Il prestito pensionistico cambia il concetto di previdenza

Scritto il alle 08:50 da [email protected]

La legge Fornero necessitata dalle difficoltà economiche del 2011 ha mostrato immediatamente la sua eccessiva rigidità ed inadeguatezza dal punto di vista dell’equità sociale. A fianco ad alcuni misure ineludibili, come il passaggio al contributivo per tutti a decorrere dal 2012, ha imposto delle forzature che poco hanno giovato ai saldi del bilancio pubblico ma molto ha inciso sulla vita e sulle aspettative pensionistiche dei lavoratori, perché nella fretta di adottare un provvedimento che ci rendesse “belli” agli occhi dell’Europa, è stata fatta d’ogni erba un fascio, applicando indiscriminatamente per esempio un nuovo più elevato limite di età a prescindere dai lavori svolti. Per cui l’impiegato dei servizi e l’operaio edile sono avvinti dalla stessa normativa. Oggi si rivaluta la legge Dini che fino a pochi anni fa era stata molto criticata per i suoi tempi di transizione estremamente dilatati.
Superata la fase acuta di crisi dell’economia reale, che oggi sembra essere diventata cronica, è apparso subito evidente che occorreva rimettere mano alla Fornero per attualizzarla ai reali bisogni sociali del lavoro e della pensione.
Ci fu prima la richiesta di un referendum per cancellare la legge Fornero  bocciato dalla Corte Costituzionale, poi l’approvazione di una piattaforma unitaria Cgil, Cisl e Uil per la riforma della riforma Fornero e su questa richiesta è stato aperto il tavolo di confronto governativo. Se non chè il governo ha subito precisato che di modificare la Fornero non se ne parla neanche e ha messo sul piatto per chi volesse andare in pensione 3 anni prima il famoso prestito previdenziale.
Le organizzazioni sindacali, forse per non rompere il filo del dialogo faticosamente ripreso, sia pure con estrema cautela hanno aperto a questa ipotesi che se andasse in porto cambierebbe completamente la natura del sistema previdenziale di sicurezza sociale come l’abbiamo inteso finora.
Già con l’introduzione della previdenza complementare lo Stato faceva un grosso passo indietro rispetto al suo obbligo costituzionale di prevedere e garantire mezzi adeguati per le esigenze di vita dei lavoratori
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria (2° c art 38 Cost)”.
Quale messaggio ha inviato lo Stato attraverso la previdenza complementare. Un messaggio che dice una cosa ovvia: poiché non è più in grado di assicurare mezzi adeguati ( cioè pensioni decenti) ognuno, se lo vuole, ci pensi da solo. Insomma un invito a farsi una polizza assicurativa per la vecchiaia. Da qui i fondi pensione, le polizze individuali e tutte le cose che conosciamo, duplicando l’alea finale, perché la pensione pubblica è legata all’andamento del Pil, quella complementare ai rendimenti finanziari.

Tuttavia con estrema fatica questo strumento pensionistico integrativo fra mille difficoltà, diffidenze e manovre ostative dello stesso governo, comincia a consolidarsi.
Ora interviene il prestito pensionistico. E’ una raffinata operazione economico finanziaria. Il ruolo dello Stato, attraverso l’inps si riduce a quello di mediatore fra le parti. Non c’è più il concetto di solidarietà, di scambio generazionale eccetera, l’unico intervento della collettività potrebbe essere il pagamento degli interessi alle banche nell’ipotesi che questi non gravassero sugli interessati.
Inoltre l’ipotesi del prestito, ipotesi paradossale, se si pensa che si tratta di riavere indietro soldi propri già versati all’Inps, presenta delle illogicità anche dal punto di vista strettamente attuariale.
Ipotesi del governo sarebbe quella di calcolare la pensione sul montante maturato ma prendendo il coefficiente relativo all’età della maturazione della legge Fornero.
Prendiamo per esempio un lavoratore di 63 anni con un montante accumulato di 100.000 euro, avrebbe diritto ad una pensione di 5.000 euro ( coefficiente 5,002). Invece la proposta del governo prende il considerazione il coefficiente relativo a 66 anni, più favorevole. La pensione sarebbe di 5326 ( coeff 5,326). Quindi le banche erogherebbero un prestito di 15.708 euro più  gli intressi, da restituire in 20 anni. E qui scatta l’illogicità attuariale, se la speranza di vita oggi è 81 anni,  in questo caso c’è una scopertura statistica di 2 anni. Cioè una remissione quasi certa. Inoltre le banche, che già hanno  problemi per conto loro, sono molto tiepide, perché se il governo stima in 40.000 soggetti annui che potrebbero beneficiare del prestito, esse ricordano ancora il flop dell’anticipo del tfr in busta paga, dove di fronte ad una stima equivalente, solo un migliaio di persone è ricorso al Quir ( quota integrativa della retribuzione) come fu chiamato.

Vedremo nelle prossime puntate cosa succederà, ma la strada mi sembra tutta in salita.

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1 commento Commenta
tbtcot
Scritto il 18 giugno 2016 at 12:40

Qui non si può che darle ragione su tutta la linea!!!!

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