Al coefficiente non pensa nessuno

Scritto il alle 09:02 da [email protected]

Nel dibattito in corso sulle pensioni sono stati messi sul tappeto tutta una serie di problemi, primo fra tutti la famosa flessibilità in uscita, legata all’ancora più famoso prestito previdenziale. Tutto sommato un falso problema il primo, un escamotage  molto discutibile e ingiusto, il secondo. Nelle pieghe dei vari discorsi ogni tanto fa capolino anche la previdenza complementare, per quanto riguarda la riduzione dell’aliquota di tassazione dei rendimenti finanziari elevata dall’11% al 20% due anni fa.
La flessibilità in uscita è un falso problema perché riguarderà una platea molto ristretta, quei lavoratori cioè che sono nel sistema retributivo/misto. A 20 anni dalla riforma Dini, questi sono sempre più una categoria residuale, ai quali bisogna assicurare la via di fuga qualora vogliono andare in pensione prima. Nel triennio dovrebbero essere all’incirca 150.000 richiedenti. Per un numero così ridotto, meno degli esodati per i quali sono state fatte ad ora 7 salvaguardie,  non vale la pena mettere in piedi tutto un marchingegno operosissimo. Poi c’è la diffidenza delle banche già scottate dal fallimento dell’operazione del tfr in busta paga.
I lavoratori che hanno il contributivo puro non hanno bisogno di alcuna norma particolare. Costoro già possono andare in pensione dai 62 anni in poi a loro volontà e l’ importo della pensione spettante è determinato oltre che dal montante contributivo accumulato, dal coefficiente di trasformazione vigente al momento del pensionamento.
Ecco questo è l’elemento centrale da riformare per pensioni più eque di cui nessuno parla. Anche se le Organizzazioni Sindacali ne hanno chiesto più volte la modifica.
Su tutta la discussione pesa come un macigno l’andamento dell’economia.

Il rallentamento della crescita del Pil fa mancare alle casse dello Stato circa 5 miliardi e questo potrà far slittare l’operazione sulle pensioni a tempi migliori, facendo rimanere in piedi solo l’odiato prestito previdenziale. La presentazione della legge di stabilità si dovrà fare entro ottobre. Probabilmente sarà presentata dopo il referendum se il pil del secondo trimestre ( aprile- giugno) che sarà reso noto prima di ferragosto, sarà ancora deludente, prima se la crescita sarà più sostenuta.
Andiamo con ordine.
Il decreto “Salva Italia” (dl 201/2011 convertito con la legge 214/11 ha modificato profondamente e riduttivamente il sistema delle pensioni per esigenze di bilancio, con tre rilevanti novità: abolizione delle finestre pensionistiche, l’unica veramente positiva perché evita complicatissimi calcoli astronomici, per cui ora si ha il diritto a riscuotere la pensione il giorno successivo al pensionamento, la seconda, la più ostica, che ha comportato l’aumento dell’età pensionabile che è già diventata 66 anni e 7 mesi dal corrente 2016 per arrivare a 70 anni di età ed oltre successivamente. La terza l’abolizione delle pensioni di anzianità. La Fornero è riuscita a cancellare  il numero magico dei 40 anni di contributi per aver diritto alla pensione a prescindere dall’età anagrafica: ora ne occorrono 41 anni e 10 mesi se donna o 42 e 10 mesi se uomo. E se l’età è inferiore ai 62 anni dal 2018 ci sarà anche una bella penalizzazione che attualmente è sospesa.. La nuova forma pensionistica si chiama pensione anticipata.
In questo panorama si sono dimenticati di revisionare i coefficienti di trasformazione, quei numeretti parametrati all’età,  che tiene conto dell’andamento del Pil, e che serve a  trasformare il montante contributivo accumulato in rendita. La legge Dini nel definire i coefficienti vigenti dal 1996, impose una revisione decennale. La prima è stata fatta del 2010. Già allora la revisione comportò una diminuzioni delle pensioni, ma comunque riguardavano le età pensionabili da 57 a 65, mentre con la riforma Fornero riguarda lavoratori dai 66 ai 70 anni. La legge 247/07 ridusse il tempo intercorrente per il calcolo dei nuovi coefficienti da 10 a 3 anni, la legge 214/11, a decorrere dal 2022, da tre a due. Occorre far presto. Bisogna adottare, nel calcolare i nuovi coefficienti, criteri più equi e solidaristici. Perché i coefficienti saranno calcolati a distanza sempre più ravvicinata, con riduzioni sempre maggiori.

