Il tfr ai fondi pensione, cade l’obbligo del versamento totale

Scritto il alle 08:47 da [email protected]

La possibilità di utilizzare il TFR quale forma di finanziamento per la previdenza complementare è stata pensata come una delle maggiori opportunità offerte ai dipendenti per costruirsi una adeguata pensione integrativa. Invece si è rivelata la maggiore molla psicologica che ne ha bloccato il decollo.

Volendo stipulare una polizza vita con la previsione di farsi corrispondere una rendita di una certa consistenza, dovrebbero versare dei premi mensili molto alti. Per superare questa handicap e favorire il risparmio previdenziale, si pensò di utilizzare il trattamento di fine rapporto.
Il suo utilizzo consente un versamento cospicuo e costante, senza dover rinunciare a quote consistenti di reddito con l’aggiunta di rendimenti più favorevoli derivanti dagli investimenti dei fondi pensioni, maggiori rispetto a quelli del TFR. Mediante il conferimento  del tfr non si devono versare somme strabilianti, il sacrifico che si chiede, diventa sopportabilissimo, il versamento dell’1% della propria retribuzione, in genere 20/30 euro mensili. In questo caso si aggiunge anche il versamento di una cifra analoga da parte del datore di lavoro.
Ma quello che doveva costituire un facilitatore per le adesioni, si è rivelato alla lunga un freno. I motivi sono molteplici, ma riconducibili ad alcuni fattori costanti:
• la scarsità del reddito che non favorisce il risparmio. Quello che si guadagna serve per vivere.
lavori saltuari. Contratti a termine inframmezzati da periodi di disoccupazioni con un andamento retributivo altalenante. Le retribuzioni non sono cioè in crescita costante.
Paura di perdere il capitale a seguito dei tracolli delle borse.
Il disegno di legge sulla concorrenza, trasmesso dal governo alle Camere più di un anno fa, non ha avuto ancora l’approvazione definitiva per via delle forti resistenze delle lobby. Riguarda vari argomenti fra cui i Fondi pensione complementare. Approvato alla Camera ora è in discussione presso la competente Commissione del Senato. Nella riunione del giorno 8 marzo scorso  è stato approvato un emendamento che introduce “ampi margini di flessibilità in capo ai sottoscrittori dei contratti e degli accordi collettivi”. L’emendamento rende possibile la richiesta della Covip, l’autorità di vigilanza sui fondi pensione, avanzata nel corso dell’ audizione in Commissione, su una maggiore libertà di scelta lasciata ai lavoratori sull’utilizzo del proprio trattamento di fine rapporto. L’emendamento “intende sviluppare le adesioni, grazie alla possibilità rimessa espressamente alla contrattazione collettiva di determinare la quota minima di Tfr da destinare alla previdenza complementare“, ciò, nell’obiettivo di agevolare le adesioni anche nelle aziende con meno di 50 dipendenti, per le quali – continua la relazione tecnica – “si riscontrano alcuni problemi di penetrazione in ragione anche delle difficoltà di perdere integralmente tale forma di liquidità”. Con questa maggiore flessibilità concessa ai lavoratori, si “dovrebbe pertanto favorire la stipula di accordi che meglio rispondano alle esigenze delle diverse categorie di soggetti interessati, così da favorire un incremento delle adesioni”. Resta comunque immutata la possibilità per il lavoratore di lasciare l’intero Tfr in azienda.

Il ragionamento è partito dall’esame dell’accordo quadro Sindacati Aran del 1999 per i dipendenti delle pubbliche Amministrazioni. Infatti i lavoratori pubblici assunti prima del 2001 se si iscrivono ad un Fondo di previdenza di categoria che sono Espero per la Scuola e Perseo Sirio per i ministeriali, versano ai rispettivi fondi solo il 2% del tfr maturando mentre la parte rimanente viene contabilizzata e rivalutata figurativamente dall’ex Inpdap. Quelli assunti dopo versano l’intero tfr.
Ora in base al nuovo emendamento a seguito di accordi sindacali ogni lavoratore potrà:
versare l’intero tfr maturando ad un fondo.
• versare una quota minima e continuare ad accantonare la parte residuale.
Non è al momento prevista la possibilità di chiedere che la parte residuale venga corrisposta in busta paga. Anche se la riflessione se dividere così tanto la torta del tfr poi si finisce per polverizzarlo. Ma forse non sarà proprio così, perche quando un lavoratore tipo che versa solo una parte del suo tfr, quando andrà in pensione riscuoterà:
• il tfr maturato da quando ha iniziato a lavorare fino al momento dell’adesione ad un fondo pensione.
• Il montante relativo alla quota di tfr non versato.
• Del montante invece accumulato alla previdenza complementare, composto dalle quote del tfr versate, dal contributo dell’1% a suo carico e dal contributo dell’1% a carico del datore di lavoro e dai rendimenti finanziari, l’interessato può chiedere la trasformazione in rendita oppure:
• la metà sotto forma di capitale e la restante parte trasformata in rendita.
• Se l’ammontare della rendita è inferiore alla metà dell’assegno sociale può chiedere anche quest’altra metà in unica soluzione.
• Se insomma la rendita è inferiore a 224 euro, la metà dell’assegno sociale che nel 2016 è pari a 448,07 euro mensili prenderà tutto ed avrà usufruito dei benefici fiscali connessi alla previdenza integrativa.
Il provvedimento, quando avrà completato  il suo iter al Senato dovrà tornare rapidamente alla Camera per l’approvazione definitiva.
Questo consente di fare un’ultima considerazione. Oggi questa misura ulteriore è stata resa possibile dal sistema bicamerale attualmente esistente, perché con la modifica delle attribuzioni al Senato, tali approfondimenti e miglioramenti non saranno più possibili.

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