Rapporto Istat: la spesa pensionistica non scende

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Venerdì 20 maggio 2016 presso la Sala della Regina di Palazzo Montecitorio, il presidente dell’Istat Giorgio Alleva ha illustrato il “Rapporto annuale 2016 – La situazione del Paese” alla presenza del Presidente della Repubblica.
Il Rapporto, giunto alla ventiquattresima edizione, sviluppa una riflessione documentata sul presente dell’Italia, utilizzando dati e analisi per descrivere le trasformazioni intervenute nel recente passato e al tempo stesso individuare le prospettive per il futuro e le potenzialità di crescita del Paese. Quello di quest’anno è una sorta di rapporto cerchiobottista, di quelli che danno un colpo al cerchio ed un colpo alla botte. Specie per quanto riguarda l’economia degli ultimi anni. C’è la crescita, ma è lenta, diminuisce la disoccupazione ma è sempre alta, il jobs act va bene ma non fa miracoli, la riforma sulle pensioni va bene, ma la spesa previdenziale continua a salire. Come se fosse più una esortazione alla speranza che una fredda elencazione di cifre e percentuali. Ma noi vogliamo credere a quest’impostazione e speriamo che la modesta ripresa di quest’anno diventi irruente in quelli successivi. Intanto però, come dice il filosofo, si muore.
Infatti a partire dallo scorso anno, il Rapporto si è arricchito di analisi e prospettive inedite, sintetizzando gli andamenti e i caratteri strutturali prevalenti, ma dando conto al tempo stesso della profonda eterogeneità che caratterizza i territori e gli attori economici e sociali.

Tralasciando gli altri aspetti statistico sociologici, peraltro interessantissimi, nel campo pensionistico tra il 2009 e il 2014 il numero di pensioni è passato da 23,8 a 23,2 milioni (-637 mila), quello dei pensionati da 16,8 a 16,3 milioni tra il 2008 e il 2014 (-520 mila). Le riforme fatte a partire dagli anni Novanta non sono però riusciti a interrompere la crescita della spesa pensionistica in misura consistente pur rallentandola: il rallentamento non ha fermato il progressivo innalzamento dell’incidenza della spesa pensionistica sul Pil, al 17,2% nel 2014. Nel 1974 la spesa pensionistica sul pil fu dell’8,2%. Si era allora in pieno sistema retributivo che oggi viene demonizzato come la causa di tutti i mali. Questi due dati invece, il 17,2% nel 2014 (dopo la riforma Fornero) e l’8,2% del 74, dimostrano una sola cosa, che la spesa previdenziale diventa largamente sostenibile e dare pensioni soddisfacenti se c’è un’economia che cresce con percentuali di Pil a due cifre.


Nel 2014 i pensionati di vecchiaia sono 11,2 milioni (68,8% dei pensionati). Dal 2003 al 2014 i nuovi pensionati di vecchiaia sono tuttavia calati da 583 mila a 257 mila. I nuovi pensionati del 2003 percepivano rispetto al totale dei pensionati di vecchiaia, redditi pensionistici bassi. La stessa analisi, replicata per l’anno 2014, mette in luce che i nuovi pensionati di vecchiaia si concentrano nella classe di reddito più elevata: ricevono prestazioni più alte di quelli del 2003, certamente in conseguenza di carriere lavorative e contributive più lunghe e regolari, ma anche perché il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo non ha ancora dispiegato effetti diffusi.
Dal 2003 al 2014 l’età di pensionamento si è progressivamente innalzata. L’età media dei nuovi pensionati di vecchiaia è passata da 62,8 a 63,5 anni, quella mediana da 60 a 62. Quindi siamo ancora molto lontani dalla media di 65 anni e lontanissimi dal limite 66 anni e 7 mesi della legge Fornero.
Aumenta il numero di anni di contribuzione con cui si arriva al pensionamento. Il progressivo invecchiamento della platea dei pensionati di vecchiaia deriva da tre elementi congiunti: in primis, i due terzi dei pensionati di vecchiaia del 2003 sono ancora vivi nel 2014 e le pensioni di cui sono titolari sono quindi migrate verso classi di durata più elevate; il secondo elemento è che nel periodo considerato si è verificato un calo cospicuo dei nuovi pensionati. Infine, la permanenza nello stato di pensionamento cresce anche in conseguenza dell’incremento della speranza di vita, che si riflette nella crescita dell’età media dei pensionati alla morte (da 77,2 anni nel 2003 a 81,2 nel 2014). Dal 2003 al 2014 il reddito pensionistico medio dei nuovi pensionati è cresciuto dai 13.909 euro del 2003 ai 23.155 del 2014. Nel periodo considerato il gap pensionistico uomini/donne è andato riducendosi. Nel 2003 l’importo medio della pensione delle donne era inferiore di circa 6.400 euro rispetto a quello degli uomini, nel 2014 la differenza è scesa a circa 4.100 euro. I nuovi pensionati di vecchiaia 2014 sono entrati nello status di pensionamento percependo trattamenti economici migliori.
Secondo i modelli di previsione della Ragioneria generale dello Stato i tassi di sostituzione lordi caleranno in misura rilevante, ma graduale. Per i lavoratori dipendenti (con un percorso contributivo di almeno 38 anni) il rapporto percentuale tra ultimo stipendio e prima rata di pensione scenderà dal 73,7 del 2010 al 68,1 del 2020, al 67,4 del 2030, per attestarsi al 63,9 alla fine del periodo di previsione (2060). Per i lavoratori autonomi la tendenza al ribasso sarà più marcata, con un calo del tasso di sostituzione dal 72,2 al 51,5. Allo stato attuale, complice la crisi economica, il reddito pensionistico dà un contributo di sempre maggiore rilievo al reddito familiare complessivo. Ne è conferma la minore esposizione delle famiglie con pensionati a rischio di povertà e di grave deprivazione, se confrontata con quella delle famiglie che non hanno pensionati fra i loro componenti, con differenze più marcate nei nuclei familiari con figli. Infine anche il gender gap tra pensionati e pensionate mostra – come si è visto – segnali di riduzione. Tuttavia per conseguire ulteriori riduzioni sarebbe necessario rimuovere gli ostacoli che ancora rendono più difficoltoso il percorso lavorativo, e quindi contributivo, delle donne. Le differenze di genere che si osservano tra i pensionati, riguardano infatti anche la popolazione prossima alla pensione come pure, in prospettiva, le generazioni più giovani che continuano a essere interessate da forti disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro. I differenziali di genere nelle pensioni non verranno, quindi, colmati fintanto che non saranno superate le disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro, nell’organizzazione dei tempi di vita, e non sarà disponibile una rete adeguata di servizi sociali per l’infanzia.

P.s forse mi sarà sfuggito, ma nel rapporto, che pure esamina tutti i fenomeni economici sociali, non prende mai in considerazione nè cita la previdenza complementare. Solo a pag 245 ( su 299 pagine) si cita il ” progressivo, seppure estremamente lento, maggiore ricorso a forme di previdenza complementare”.

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