La tutela dei diritti previdenziali complementari dopo la Brexit

Scritto il alle 09:07 da [email protected]

La trattativa sull’uscita del Regno Unito che si preannuncia lunga e complessa, deve disciplinare l’intangibilità dei diritti acquisiti, specie in campo sociale e le prestazioni di welfare per non aggiungere danno a danno
Dopo il venerdi nero delle borse mondiali, i politici europei per niente allertati da quello che stava succedendo, hanno iniziato a propalare una ridda di dichiarazioni contrastanti sulla necessità di procedere o meno rapidamente sul divorzio fra la G.B e la UE, dove  è spiccata isolata la posizione, secondo me la più corretta, di Junker di procedere il più velocemente possibile per limitare i danni e dare un pò di stabilità ai mercati ( infatti ne hanno chiesto subito le dimissioni). Dall’alta parte della Manica di converso, si è cominciato a fare melina e a traccheggiare (il modulo per le dimissioni non si trova, perché tanta fretta, se ne parla dopo l’estate, facciamo finta di niente ecc…) con il risultato che questa mancanza di unicità di posizione, ha causato un ulteriore drammatico crollo anche lunedì 27 giugno 2016. Martedì, dopo aver fatto finta di aver trovato un accordo, le borse hanno respirato un poco. Vedremo questa altalena che ci ha già respinto a livello del 2007, come andrà a finire.
La Comunità Europea non è solo un mercato di libero scambio dove circolano merci e capitali e dove regnano sovrane le banche, per questo giustamente punite con i crolli in borsa, tranne che poi i soldi bruciati ce li dovremo rimettere noi, per cui tanto vale tenercele così come sono, almeno non ci rimettiamo ulteriormente, ma anche la libera circolazione delle persone.
Presi a guardare solo all’euro e alla politiche di austerity, sovente trascuriamo di tener presente tutte le attività comunitarie. Infatti esiste un aspetto della Ue poco sponsorizzato, che riguarda la tutela dei diritti sociali connessi alla libera circolazione delle persone.
Un intervento recente in questo senso è la Direttiva 2014/50/UE emanata dal Parlamento europeo e il Consiglio il 16 aprile 2014 e relativa ai requisiti minimi per favorire la mobilità dei lavoratori tra Stati membri migliorando l’acquisto e la salvaguardia di diritti pensionistici complementari

Capita sempre più spesso che a seguito della cosiddetta globalizzazione economica, dell’integrazione dei vari Stati che compongono l’Unione Europea e la conseguente delocalizzazione delle fabbriche da un paese all’altro, in genere dall’ovest verso l’est, i cittadini di uno Stato debbano andare a lavorare in un altro. I  problemi inerenti diritti pensionistici dei sistemi pubblici, sono stati più o meno variamente risolti e consolidati. Ora però ci dovrà fare una nuova negoziazione per disciplinare la situazione in essere e quella futura. Probabilmente occorreranno degli accordi bilaterali come già esistono fra la UE e vari paesi di altri continenti, come l’Argentina, gli Usa ecc… Certo è che ci saranno ostacoli da superare per confermare quella che oggi è la totalizzazione dei periodi pensionistici maturati nei 27 paesi UE e la GB. Come pure diventerà più difficile per un pensionato del Galles, per esempio, trasferirsi a Tenerife, in Grecia o a Malta.
Ma sono minuzie.
I problemi più grossi sono nel campo della previdenza complementare.
Un lavoratore di un’industria italiana, ad esempio, iscritto ad un fondo pensione di categoria italiana, la cui fabbrica è delocalizzata in Gran Bretagna, come ci si regola per la previdenza complementare? Rimane iscritto nel fondo di appartenenza, o si deve trasferire in analogo fondo territoriale e a quali prestazioni avrà diritto e come saranno tassate?  Oppure un lavoratore italiano che ha sottoscritto un Pip presso una società di assicurazione inglese e vuole trasferirla. Questi sono aòcuni  dei casi più ovvi.
Se la pensione di previdenza complementare originate da un rapporto di lavoro e le prestazioni pensionistiche sono collegate al compimento di una determinata età pensionabile o al conseguimento di altri requisiti, a seconda di quanto stabilito dai Fondi medesimi o dalla legislazione nazionale, si dovrà poter trasferire la rendita maturata.
Qualora il rapporto di lavoro cessi prima che un lavoratore in uscita abbia maturato diritti pensionistici complementari, in particolare nei regimi a contribuzione definita, si dovrebbe riscattare il montante accumulato anche se il valore può essere superiore o inferiore ai contributi versati. In alternativa, il regime può rimborsare l’importo dei contributi effettivamente versati. Ma anche in questo caso occorrerà una definizione chiara del problema.
L’Eiopa, l’Autorità di vigilanza sui fondi pensione europei dovrà elaborare una piattaforma organica da negoziare con la G.B in modo che i diritti dei trasfrontalieri non abbiano a soffrire.

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