Come effettuare la revisione
Nel modello contributivo, il coefficiente di trasformazione è l’elemento che garantisce l’equivalenza attuariale. E’ inversamente commisurato alla durata della pensione (a durate minori corrispondono coefficienti maggiori).Tiene conto in sostanza della speranza di vita al pensionamento, ma la stima della longevità si determina con l’anno di nascita. L’ovvia conclusione è che il coefficiente deve essere funzione di due variabili indipendenti anziché di una soltanto.
Il meccanismo di revisione potrebbe essere così ipotizzato:
• alla vigilia di ogni anno solare, la coorte in procinto di compiere l’età pensionabile minima riceve i “propri” coefficienti (crescenti per età) che ne riflettono la longevità al meglio perché calcolati sull’ultima tavola di sopravvivenza disponibile;
• i coefficienti sono assegnati a titolo definitivo nel senso che la coorte destinataria non sarà riguardata dalle assegnazioni successive, unicamente destinate a quelle più giovani.
In Svezia, dove l’età pensionabile va da 61 a 67 anni, i nati nel 1955, che compiono 61 anni nel 2016, hanno appena ricevuto i loro sette coefficienti (calcolati sulla tavola di sopravvivenza rilevata nel 2010).
Con la stessa modalità, le coorti nate negli anni dal 1950 al 1954 (che nel 2016 saranno in età compresa fra 62 e 67 anni) hanno progressivamente ricevuto i rispettivi coefficienti fra il 2005 al 2010. In totale, nel 2016 saranno in età di pensione sette coorti ciascuna delle quali è assegnataria di sette coefficienti.

i guasti dei coefficienti

In Italia, la legge  prevede che i coefficienti che restano in vigore per un triennio,  sono applicati erga omnes, cioè indipendentemente dall’anno di nascita. Pertanto, i coefficienti entrati in vigore nel 2016 resteranno “in carica” fino a tutto il 2018 uguali per tutti coloro che vi andranno in pensione a prescindere dalla data di nascita.
I coefficienti erga omnes all’italiana sono iniqui in due sensi. Lo sono in senso inter generazionale perché la tavola di sopravvivenza su cui sono calcolati (e perciò la longevità che essa esprime) è indifferentemente imputata a soggetti nati in anni diversi che vanno in pensione nello stesso triennio. Lo sono in senso intra generazionale perché tavole (di longevità) diverse sono imputate a soggetti nati nello stesso anno che vanno in pensione in trienni diversi. Ad esempio, chi è andato in pensione nel 2015 (a 62 anni) “avrà diritto” a una tavola di maggior favore rispetto a chi vorrà farlo (a 63 anni) nel 2016. Senza parlare del cambiamento biennale della determinazione della speranza di vita. Per cui due gemelli nati nello stesso giorno, avranno due speranze di vita diverse.
Una terza ipotesi di soluzione di modifica  del coefficiente di trasformazione, più facile da applicare è quello del “prorata”. Cioè si calcola la pensione utilizzando il vecchio coefficiente per tutto il periodo ante l’ultimo cambiamento e si calcola il primo importo pensionistico ed il periodo successivo con il nuovo coefficiente.
Per fare un esempio un lavoratore con 20 anni e sette mesi di contributi che va in pensione a luglio di quest’anno, la pensione sarà calcolata sui primi 20 anni con i coefficienti vigenti al 31.12.2015 e gli ulteriori 7 mesi con i coefficienti entrati in vigore dal 2016.

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1 commento Commenta
tbtcot
Scritto il 25 luglio 2016 at 13:38

Interessante articolo.. davvero, ma dei coefficenti della previdenza complementare non se ne occupa?.. se quelli pubblici son brutti, quelli della complementare come sono?…

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