Il TFR: meglio in azienda, in busta paga o alla complementare?

Scritto il alle 08:04 da [email protected]

Ieri si è chiusa la VI manifestazione sulla previdenza e sul lavoro, una manifestazione organizzata da un soggetto privato che colma egregiamente un vuoto che non riescono a colmare né il ministero del lavoro né l’Istituto nazionale di previdenza italiano.
Anche io ho partecipato a questa edizione, è la mia terza partecipazione e questa volta ho affrontato il problema del tfr e del suo utilizzo visto che oggi esistono almeno tre opzioni. Narcisisticamente devo dire che le mie prolusioni sono state molto seguite da persone a me sconosciute fino al momento dell’inizio degli incontri. A maggior sottolineatura il mio intervento si è svolto in concomitanza con quello del presidente dell’Inps Boeri. Erco i miei 50 ascoltatori circa non erano i 500 e passa che hanno riempito la sala dove parlava Boeri, comunque erano all’incirca per metà operatori del settore e per metà giovani dipendenti del settore privato. Nessun dipendente del Pubblico Impiego.
Nel merito della questione il Trattamento di fine rapporto – TFR – è la prestazione di fine lavoro per i dipendenti del settore privato e dei dipendenti pubblici assunti dal 1.1.2001, mentre il Trattamento di fine servizio – TFS – è la prestazione di fine lavoro per i dipendenti del settore pubblico in servizio prima del 1.1.2001. Il TFR è costituito da un accantonamento mensile di quote del 6,91% della retribuzione utile e consiste in una somma di denaro una tantum.
Il TFS invece consiste in una somma calcolata generalmente sull’80% della retribuzione utile, diviso 15 e moltiplicata per gli anni di servizio. Il tfr dei lavoratori privati è un reale accantonamento monetario.
Il tfr/tfs dei lavoratori pubblici è contabilizzato figurativamente dall’Inps Gestione dipendenti pubblici che lo versa agli interessati dai 12 ai 24 mesi dopo la cessazione dal servizio, a secondo della motivazione della cessazione, se è per dimissioni o per raggiungimento dei limiti di età.
Fatta questa presessa, ogni lavoratore dipendente ha di fronte tre possibili scelte:
1 – riscuotere la quota di TFR mensilmente in busta paga
2 – lasciare il Tfr in azienda/inps
3 – versare il Tfr maturando alla previdenza complementare
La legge di stabilità 2015 intervenne nuovamente sull’idea di rilancio dei consumi che non si era ottenuto con il bonus degli 80 euro utilizzando questa volta il tfr.
Il governo pensava che questo rilancio potesse essere effettuato immettendo per un triennio (2015/2018) risorse che altrimenti sarebbero rimaste immobilizzate. La legge ha offerto la possibilità di avere mensilmente in busta paga il tfr maturato da gennaio 2015.
La richiesta di avere il Tfr in busta paga è volontaria, ma la domanda una volta fatta è irrevocabile
Il Tfr accumulato fino alla data della domanda non può essere riscosso e rimane custodito presso la propria Azienda, Fondo Tesoreria Inps, Fondo pensione.
Con quest’operazione il governo pensava:
• Un alto numero di richiedenti
• Le risorse inserite in busta paga sarebbero state immesse nel circuito economico alimentando un circuito virtuoso.
• Questo circolo avrebbe spinto le persone agli acquisti, le fabbriche a produrre i beni da acquistare.
Che per poterli produrre sarebbero ricorsi all’assunzione di nuovo personale rilanciando l’occupazione.
Poiché il tfr in busta paga sarebbe stato tassato con le aliquote irpef ordinarie, il governo pensava altresì ad un maggior introito fiscale di 4/5 miliardi di euro.
Possono chiedere il tfr in busta paga anche gli iscritti ad una forma di previdenza complementare ( Fondo chiuso, aperto o Pip).
In tal caso la propria posizione complementare è alimentata solo dal contributo del lavoratore, del datore di lavoro e dai rendimenti finanziari
L’anticipo del Tfr in busta paga è stato un flop, lo hanno chiesto solo lo 0,7% dei lavoratori. Ha pesato anche il fatto che l’anticipo non è utile ai fini della pensione.
In realtà i lavoratori italiani si sono dimostrati più avveduti dei propri governanti.
Se non si sceglie il Tfr in busta paga le quote che maturano vengono accumulate nell’ azienda dove si lavora se ha meno di 50 dipendenti, oppure sono versate al Fondo tesoreria Inps se ha più di 50 dipendenti e si rivaluta annualmente a norma di legge ( 1.5% + 0.75% dell’inflazione).
La rivalutazione del tfr era tassata con un’aliquota dell’11%, dal 1.1.2015 la rivalutazione è tassata con aliquota del 17%, mentre l’aliquota fiscale sui rendimenti finanziari dei fondi pensione, è stata elevata dall’11 al 20% a decorrere dal 1.1.2014. L’aliquota ordinaria sui rendimenti finanziari è del 26%, quella sui BOT del 12.5%.
Si è trattato di un incremento nella tassazione del risparmio punitivo anche in considerazione del drastico calo della redditività dei titoli di Stato e dei depositi bancari.
l’incremento delle aliquote sui fondi pensione al 20% ridurrà il montante contributivo atteso dei giovani lavoratori di una percentuale compresa tra il 5% e l’8,6%
Con lo scenario prospettato e l’aumento della tassazione conviene ancora la previdenza complementare? Intanto sia subito ben chiaro che Il motivo per cui è stata istituita la previdenza complementare, cioè ripararsi da una bassa pensione pubblica non viene assolutamente meno. Lo dimostra ampiamente la risposta dei lavoratori che hanno preferito non toccare il Tfr
I lavoratori per decidere dovrebbero porsi le seguentii domande:
• Quanto reddito mi garantirà la pensione pubblica in rapporto all’ultimo stipendio?
• Lo ritengo sufficiente?
• Se no, di quanta integrazione potrei avere bisogno per raggiungere il livello che ritengo adeguato?
• Qual è l’ammontare della contribuzione alla previdenza complementare che devo e/o posso sostenere per assicurarmi questa integrazione?
• Dove aderire ( Fondo chiuso, aperto o PIP) e, tra le linee di investimento quali scegliere per costruirmi questa integrazione?
Oggi si dispone di uno strumento in più per rispondere a queste domande.
• E’ la famosa Busta Arancione dell’Inps. Essa contiene la propria situazione previdenziale e la previsione del futuro assegno pensionistico.
Intanto ricordiamo che con le norme attuali il tasso di sostituzione atteso, cioè il rapporto fra ultimo stipendio e prima rata di pensione con il sistema di calcolo contributivo, è stimato fra il 50/60%. Cioè se l’ultimo stipendio è 1000 euro, la prima rata di pensione potrebbe essere di 500/600 euro .
La terza opzione possibile è l’utilizzo del tfr per costruirsi una pensione integrativa.
L’iscrizione alla previdenza complementare è libera e volontaria. E’ a Capitalizzazione individuale (ogni iscritto ha un proprio «conto individuale»); a Contribuzione definita (La prestazione e erogata dipenderà dai contributi versati e dai rendimenti finanziari conseguiti dal Fondo), con Fiscalità agevolata (il legislatore ha voluto incentivare l’adesione ai Fondi Pensione concedendo sconti fiscali a chi aderisce).
Poi ci sono dei vantaggi fiscali come la DEDUCIBILITA’ dei contributi a carico del lavoratore fino a € 5.164,57, la tassazione separata – aliquota media per le prestazioni in capitale, la rendita tassata al 15% mentre la pensione Inps ha la tassazione ordinaria.

