I fondi pensione daranno una mano alle PMI?

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Palazzo Curtatone - Roma

Palazzo Curtatone – Roma

Il 23 maggio 2016 si è tenuto un convegno a Roma organizzato dalla Cna sul tema “Una nuova finanza per le piccole imprese”. Ormai le medicine tradizionali non bastano più, serve una nuova politica finanziaria.
In cinque anni il credito alle imprese si è ridotto dell’11% dello stock totale. -20% per quelle artigiane.
Tra dicembre 2011 e febbraio 2016 il credito alle imprese si è ridotto di 112 miliardi. Secondo la Cna, un calo impressionante. Ma questo calo si trasforma addirittura in un crollo per le imprese artigiane che, nell’arco degli stessi 50 mesi, hanno subito un taglio vicino al 20 per cento allo stock di credito erogato dalle banche passando da 55,6 miliardi a 44,8 miliardi.

La CNA, Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa, è l’associazione  operante nei settori della manifattura, costruzioni, servizi, trasporto, commercio e turismo, delle piccole e medie industrie, con particolare riferimento al settore dell’artigianato.
Al Convegno è intervenuto il vice ministro dell’economia Enrico Morando che ha condiviso in massima parte l’analisi della Cna. In merito alle fonti di finanziamento invece, per prima cosa se l’è presa con i fondi pensione per “scarsa collaborazione”  nell’investire in Italia e  ha annunciato una misura ah hoc per favorire il credito per pe piccole e medie imprese che sta studiando il governo.
Secondo Morando i Fondi pensione non stanno cogliendo l’opportunità, di avere un’aliquota agevolata per i rendimenti sugli investimenti investendo nell’economia reale.
La legge di stabilità per il 2015 ha elevato l’aliquota sui rendimenti finanziari dei fondi pensione dall’11 al 20% mentre per le Casse privatizzate dei professionisti l’aumento è stato dal 20 al 26%. Una tegola di non poco conto che riduce i rendimenti delle rendite in maniera consistente. Per addolcire la pillola la stessa legge ha previsto un credito di imposta fino ad un massimo di 80 milioni, se si effettuano  investimenti in infrastrutture di medio lungo termine (per un periodo minimo di 5 anni)  dell’ “economia reale”. Il successivo decreto del MEF (DM 19 giugno 2015) inoltre ha specificato gli investimenti da considerarsi nell’economia reale.

Facendo riferimento ai primi dati a disposizione del Ministero, Morando rileva “Adesso che la misura e’ in vigore i dati sono preoccupanti”. e spiega che si sarebbe aspettato una risposta molto più consistente. Invece nelle segnalazioni a fine aprile “le cifre sono relativamente basse; avevamo previsto 80 milioni per questa agevolazione, ne stiamo spendendo meno della metà”. La misura mira a riorientare gli investimenti dei fondi pensione “secondo l’interesse generale” se i gestori dei fondi, invece, ha aggiunto polemicamente, preferiscono gli investimenti speculativi sono liberi di farlo ma non vengano a chiedere agevolazioni al fisco. E’ esattamente il contrario. Proprio perché i fondi pensione sono obbligati ad investimenti prudenti e con il “total capital return”che questo tipo di investimento non decolla, Investimenti oltretutto bloccati da una procedimentazione burocratica degna dei migliori assurdi kafkiani.
Quello che meraviglia Morando, meraviglia anche me, ma da punti di vista diametralmente opposti. Io pensavo che lo strumento del credito d’imposta sarebbe stato poco o per niente utilizzato, visto la macchinosità e la poco chiarezza del suo utilizzo e mi sorprende che siano stati già utilizzati una ventina di milioni. Infatti il 27 aprile 2016, quindi appena un mese fa, l’ Agenzia delle Entrate è dovuta nuovamente intervenire pubblicando la Circolare 14/E per fornire chiarimenti e delucidazioni in merito all’applicazione del Credito d’imposta in favore degli enti di previdenza obbligatoria e delle forme di previdenza complementare.

Sul  provvedimento ad hoc del Governo, il vice ministro ha annunciato che vedrà la luce «nelle prossime settimane» per introdurre «un’aliquota zero sui rendimenti per gli investimenti ‘pazienti’ delle famiglie, che cioè mantengano per tre anni quell’investimento».
Le banche – ha poi aggiunto – sono un settore fondamentale per il credito alle imprese, ma dobbiamo riuscire a spostare parte crescente del risparmio delle famiglie italiane verso il finanziamento diretto delle imprese». Un modo per bypassare le banche visto come va il settore in questo momento.
Durante il  convegno non mi risulta che nessuno abbia mai tirato in ballo i mini bond che dovevano essere lo strumento principe di finanziamento delle Pmi. Varati da Monti nel 2011, viceversa hanno avuto uno scarsissimo successo.
Secondo Davide Colombo e Marco lo Conte su il Sole24ore del 23 maggio 2016 tra le misure già allo studio c’è l’ipotesi di offrire una garanzia statale alle emissioni dei mini-bond, le obbligazioni emesse da società non quotate, elevando da 1,5 milioni a 2,5 milioni l’importo massimo garantibile per singola azienda beneficiaria. Una misura per stimolare un comparto: nel primo trimestre di quest’anno ci sono state 16 emissioni per circa 100 milioni di euro, cioè niente. E in attesa che i mini-bond decollino, si ragiona anche su scala maggiore. L’ipotesi allo studio prevede che i fondi pensione investino una quota minima delle loro risorse in fondi di apposita creazione, di cui affidare la gestione a una o più Sgr specializzate in investimenti nell’economia reale: dal private equity, al private debt , al venture capital. Oltre agli investimenti infrastrutturali.
Che bisogna andare con cautela negli investimenti nella cosiddetta economia reale lo dimostra il caso del palazzo Curtatone, a Roma. Sono stati persi circa 4 milioni di euro da parte del fondo immobiliare Omega gestito da Idea Fimit sottoscritto da investitori istituzionali e da vari fondi pensione (fra i quali quello dei dipendenti Sanpaolo), che invece di fruttare rendimenti, generano solo perdite. Palazzo Curtatoneda è stato occupato da circa 3 anni da oltre 450 persone, per lo più rifugiati di nazionalità etiope ed eritrea. Tutti pensavano ad una cosa momentanea e che il Comune di Roma si sarebbe attivato per una sistemazione più idonea per questi poveri immigrati, ma non è stato così. Il 1 dicembre 2015 il Tribunale di Roma ha emesso un decreto di sgombero dell’edificio ma questo provvedimento non è ancora stato eseguito. Inoltre la proprietà dell’immobile non ha potuto staccare le utenze e deve pagare anche l’Imu al Comune  che non ritiene di dover soprassedere data la situazione venutasi a creare.

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