Perché due pilastri per le pensioni

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Ogni tanto riaffiora ciclicamente una domanda che di per sé non è peregrina, ma che risponde ad un sentito di molte persone. Di fronte al martellamento quotidiano che le future pensioni non saranno sufficienti e che occorre pensare per tempo a costruirsi una pensione complementare, il secondo pilastro appunto, molti alzano e spalle e pensano che forse è più facile e sicuro versare anche il tfr al fondo lavoratori dipendenti dell’Inps così si evita tutto l’amba aradam legato ai rischi dei rendimenti finanziari e si sottrae soprattutto un altro elemento di speculazione alle banche, che ultimamente non hanno dato un brillante esempio, alle assicurazioni ed in ultimo ai fondi pensione di categoria che sono gestiti dai sindacati. Questi ultimi poi appaiono in palese contraddizione con se stessi, perché da una parte si battono per una pensione pubblica adeguata e dall’altra si fanno sostenitori della previdenza integrativa.
Oggi il fronte degli “opinionisti” favorevoli al ritorno ad un unico pilastro si è molto irrobustito, ma per motivi che non attengono all’adeguatezza delle pensioni. I motivi sono da ricercare nel tentativo di incameramento del pingue patrimonio dei fondi pensione di circa 135 miliardi di euro. Esso rappresenta l’8,1 per cento del PIL e il 3,3 per cento delle attività finanziarie delle famiglie italiane. Di questo patrimonio, secondo la Covip, gli investimenti destinati al nostro Paese ammontano complessivamente a 34,5 miliardi di euro (35 per cento del totale), di cui 28 miliardi sono rappresentati da titoli di Stato. Se si escludono gli investimenti in titoli dello Stato italiano e la componente immobiliare, la quota di patrimonio che le forme pensionistiche complementari indirizzano verso il nostro Paese è limitata: gli investimenti in titoli emessi da imprese italiane presenti nei portafogli dei fondi pensione ammontano a 2,6 miliardi di euro (3 per cento del totale); di questi, 1,8 miliardi si riferiscono a titoli di debito e 0,8 miliardi a titoli di capitale. La quasi totalità è rappresentata da titoli quotati.
Alla fine del 2014 gli investimenti dei fondi pensione in titoli di capitale italiani costituiscono circa il 5 per cento del portafoglio azionario complessivo, che ammonta a oltre 16 miliardi. In altre economie di dimensioni simili alla nostra, vi è la tendenza ad investire in titoli domestici una quota di portafoglio molto superiore (cosiddetto home country bias).
Secondo Riccardo Cesari il ritardo nel campo della previdenza contribuisce a limitare l’articolazione del mercato dei capitali italiani. I paesi in cui i fondi pensione sono più sviluppati hanno infatti sistemi finanziari anch’essi particolarmente sviluppati sia nel comparto del capitale azionario che quello obbligazionario. Lo scarso numero di imprese quotate e più in generale la scarsa articolazione del mercato privato di capitali in Italia, limitano l’opportunità di diversificazione dei fondi pensione che hanno indirizzato i loro investimenti prevalentemente verso i mercati esteri. Contro questa fuga all’estero si è cercato e si sta tuttora lavorando in diversi modi cercando di coinvolgere la Cassa depositi e prestiti, ma finora inutilmente.
La riduzione ad un solo pilastro pensionistico con l’eliminazione della previdenza complementare,  le cui reali motivazioni sarebbero quelle sopratratteggiate, non costituirebbe però un affare per i prossimi pensionati.
La pensione pubblica, il cosiddetto primo pilastro, ridefinita con il sistema contributivo, a regime garantirà una maggiore rispondenza fra i contributi incamerati e le prestazioni erogate, ma mantiene il sistema di finanziamento a ripartizione. Questo sistema consente il pagamento delle pensioni con i contributi versati dai lavoratori attivi. Più si restringe la base occupazionale, più si restringe il gettito contributivo e meno risorse ci sono da ripartire. Quindi a prescindere dal sistema contributivo, se il mercato del lavoro e più in generale l’economia non riparte, le Casse dell’Inps saranno sempre più stremate. Da qui nuove riforme che punteranno sulla sostenibilità anzicchè sull’adeguatezza.
Un sistema si dice sostenibile quando è in grado di far fronte ai suoi obblighi negli anni futuri. Per mantenere la sostenibilità la pensione pubblica ha dovuto diminuire gli importi . Per adeguatezza si intende la capacità del sistema di far vivere i pensionati secondo gli standard ante pensionamento. Versare contributi aggiuntivi all’Inps significa aumentare la spesa, ma non il risultato che dipende da fattori macroeconomici.
L’affidamento unicamente al primo pilastro quindi non garantisce una pensione più alta, perchè assorbita nel sistema a ripartizione e non è esente da rischi. Il rischio principale può essere in particolare un “rischio politico”. Quando il sistema accumula squilibri crescenti e non è più in grado di mantenere la pensione ai lavoratori secondo le regole dei periodi precedenti, dovrà inevitabilmente rivederle, cosa di cui si è fatto sovente uso in Italia dal 1990 in poi. Inoltre c’è il metodo di determinazione del coefficiente di trasformazione su cui si calcola la pensione. Esso tiene conto anche della media quinquennale del Pil. Immaginato sempre in crescita e quindi come elemento di redistribuzione della ricchezza nazionale, ora è stato “sterilizzaTo” perché per l’ennesimo anno è stato negativo.
L’ istituzione di  un secondo pilastro, la pensione integrativa ad adesione libera e volontaria è stato fatto per sottrarsi a questi pericoli e garantirsi comunque una pensione adeguata..
La previdenza complementare tipicamente rappresentata dai fondi pensione si basa sul principio della capitalizzazione individuale, come se l’interessato si aprisse un conto corrente individuale dove vanno a finire tutti i suoi risparmi previdenziali il cui capitale accumulato sarà restituito al pensionamento indipendentemente dalle vicissitudini degli altri.
Alcuni esempi di applicazione del rischio politico: la riforma delle pensioni della Fornero che sottrae a regime 80 miliardi dalla previdenza per andare a coprire il debito ( cioè ripagare gli sprechi, le corruzioni, le inefficienze burocratiche di cui i pensionati non hanno alcuna colpa). Un ultimo esempio, l’ennesimo allungamento dei tempi di pagamento del tfr agli statali. Ecco perché un solo pilastro metterebbe i pensionati alla mercè dell’andamento del debito, mentre con i due pilastri c’è maggiore tutela ed una pensione più congrua. I due sistemi, quello a ripartizione dell’Inps e a capitalizzazione dei fondi pensione, alla fine si bilanciano e dovrebbero far conseguere una pensione adeguata, cioè in grado di soddisfare le proprie ordinarie e normali esigenze di vita.

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