Effetti Brexit sui fondi pensione

Scritto il alle 08:57 da [email protected]

Il crollo dei mercati dopo l’esito del referendum del Regno Unito porta in primo piano la sicurezza dei piani previdenziali privati assicurazioni, risparmi e fondi pensione. Venerdì sono stati bruciati 411 miliardi di euro di cui 63 in Italia. Con quegli euro si sarebbero potuti fare un paio di riforme pensionistiche. Il risparmio previdenziale si valuta sul lungo periodo.

L’indice Mibtel venerdì scorso, l’ennesimo venerdì nero, ormai se ne è perso il conto di quanti se ne sono verificati, è sceso del 12,5%. Sono stati bruciati 63 miliardi di capitalizzazione. Per pura coincidenza nello stesso giorno del 23 giugno si è svolto da noi, il previsto incontro fra Governo e Organizzazioni Sindacali sulla riforma delle pensioni. A termine di quest’ ennesimo incontro interlocutorio, il ministro Poletti ha manifestato l’intenzione di estendere il prestito previdenziale, un escamotage che interesserà pochissime persone, e ancor meno ai dipendenti pubblici ed ai lavoratori autonomi. Anticipo pensionistico che agli statali non gliene importa niente, visto che anteriormente alla legge Madia che ha bloccato i trattenimenti in servizio, più del 90% dei dipendenti, specie maschi, prima del compimento del 65mo anno, presentavano domanda per rimanere in servizio fino a 67 anni. Quelli che hanno necessità o vogliono andarsene prima non vogliono sottostare a nessuna “forca caudina“.
La capitalizzazione bruciata venerdì scorso, come detto pari a  63 miliardi, avrebbe permesso di concedere il prepensionamento a 60 anni di età senza condizioni o penalizzazionie una pensione minima di cittadinanza di 1000 euro per tutti.
Ma ormai questi soldi non ci sono più e bisognerà fare i conti con quello che sarà rimasto da qui a qualche mese perché a quella data lo sciunami di venerdì si abbatterà nell’economia reale.
L’Europa nel frattempo avrà a disposizione un’altra occasione per rendere meno rigide le sue politiche di austerity anche se i mercati finanziari rimarranno ancora per molto nell’occhio del ciclone e, a parte gli speculatori che in queste situazioni vanno a nozze, per i risparmiatori e gli investitori istituzionali non si sa dove sbattere la testa.
Nei problemi post Brexit si trovano coinvolti, loro malgrado,  anche i Fondi pensione complementari che alimentano le rendite degli aderenti con i rendimenti finanziari delle risorse di risparmio previdenziale investite.
Ma prima di addentrarci nei ragionamenti e considerazioni, bisogna innanzitutto tener presente che i fondi pensione sono investitori nel lungo periodo. Non è che ogni sera gli amministratori dei Fondi pensionistici, dopo aver sentito l’andamento dell’indice mibtel telefonano ai gestori finanziari per cambiare gli asset. Sono consapevoli  che nel lungo periodo in conseguenza degli effetti ciclici, le turbolenze vengono tutte riassorbite. Un po’ come si acquistano i Buoni Postali. Si comprano e si mettono da parte e dopo dieci vent’anni si passa alla riscossione.
Appena il 21 giugno scorso l’Eiopa, l’Autorità Europea di vigilanza sulle assicurazioni e sui fondi pensione aveva lanciato allarme sui rischi per la stabilità finanziaria a causa del protrarsi dei bassi rendimenti. Le politiche monetarie ed il basso costo del petrolio (crude oil price) hanno comportato un prolungamento dei rendimenti finanziari poco remunerativi nel breve e medio periodo, mentre nel lungo periodo c’è ancora qualche rendimento apprezzabile ma che non supera comunque il 2%.
Oggi la Brexit rende ancora più fosca questa previsione. Ma non coglie impreparati i fondi pensione.
L’incertezza nei mercati hanno portato i Fondi pensione a ridimensionare la componente azionaria rispetto al benchmark. Per esempio alcuni hanno investito un 3,75% del portafoglio contro il 5% prefissato, mantenendo una diversificazione per area geografica prevista dai rispettivi benchmark e cominciando già da tempo a ridurre i titoli inglesi. Infatti  il giorno dopo il referendum, the day after Brexit hanno perso di meno perché già si erano in parte deprezzati. Poi negli asset italiani delle forme di previdenza complementare non erano presenti titoli bancari già a partire da qualche anno, quando scoppiò il caso MPS. Inoltre si continua ad utilizzare come asset gli E.T.F. che si ricorda essere strumenti con grande diversificazione che replicano fedelmente gli indici di riferimento.
Nel mercato obbligazionario e dei titoli di Stato già si era avuto un difficile inizio nel 2016 proseguito a causa delle forti tensioni sui tassi dovute alle conseguenze di un eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e con l’incertezza della governabilità della Spagna che i risultati elettor4ali di ieri hanno confermato. Queste tensioni, hanno portato a rialzi di breve termine dei tassi nei paesi a rischio, mentre nei paesi guida dell’Unione i tassi rimangono negativi. In questo scenario molti Fondi, hanno mantenuto la decisione di avere un atteggiamento prudente, con acquisti mirati su società e governi nel rispetto dei parametri stabiliti nella strategia di investimento che prevede rating non inferiori a BBB-, senza la rincorsa al rendimento più elevato, ma dando importanza ai fondamentali degli emittenti, dei settori e dei mercati di riferimento.
Oggi che il patatrack si è verificato il consiglio è rimanere prudenti e non farsi prendere dal panico. Se il petrolio continua ad andare giù sono tornati in auge i beni rifugio per eccellenza in questo momento: il dollaro statunitense e l’oro. Ma se può essere una risposta momentanea, non può essere quella definitiva. Investe in certificati a capitale protetto condizionato, con o senza opzione autocallable può essere alla fine un investimento prudente.
Il portafoglio prudente mira a salvaguardare il capitale puntando nel contempo a generare rendimento attraverso un’operatività moderata, ha una durata media di 24/36 mesi, investe in certificati a capitale protetto condizionato, con o senza opzione autocallable e in certificati a facoltà short, il target lordo del portafoglio tipo è pari al 4%.
Infatti il decreto sugli investimenti dei fondi pensione ( DM 166/2014), li facoltizza ad adottare politiche di investimento più diversificate senza oltrepassare i vincoli quantitativi stabiliti per i vari prodotti finanziari.
Bisogna approfittare della possibilità di investimenti infrastrutturali offerti dal credito di imposta varato con la legge di stabilità 2015. L’agenzia delle entrate con provvedimento del 23 giugno 2016 ha stabilito che l’aliquota di rimborso per i fondi che hanno fatto investimenti in Italia avranno diritto al 100%. Ciò perché sugli 80 milioni di credito d’imposta, sarebbero stati impegnati solo la metà. A significare che si è investito poco, anche perché i fondi non si fidano molto e vogliono delle garanzie per investire nell’economia reale delle PMI e nelle società non quotate.
In sostanza bisogna aspettare sempre che passi la nottata.

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