Con la sentenza della Corte ritorna in agenda la pensione di riversibilità

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Due fatti fra loro non collegati, riportano in agenda la questione della revisione dei criteri di concessione delle pensioni indirette/reversibili.

Il primo è legato alla recente legge sulle unioni civili . Questa concedendo tutta una serie di diritti ha riportato prepotentemente in agenda un argomento che sembrava  accantonato, quello della revisione dei criteri di concessione e calcolo delle pensioni ai superstiti. La legge sulle unioni civili  come si sa estende i diritti previdenziali alle coppie omosessuali ed etero e a quelle di fatto. Così aumenta automaticamente la platea degli aventi diritto, con conseguente crescita della spesa previdenziale.
Infatti Maurizio Sacconi, presidente della Commissione Lavoro del Senato ha subito lanciato il suo grido d’allarme: “L’approvazione della legge sulle unioni civili mette in discussione la sostenibilità di una parte rilevante del nostro welfare. L’Italia spende ogni anno oltre 60 miliardi per il coniuge dei quali 40 e più miliardi per le pensioni superstiti e 20 per le altre prestazioni. L’allargamento imponderabile della platea dei beneficiari determinerà oneri che sono stati ampiamente sottovalutati e che aumenteranno quando la Corte costituzionale non potrà che accogliere il ricorso di quanti segnaleranno la disparità di trattamento con le stabili convivenze eterosessuali, magari con figli. Non a caso il Governo ha già ipotizzato, anche se poi negato, di mettere in discussione le pensioni di reversibilità”.

Un allarme eccessivo. Da  alcuni calcoli fatti  sembrerebbe che l’onere aggiuntivo sarebbe sostenibile. Tito Boeri ha dato la sua benedizione affermando che si tratterebbe poco più di circa 100 milioni di euro all’anno, mentre altre fonti parlano di un milione, altre addirittura di un miliardo. L’aggravio di un miliardo di euro annuo francamente mi sembra eccessivo. Prendendo come base di calcolo la situazione venutasi a creare in Germania ed in Francia dove la percentuale delle coppie omosessuali si attesta sul 2.5% circa, l’ipotesi di una spesa che non stravolge i conti è quindi realistica. Comunque è innegabile che la spesa, di poco o di tanto, comunque aumenterà e di questo bisogna tenerne conto.

Il secondo fatto che concorrerà all’aumento della spesa è costituito dalla sentenza n. 174/2016 della Corte Costituzionale. Questa sentenza ha dichiarato illegittima la norma che prevede una serie di riduzioni della pensione reversibili quando l’età fra i coniugi è molto ampia, la cosiddetta norma “anti badante”, varata dal governo Monti nel 2011.
Con ordinanza del 2014, la Corte dei Conti per la Regione Lazio, in qualità di giudice unico delle pensioni, sollevò, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 18, comma 5, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito con legge 111/2011. La disposizione impugnata prevede che «Con effetto sulle pensioni decorrenti dal 1° gennaio 2012 l’aliquota percentuale della pensione a favore dei superstiti di assicurato e pensionato nell’ambito del regime dell’assicurazione generale obbligatoria e delle forme esclusive o sostitutive di detto regime, nonché della gestione separata di cui all’articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, è ridotta, nei casi in cui il matrimonio con il dante causa sia stato contratto ad età del medesimo superiori a settanta anni e la differenza di età tra i coniugi sia superiore a venti anni, del 10 per cento in ragione di ogni anno di matrimonio con il dante causa mancante rispetto al numero di 10. Nei casi di frazione di anno la predetta riduzione percentuale è proporzionalmente rideterminata. Le disposizioni di cui al presente comma non si applicano nei casi di presenza di figli di minore età, studenti, ovvero inabili. Resta fermo il regime di cumulabilità disciplinato dall’articolo 1, comma 41, della predetta legge n. 335 del 1995».
Secondo il governo che ha difeso la norma, il giudice ricorrente non avrebbe tenuto conto dell’evoluzione dell’istituto della pensione di reversibilità, che ha perso la connotazione alimentare e assistenziale, per acquisire la valenza di trattamento integrativo del reddito da lavoro o da pensione del familiare superstite. La disposizione impugnata, approvata allo scopo di salvaguardare la tenuta dei conti pubblici e di razionalizzare l’assetto normativo delle pensioni di reversibilità, non limiterebbe in alcun modo la libertà di matrimonio, ma si prefiggerebbe di tutelarla da propositi venali e fraudolenti.
La misura restrittiva adottata dal legislatore si pone in contrasto con l’art. 3 Cost., sotto un duplice profilo: le decurtazioni previste sarebbero innanzitutto irragionevoli, perché legate a fattori futuri, incerti, estranei alle regole dell’istituto della pensione di reversibilità (la durata del matrimonio, l’età del coniuge pensionato). In secondo luogo, esse sono lesive dell’eguaglianza tra i coniugi, discriminando arbitrariamente – quanto alla garanzia di continuità del sostentamento – il coniuge superstite, «apoditticamente individuato nel più giovane».
Secondo la Corte le decurtazioni previste dalla legge pregiudicano la possibilità di condurre una vita dignitosa dopo la morte del coniuge e violano così la libertà di compiere scelte personali in àmbito familiare.
Inoltre la Corte tiene conto della evoluzione che avviene nella società codificata anche dalla recente legge 76/2016, sulle unioni civili citata prima.
Naturalmente non è estranea alla Corte la valutazione dell’impatto economico e suggerisce la strada da seguire, per esempio, secondo la Corte, si potrebbe” affiancare il complementare criterio selettivo dell’età del coniuge beneficiario, sperimentato in altri ordinamenti, anche allo scopo di contenimento delle erogazioni previdenziali”. Così, tornerebbe in campo, ma per tutti, l’età del beneficiario/a al verificarsi dell’evento originante la pensione di reversibilità.

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