazione dei giovani. Gli ultimi dati Istat pur dando in leggera crescita l’occupazione, registrano il permanere della inoccupazione giovanile. L’occupazione riguarda coloro che non hanno mai lavorato, mentre la disoccupazione riguarda coloro che hanno perso il lavoro.
Ci sono varie proposte sulla flessibilità pensionistica richiesta da ben due ordini del giorno del Parlamento, ma si sa, raramente gli ordini del giorno che dovrebbero impegnare la futura attività del governo, hanno effetti pratici.
L’indicizzazione dell’anzianità contributiva alla speranza di vita non ha senso, è poco costituzionale ed iniqua e in prospettiva occorrerebbero oltre 45 anni di lavoro per andare in pensione anticipata!
Si potrebbe stabilire un limite uguale per uomini e donne a 41 anni con costi più che sostenibili.
Reintrodurre le flessibilità in uscita col ritorno alla flessibilità dagli 8 anni (dai 57 ai 65) previsti dalla Dini ad un range tra i 63 (con 35 anni di contribuzione di cui massimo 2 figurativi) e i 71 anni con correttivi attuariali (penalizzazioni del 2% per ogni anno di anticipo), facendo baricentro al’età d i 67 anni.
Nel periodo di fruizione della pensione la spesa sostenuta dal sistema è la stessa anche con un anticipo di 4 anni poiché l’importo della pensione è proporzionato alla durata media di fruizione. Tuttavia nei primi anni (tra massimo 4 e uno) come ho già sottolineato, si creerebbe un costo dovuto a mancate entrate contributive e alle uscite anticipate (si prende la pensione 4 anni prima e si smette di versare i contributi con 4 anni di anticipo).
Perciò questo provvedimento potrebbe inizialmente essere indirizzato ai lavoratori precoci (quelli che hanno iniziato a lavorare dai 15 anni ai 21) agli esodati, ai disoccupati di lungo periodo con gravi problemi di occupazione, a coloro che sono impegnati in attività di cura familiare per anziani, portatori di handicap e minori) con almeno 63 anni di età anagrafica e 35 di contribuzione.
La proposta consentirebbe di ridurre gli oneri per assistenza e sostegno al reddito erogati ai disoccupati di lungo periodo.
Secondo il sottosegretario Pier Paolo Baretta intervenuto al convegno, banche, fondi pensione, casse previdenziali e le stesse imprese potrebbero avere un ruolo per contenere il costo della flessibilità previdenziale in uscita. Baretta ipotizza, a titolo personale, “un rapporto triangolare con il sistema creditizio, l’Inps e il soggetto che va in pensione”, con le banche che potrebbero aiutare l’Istituto “a sopperire all’anticipazione riducendo al minimo esborso di cassa”.
Opzioni ancora lontane dal divenire realtà, ma tutte aventi un obiettivo preciso: evitare che il costo della flessibilità si traduca in un affossamento dei conti, che l’Ue di certo non gradirebbe.
Come avverrebbe quest’operazione non è detto. Teoricamente ci possono essere varie ipotesi. Quella meno ovvia è la sottoscrizione di titoli di debito dello Stato. Già oggi i fondi fanno abbondanti investimenti in titoli pubblici con tendenza a riduzione visto i rendimenti molto bassi ed in alcuni casi negativi. Un’altra ipotesi è che le forme di previdenza complementare facciano un prestito dedicato allo Stato o all’Inps sottoscrivendo bond specifici con rendimenti prefissati, e questo rientrerebbe nella logica dei nuovi investimenti di cui i fondi sono alla ricerca. La via più ovvia escluso l’esproprio comunque mascherato che metterebbe a rischio tutto il sistema potrebbe essere un’ulteriore inasprimento della tassazione. Che andrebbe ad aggiungersi all’aumento già effettuato non la legge di stabilità 2015, quando l’aliquota sui rendimenti finanziari fu innalzata dall’11 al 20%. Essa affosserebbe ulteriormente la previdenza complementare per recuperare quei 4 miliardi di euro necessari subito.

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tbtcot
Scritto il 9 marzo 2016 at 09:07

Smettere di sussidiare la previdenza complementare che non da garanzie? no?

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