Pensioni: Per non restare a mani semivuote

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Il dibattito sulle pensioni sta trascinando con sé quello sulle pensioni integrative. Alle paure e inquietudini disvelate dalla busta arancione c’è chi lancia accuse precise che tutta l’operazione altro non sia che una gigantesca campagna pubblicitaria in favore del secondo pilastro, la previdenza complementare. Ancora una volta si sfugge dal merito e si svolta nell’ideologico.

Quando il dibattito prende queste strade, sovente la razionalità e la coerenza dialettica soccombono ai pregiudizi.
Dagli anni ’90 il nostro sistema pensionistico è stato profondamente modificato e ancora lo sarà nel futuro anche prossimo se si realizzeranno le dichiarazioni governative. I motivi principali dei cambiamenti sono stati il progressivo aumento della durata della vita media, arrestatosi comunque nell’ultima rilevazione che ha determinato finora l’allungamento del periodo di pagamento delle pensioni e il rallentamento della crescita economica che ha comportato la riduzione dell’ammontare dei contributi che si versano all’Inps, al netto dell’evasione, degli sgravi per il jobs act eccetera.
Questi sono i punti fondamentali su cui si aggroviglia tutta la partita pensionistica italiana.
Il fenomeno dell’allungamento della vita media e della riduzione del mercato del lavoro, ha determinato in particolare:

• l’elevazione dell’età richiesta per andare in pensione e l’anzianità contributiva minima;

• l’importo della pensione viene collegato: a) all’ammontare dei contributi versati durante tutta la vita lavorativa e non più alle ultime retribuzioni percepite; b) alla crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL); c) alla durata media del periodo di pagamento della pensione (la cosiddetta “speranza di vita” al momento del pensionamento);

• la pensione viene rivalutata con la perequazione, non sempre e non per tutti, unicamente sulla base dell’inflazione che in questi anni è pari allo zero e non in base all’aumento delle retribuzioni che, generalmente, è più elevato.

Tali modifiche fanno sì che, nel futuro, le nuove pensioni saranno più basse in rapporto all’ultima retribuzione percepita (il cosiddetto “tasso di sostituzione”). E’ questa la ragione principale per cui alla previdenza obbligatoria viene affiancato il secondo pilastro del sistema: la previdenza complementare.

Il quadro normativo di riferimento della previdenza complementare è attualmente delineato nel Decreto Legislativo 252 del 2005.

Avere un’idea, fin da quando si inizia a lavorare, di quanto sarà il tasso di sostituzione è importante per valutare se la pensione potrà garantire un tenore di vita adeguato. In questo aiuta il programma di simulazione “la mia pensione” dell’Inps.
Un giovane lavoratore dipendente che entra oggi (2016) per la prima volta nel mercato del lavoro e che andrà a riposo dopo 20 anni di contributi non prima di 67 anni di età, avrà una pensione che grosso modo sarà pari alla metà del suo ultimo stipendio; se invece si tratta di un lavoratore autonomo, la sua pensione sarà pari a meno di un terzo del suo ultimo reddito. Avere consapevolezza del proprio futuro pensionistico consente di adottare delle contromisure adeguate per non rimanere a mani semivuote.
Coloro che pensano che questo reddito sia sufficiente per vivere dignitosamente ed affrontare gli imprevisti, non devono fare niente, se invece pensano che non sarà sufficiente, dovranno fare qualcosa per la propria vecchiaia. Prima dell’attuale crisi, le vie ordinarie erano l’acquisto della casa per la propria abitazione, gli investimenti in buoni postati o in Bot che assicurano rendimenti negativi.
Oggi ci sono strumenti più efficaci e remunerativi, come la previdenza complementare, per esempio.
Aderire alla previdenza complementare significa accantonare regolarmente una parte dei risparmi durante la vita lavorativa per ottenere una pensione che si aggiunge a quella corrisposta dagli enti di previdenza obbligatoria .
La previdenza complementare rappresenta un’opportunità di risparmio a cui lo Stato riconosce agevolazioni fiscali di cui altre forme di risparmio non beneficiano. L’agevolazione vale anche nel caso che si effettuano versamenti a favore di familiari che sono fiscalmente a carico.
È importante contribuire alla previdenza complementare fin dall’inizio della carriera lavorativa.
Rimandare, anche di pochi anni, l’inizio dei versamenti significa ridurre l’ammontare della pensione complementare. Per rilanciare la previdenza integrativa, sono allo studio varie ipotesi fra cui quella di dubbia costituzionalità dell’adesione obbligatoria.

Se aggiungiamo questo aspetto alla non tanto nascosta volontà di favorire banche e assicurazioni perché dotate di maggiori “professionalità” per le pensioni integrative a scapito dei fondi pensione chiusi o di categoria, si intravede la trama sottile non dico di favorire sic et simpliciter i cosiddetti poteri forti, ma quella più sottile di sganciarsi da un settore del welfare che è ritenuto troppo oneroso anche se non lo è, e rilanciare completamente la palla, come si direbbe in gergo calcistico alle parti in campo: lavoratori e assicurazioni, sottraendo lo Stato dalla cura della vecchiaia. Anche la LTC (long term cure), la cura della non autosufficienza è un affare di polizze assicurative che oggi già sono obbligatorie in Germania e forse domani anche in Italia e in corrispondenza della riduzine delle prestazioni del servizio sanitario nazionale, c’è un vero boom di polizze sanitarie integrative..

Questo indubbiamente è lo scenario peggiore che possiamo immaginare. L’ideale che avevano immaginato i riformatori con la legge Dini, è un mix fra intervento pubblico e privato, in cui quello privato rimane sempre una parte minoritaria. Integrativa, appunto.

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1 commento Commenta
tbtcot
Scritto il 16 maggio 2016 at 17:03

Peccato che la previdenza complementare costa e non garantisce nulla.. peccato..

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