La melina sulle pensioni

Scritto il alle 08:51 da [email protected]

Il 24 maggio scorso c’è stato l’atteso incontro fra il ministro del Lavoro Poletti, presente il sottosegretario alla Presidenza, Nannicini, e le Organizzazioni Sindacali.
Come si dice in gergo è stato un incontro “interlocutorio” con una apetura di credito da parte dei Sindacati che vogliono andare a vedere cosa vuol fare di concreto il governo.
Gli analisti hanno già sottolineato l’eccesionalità della ripresa del confronto fra governo e sindacati, dopo che l’attuale esecutivo, dal suo insediamento aveva deciso di non tenerne in alcun conto, perché ininfluenti ( a suo pensare) sulle dinamiche economico/sociali.
I motivi del dialogo, non chiamiamola “concertazione”, possono essere vari. Il primo che subito viene da pensare è quello di carattere elettorale, considerando che i pensionati sono ancora quelli più affezionati alle urne e quindi conviene tenerli buoni facendo intravedere lo zuccherino.
La seconda motivazione è il tentativo di corresponsabilizzazione dei sindacati nelle soluzione adottate. Poiché come si gira la frittata, al di là delle nobili dichiarazioni ed ancor più nobili intenzioni, risorse non se ne vedono in giro. Per cui l’accordo concreto che si farà, se si arriverà ad un accordo,  sarà un accordo al ribasso.
I pensionati sinceramente si aspettavano di più: I giornali sono pieni di ipotesi sulle misure che il governo si attrezzerebbe a varare per il prossimo anno. Portarle sul tavolo ed aprire una discussione di merito non sarebbe stato sbagliato.
Ma evidentemente per ottobre c’è ancora tempo.

Lo stesso giorno dello “storico” incontro fra governo e sindacati, il presidente del Consiglio ha ritenuto di dover dire la sua attraverso Repubblica Tv. Come a dire che è vero che gli altri si incontrano e discutono, ma chi stabilisce le cosa da fare e poi decide è lui. Altrimenti non si spiega l’intervento in contemporanea al disgelo.

Nel nuovo corso ha pesato la manifestazione a Piazza del Popolo del 19 maggio 2016 gremita come un uovo da tutte le parti. A far promesse non costa nulla e poi si vedrà cosa si potrà fare con la prossima legge di stabilità, anche perché i segnali che arrivano dall’Istat sul primo trimestre sono raggelanti. La produzione crolla di nuovo, – 3.6%, la peggiore dal 2013, i consumi anche. L’impresione è che siamo punto e d’accapo, nonosatante le “coraggiose riforme” fatte dal governo, come si dice in Europa a mò di consolazione.
Secondo Renzi l’intervento principale da effettuare è quello sulle pensioni minime, «Sono troppo basse e valutiamo interventi» ha detto. Per queste si ipotizza l’estensione del bonus da 80 euro a una platea di oltre 2 milioni di pensionati. Ma per questa spesa servirebbero circa 2 miliardi di euro :Se stiamo in questa situazione è perchè «In Italia si è concesso a troppe persone di andare in pensione troppo presto – ha spiegato il premier -. Oggi l’età si allunga, e la nuova legge prevede che tutti debbano andare col contributivo. Nel mezzo vanno trovate delle soluzioni che salvino i contributi ma diano la possibilità di dare a chi vuole la possibilità di andare in pensione prima». Obiettivo: arrivare a “soluzioni condivise” che restino però all’interno dei vincoli di bilancio che il Paese non può oltrepassare. E oltre alle pensioni, il governo ha messo sul tavolo anche il giob act, linkando i due argomenti. Cioè l’uno dipende dall’altro.
Boeri che non era stato convocato alla riunione con i sindacati, un paio di giorni prima si era ripresa la scena allargando il suo campo d’azione all’Europa e lo fa con un articolo su La Stampa.
. La Comunità Europea deve intervenire con un forte rilancio del coordinamento sulle prestazioni sociali e le normative sul lavoro. Ad esempio, suggerisce Boeri, creando un nuovo numero di previdenza sociale europeo, un identificativo di sicurezza sociale (Essin) che ricalcherebbe quello specifico del Paese e si collegherebbe ai codici fiscali nazionali. Gli stati membri devono adottare interventi che riportino equità e sostenibilità al welfare europeo, rilanciandone l’integrazione, superando quell’atteggiamento di “inazione” con cui, stanno trovando terreno fertile i populismi.”Se l’Ue sopravviverà come zona di libera mobilità, avrà bisogno di un rafforzamento dei suoi confini esterni, associato a una più rigorosa applicazione dei principi di assicurazione sociale all’interno. La creazione di un più stretto collegamento tra i benefici erogati e i contributi passati per i lavoratori che si sono trasferiti da un Paese all’altro sarà essenziale – scrive Boeri – per l’integrità a lungo termine del mercato comune del lavoro”.

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