Con la Busta Arancione il re è nudo, la complementare veste meglio

Scritto il alle 08:53 da [email protected]

libretto inpsLa busta arancione conferma quello che si diceva da anni e cioè che le rendite pensionistiche sarebbero state insufficienti ai  futuri bisogni elementari di vita. Ritardata per motivi tecnici e poi per motivi politici, concettualmente superata e costruita sulle sabbie mobili di proiezioni ad orizzonti temporali lunghissimi, ha il pregio di porre forse con una crudezza eccessiva, il problema dell’adeguatezza delle pensioni sul tappeto, anche se in questo momento non è di adeguatezza che si parla, bensì di anticipo dell’età pensionabile.
In realtà già dal 1996, dopo l’entrata in vigore della legge Dini era previsto che annualmente sarebbe stato spedito ad ogni lavoratore il suo estratto contributivo in modo da potersi orientarsi su opzioni facili: innanzitutto vedere se il datore di lavoro aveva versato le “marchette” all’Inps al fine di evitare brutte sorprese  al pensionamento, quando è impossibile qualsiasi azione di rivalsa. Le marchette erano dei francobolli incollati sul libretto assicurativo personale degli operai per attestare il versamento dei contributi. Abolite le marchette nessun sapeva più se i contributi previdenziali si versavano  o meno. Da qui continue visite all’Istituto di previdenza, ai sindacati e patronati, vertenze ai datori di lavoro quando erano reperibili, perché la vita delle piccole imprese in genere è brevissima.
Questa funzione fondamentale, sul  modello di analoga esperienza svedese, si è arricchita delle previsione del  calcolo della futura pensione chiamata “Busta Arancione”, perché quando non esistevano le e mail, il riepilogo contributivo svedese era spedito proprio con una busta di colore arancione, Nella terra delle brume nebbiose un colore sgargiante rallegra gli animi ( specie se la previsione è consistente – stiamo parlando sempre della Svezia!).
Da noi purtroppo le prime missive hanno svelato un panorama molto cupo. Di fronte alle prime proiezioni i più scoraggiati sono i giovani a causa di una vita lavorativa continuamente frammentata.
Bisogna aggiungere che le attuali previsioni della busta arancione sono anche fin troppo ottimistiche, perché costruite ipotizzando una crescita del Pil annuo almeno dell1,5% e di un’inflazione del 2%.

Parametri che potevano andare bene bel 1996, ma che sono assolutamente irrealistici ed utopistici oggi e chissà quali saranno quelli in futuro.

Lo scenario estremamente negativo impone l’adozione di provvedimenti acconci di correzione.
Nessuno parla di riforma organica delle pensioni che sarebbe l’ennesima. Qualcuno chiede semplicemente l’abolizione pura e semplice della legge Monti-Fornero senza specificare, nel caso assurdo che questa richiesta venisse accolta, quale normativa verrebbe utilizzata. Quella di prima? E con quali soldi. Ci sono quelli che utilizzano il mantra dell’evasione fiscale.  Col recupero dell’evasione fiscale che vale 60 miliardi si può tranquillamente tornare al sistema retributivo senza inventarsi la pensione complementare che è un regalo alle banche ed alle assicurazioni. Questo tipo di ragionamento può valere per tutti gli usi, per la riforma sanitaria, per la ricerca, per la scuola, per la cultura, per la lotta alla povertà, per il reddito di cittadinanza eccetera.

Anche se così fosse già la normativa ante Fornero prevedeva che gli statali potessero andare in pensione a 67 anni e il 90% dei dipendenti maschi lo facevano. Nel privato andavano in pensione a 65 anni e con la finestra mobile di 1 anno si arrivava comunque a 66 anni. Quindi siamo lì.
Il vero dibattito si scatena quando ci si sposta verso l’età in uscita sui 62 anni oppure voler consentire alle donne di andare in pensione prima senza aumentare ulteriormente il gap di genere anche nelle pensioni, come è accaduto con l’opzione donna.
Qui le idee,  le proposte e soprattutto la stima dei costi sono a bizzeffe.  C’è  chi afferma che l’anticipo pensionistico costa solo un miliardo e quindi si può fare. Altri stimano il costo fra i 4 ed i 7 miliardi, questo per rimanere nell’ambito delle fonti governative. Comunque un costo c’è. A chi farlo pagare? Alla collettività non si può perechè le tasse bisogna diminuirla, all’Inps, non si può perchè già sta male per conto suo. La soluzione sarebbe stata trovata nel cosiddetto prestito previdenziale. Un’operazione abbastanza iniqua .
Spieghiamo come dovrebbe funzionare il meccanismo “Ape”.

Esempio se un lavoratore decide di andare in pensione un anno prima e la sua pensione è di 1000 euro mensili, 13.000 annui, l’Inps per l’anno di anticipo non ha i soldi, però dice al lavoratore io questi soldi te li faccio prestare da una banca e li restituisci tanto al mese con gli interessi, oppure se l’economia va meglio, gli interessi te li paga lo Stato.
Quindi un lavoratore che decide di andare in pensione un anno prima, perde un anno di stipendio, sicuramente maggiore di 13.000 euro ed in più si ritrova, come dicono a Roma, con un anno di stipendio in meno e con 13.000 euro da restituire, ricevendo in cambio una pensione mensile inferiore ai mille euro. Quello che si dice un vero affare.
A tal proposito c’è uno studio  della Uil che spiega un pò meno rozzamente il meccanismo, studio che evidenzia la perdita di una mensilità all’anno.

L’altro giorno Renzi si è sbilanciato molto sull’operazione Ape  ed il giorno dopo il ministro Padoan ha fatto una brusca frenata.
In questo bailamme aumentano le ansie per la propria vecchiaia. Si tratta di ansie non infondate. La riduzione del vecchio modello familiare all’interno del quale ognuno trovava l’assistenza anche economica, spinge i più avveduti a prevedere una pensione il più possibile sganciata dagli andamenti macroeconomici ed il più possibile legato ai criteri assicurativi che  gli garantiscano una rendita, da qui la necessità della previdenza complementare,quasi come scelta obbligata. Ma non basta, a fianco alla pensione integrativa costruire anche una polizza sanitaria integrativa e terzo stipula una polizza long term care se non è inclusa nelle prime due opzioni.
Questa è la realtà nuda e cruda. Il resto sono solo argomentazioni da talk show.

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2 commenti Commenta
tbtcot
Scritto il 9 maggio 2016 at 11:36

Sinceramente ho i miei dubbi che la previdenza complementare possa aiutare.. forse in qualche caso.. ma se uno avrà una carriera intermittente non credo che a fine carriera farà il dirigente (che quindi potra integrare i versamenti alla fine per aunmentare il montante).. e se versi poco avrai poco… che vuole che faccia la previdenza complementare?… i miracoli non li fa nessuno..
Quei soldi destiniamoli a impieghi più redditizi.. mi creda…

draziz
Scritto il 10 maggio 2016 at 23:13

Giusto per non restare nel “campo delle 100 pertiche”, come Lei suggerisce, faccia cortesemente un’ipotesi di costo per un 40enne.
Ipotizzi una cifra da versare per la pensione integrativa e pure quella per una mutua integrativa.
Così vediamo immediatamente se giocare a “bau-bau / micio-micio” oggi o…domani.
Forse non è abbastanza diffusa l’abitudine di stipendio stile “parlamentare Italiano” ed i normali lavoratori pare abbiano difficoltá a non diventare evasori grazie al prelievo contributivo ed impositivo del moloch patrio…

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