I lavoratori scelgono come investire i propri risparmi Le linee di investimento sono quella dinamica, prudente, garantita. La gestione garantita dà la restituzione integrale del capitale
la previdenza complementare ha ben altri vantaggi:
• Riscatto della posizione maturata prima del pensionamento per decesso, inabilità, cambio di lavoro
• Anticipazione fino al 75% del capitale accumulato per spese sanitarie in qualsiasi momento
• Dopo 8 anni per acquisto casa
• Anticipazione del 30% del maturato dopo 8 anni e senza fornire giustificazioni
La pensione complementare chiamata rendita può essere :
• pensione di vecchiaia
• età pensionabile stabilita dal regime pensionistico pubblico
• almeno 5 anni di permanenza nel Fondo
• pensione di anzianità per i dipendenti pubblici
• età di non più di dieci anni inferiore a quella stabilita per la pensione di vecchiaia
• almeno 15 anni di permanenza nel Fondo
Il lavoratore può scegliere di riscuotere:
• Rendita vitalizia (100%)
• Non meno del 50% rendita e non più del 50% capitale
• Tutto in capitale, nel caso di rendita inferiore alla metà dell’assegno sociale (€ € 448,52 quindio 225 euro) o per non maturazione dei requisiti per la rendita (es. iscrizione al fondo per 4 anni)
•Al momento del pensionamento il lavoratore stabilirà la tipologia di rendita più confacente per sé. Le più diffuse sono:
• – Rendita vitalizia
• – Reversibile (è possibile scegliere un beneficiario diverso dagli eredi)
• – Certa per 5 o 10 anni (nel caso di morte entro 5 o 10 anni la rendita è pagata al beneficiario fino al termine del periodo di «certezza»)
• – Contro – assicurata (viene riconosciuto al beneficiario il montante non ancora trasformato in rendita)
• – Con maggiorazione per non – autosufficienza (LTC)

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