Il prestito previdenziale: un flop annunciato

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L'Ape Rita

L’Ape Rita

L’avventura del prestito previdenziale, oltre a segnare un cambiamento di rotta concettuale come ho avuto modo di illustrare, rappresenta in modo concreto la distanza fra le istituzioni e le aspettative della gente.
La proposta del prestito pensionistico ha avuto un impatto maggiore del previsto, anche se era stato annunciato da tempo e questo fa si che, a stretto giro di posta, ritorno sull’argomento.

Secondo i dati Inps, l’importo medio delle pensioni di vecchiaia liquidate nel 2015 è stato di 630 euro al mese. Si va dai 1.063 euro in media per i lavoratori dipendenti ai 535 euro dei coltivatori diretti. Quindi quando parliamo di flessibilità in uscita dobbiamo pensare a questa platea di lavoratori dipendenti, perchè quelli con redditi maggiori esercitano in genere attività “intellettuali” e a meno di non avere problemi familiari o di salute, tendono a rimanere al lavoro il più possibile, anzi a volte anche oltre come dimostrano i ricorsi fatti contro il decreto Madia che impedisce i trattenimento in servizio.
Il limite di età per avere la pensione di vecchiaia oggi è di 66 anni e 7 mesi. Se ci riflettiamo bene, sono solo circa 7 mesi in più rispetto a prima. Infatti ante Fornero il limite di età per il pensionamento era di 65 anni + 12 mesi di finestra mobile, cioè 66 anni.

Per evitare questo vincolo c’era la possibilità di avere la pensione di anzianità utilizzando le famose quote di pensione. Fino al 31 dicembre 2011 era richiesta la quota 96, che diventava 97 per gli autonomi. Per quota si intende la somma di età anagrafica e anzianità contributiva. I lavoratori dipendenti potevano quindi ottenere il diritto alla pensione di anzianità con almeno 61 anni di età e 35 di contributi (61+35=96) oppure con 60 e 36 (60+36=96). Per gli autonomi l’età doveva essere più alta di un anno (61+36 oppure 62+35).
La proposta dell’Ape (anticipo pensionistico) riguarda solo il pensionamento di vecchiaia, per consentire di poter  lasciare il lavoro fino a tre anni prima dei 66 anni e 7 mesi d’età ora richiesti. Probabilmente, come è stato sopraccennato,  utilizzeranno questa possibilità solo coloro non ne possono fare a meno per motivi familiari o di perdita di lavoro, oppure chi ha un lavoro in nero. Insomma, si preannuncia un nuovo flop. Questo spiega anche la tiepidezza delle banche che già con l’anticipo del Tfr pensavano di fare lauti affari.

A pensarci bene, lo ha fatto per primo Enrico Marro sul Corriere del 19 giugno 2016, il pensionamento flessibile con il prestito previdenziale altro non è che una nuova tipologia della cessione del quinto della pensione, così chiamata perché la rata di ammortamento non può superare il 20% dell’emolumento percepito. Si può chiedere la cessione del V° per acquisto o ristrutturazione casa, cure mediche, matrimonio del figlio. Oggi si può aggiungere la motivazione : “per pre-pensionamento”.
Una cosa però bisogna dirla,  in questo caso la proposta del governo è più favorevole perché la rata ridurrebbe la pensione del solo 15% invece che del 20%. Ma considerando che la maggioranza delle pensioni sono sotto i 900 euro, un pensionato si dovrebbe sobbarcare una rata di 135 euro e prendere una pensione di 765 euro per venti anni, cioè finchè muore. Ed infatti gli studiosi di palazzo Chigi si sono sbracciati a specificare che le eventuali rate rimanenti non ricadranno sugli eredi. Una cosa folle. In questa situazione conviene farsi licenziare perché l’indennità di disoccupazione, pari al 75 per cento dello stipendio, sarebbe sicuramente maggiore della pensione.
L’unica strada è una  ripresa in considerazione della proposta del presidente della Commissione Lavoro della Camera, Damiano. Egli propone la reintroduzione della quota 100 valore determinata, per l’appunto, attraverso la somma dell’età anagrafica con quella contributiva. L’uscita potrebbe essere centrata, ad esempio, con 62 anni e 38 anni di contributi, con 63 anni e 37 di contributi, ancora con 64 anni e 38 di contributi o con 65 anni e 35 anni di contributi con una penalizzazione del 2% cui si possono aggiungere gli sgravi fiscali proposti dal governo a seconda del reddito dei richiedenti e del motivo del pensionamento ( dimissioni o licenziamento). La proposta di Damiano è debole perché non è accompagnata da nessuna quantificazione dei costi, anche se io penso che sono sostenibili. La platea degli interessati è stimata in 40.000 all’anno. Nel triennio 120.000. Secondo me il costo è inferiore ad una delle tante 7 salvaguardie che sono state varate in favore degli esodati. Non dimentichiamo che l’età media di pensionamento nella UE è di 64 anni. Noi perchè dobbiamo fare i Pierini della situazione!
Sbagliato è  il tentativo del governo  di coinvolgere anche quei pochi che hanno aderito, le risorse della previdenza complementare e vuole far finanziare il pre pensionamento con il capitale accumulato nei fondi pensione. l’operazione si sta è stata immaginificamente chiamata Rita.  Dall’Ape a Rita, che sta per Rendita integrativa temporanea anticipata, cioè la possibilità che il lavoratore che se ne va in pensione a 63 anni, invece di avere la pensione dall’Inpos come sognava, ritiri in tutto o in parte il capitale accumulato nel fondo pensione, così da ridurre o annullare la necessità di ricorrere al prestito. Snaturando la funzione integrativa della previdenza complementare e gettando scompiglio fra i lavoratori, proprio quando ci sono segnali sostenuti di ripresa della adesioni.
La paura che si possa poi agire per legge nell’utilizzo del patrimonio dei fondi, può bloccare un’altra volta tutto.

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