Storture, incongruenze e pericoli dell’Ape

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Ancora un articolo sull’Ape, l’anticipo pensionistico legato al prestito previdenziale. Non può essere altrimenti, è un tema di scottante attualità che non si può  ignorare. Poiché è molto importante, viene esaminato con la lente di ingrandimento per valutarne in maniera obiettiva i pro ed i contro, cioè se in definitiva il gioco vale la candela. Un primo dato comunque è già  emerso: A circa una settimana dal varo dell’accordo sindacati governo sulle pensioni non sembrano che ci siano state forti contestazioni da parte degli interessati, esclusa quella quota statistica dei contrari, presente in qualsiasi accordo. Di conseguenza la macchina propagandistica del governo può andare  avanti a tutto spiano  perché l’accordo fa da traino ad altri appuntamenti che stanno a cuore all’esecutivo, ancor più delle condizioni dei pensionati. Prudenti le organizzazioni sindacali. Hanno messo la sordina sulla vicenda e fatto scrivere nel verbale ormai famoso, che non sono d’accordo con l’Ape. Si vedrà poi quanto quest’affermazione corrisponderà alla realtà e in che misura per tutte e tre le Confederazioni.
Intanto val la pena di approfondire il  verbale sottoscritto il 28 settembre scorso.
Riepiloghiamo, un lavoratore che ha 63 anni con almeno 20 anni di contributi che si trova nella seguente condizione:
1. È disoccupato da qualche anno, non si sente tanto bene oppure ha in famiglia              parenti   di  primo grado disabili da assistere,
2. L’azienda ristruttura e lo licenzia,
3. Si è scocciato di andare al lavoro,
può chiedere l’anticipo pensionistico, l’Ape appunto. Lo chiede all’Inps. L’Inps gli calcola la pensione maturata alla data della domanda, poniamo che sia di 15.000 euro all’anno, 3 anni di anticipo fanno 45.000. L’inps  poi si rivolge ad una banca con preghiera di anticipare i soldi. La banca gli applica un interesse che potrebbe portare che so a 48.000 euro la somma da recuperare e si rivolge ad un’assicurazione per cautelarsi contro il rischio di premorienza. Si sa, gli anziani sono fragili e per far dispetto alle banche farebbero qualsiasi cosa-  Poniamo il premio assicurativo sia di 2000 euro, così il richiedente si trova sulle spalle un debito complessivo di 50.000 euro da ripagare in venti anni. Su questo importo non si sono( non ci sarebbero) tasse da pagare. 50.000 diviso 20 anni fa 2500 euro all’anno, diviso 12 mesi  fa 208 euro mensili. Questa potrebbe essere la trattenuta mensile che graverebbe sulla sua pensione. Una cifra considerevole, sapendo altresì che il nostro esempio ha preso in considerazione una pensione di importo modesto.
Ora non si sa se l’accensione della polizza assicurativa sarà automatica oppure la società di assicurazione vorrà sottoporre a visita medica e se trova il richiedente in non perfette condizioni di salute si rifiuta, si può rifiutare? ( in questo caso il dipendente che fa? Chiede la pensione di inabilità?). Su questo c’è il buio assoluto, non è previsto alcun niente.

Altra questione, sollevata fra l’altro da Giuliano Cazzola, uno strenuo aficionados della riforma Fornero, ma uno dei pochi comunque che quando parla sa di cosa parla, è quello della possibilità di continuare a lavorare. Il verbale non precisa da nessuna parte che per chiedere l’Ape occorre cessare il rapporto di lavoro. La possibilità di continuare a lavorare è connaturata con la logica del prestito, un rapporto che intercorre fra due soggetti privati: il lavoratore che fornisce garanzie con la sua futura pensione e l’istituto di credito che eroga la prestazione dopo essersi coperte le spalle con una polizza assicurativa..
E’ ovvio che esista una preclusione nel caso si chieda di usufruire della cosiddetta “Ape Sociale” perché si deve essere disoccupati da lungo tempo, ma esclusa questa ipotesi, un dipendente che ha 20 anni di contributi e 63 di età può richiedere il prestito previdenziale e continuare a lavorare? In quest’ipotesi secondo Cazzola, si può ripetere “ la disastrosa esperienza del bonus Maroni rivolto a chi, nel 2003, accettava di rinviare il pensionamento di anzianità. A costoro furono trasferiti in busta paga gli importi corrispondenti all’intera aliquota contributiva in forma esentasse”. Alla conclusione del periodo previsto a costoro era consentito di proseguire il lavoro come se nulla fosse accaduto. Coloro che avevano stipendi molto alti incassarono delle somme considerevoli.

Situazione che si potrebbe presentare nuovamente. Un lavoratore in grado di percepire una discreta pensione avrebbe la convenienza ad avvalersi, anticipatamente, dell’Ape (e della Rita), magari continuando a lavorare alle stesse precedenti condizioni economiche. Qui occorrerebbe una puntualizzazione da parte del ministero del lavoro.Abbastanza urgentemente!
Chiusa la fase uno, quella dell’Ape, tanto per intenderci, le parti, dovranno realizzare la fase due,  ancora più impegnativa dell’Ape stessa e forse come l’Ape destinata a più o meno fallire. L’obiettivo è quello della definizione di ulteriori riforme per coloro che hanno la pensione tutta con il metodo contributivo, cioè i dipendenti assunti dopo il 1996. Lo scopo è quello di renderlo maggiormente flessibile per affrontare il problema delle pensioni povere degli attuali giovani con redditi bassi e discontinui.
In particolare si pensa di ridurre in maniera strutturale il cuneo contributivo sul lavoro e valutare l’introduzione di una pensione contributiva di garanzia legata agli anni di contributi ed all’età di pensionamento.
Esaminiamo per prima la pensione contributiva di garanzia. Come sarebbe finanziata, dall’interno del sistema previdenziale, cioè a carico dei soli lavoratori dipendenti e autonomi o attraverso la fiscalità generale, cioè a carico di tutti? Prima questione. Una pensione siffatta, seppure è un elemento positivo, annullerebbe la neutralità attuariale del sistema contributivo, fondata sul principio di quanto versi, tanto di prendi di pensione e comunque annullerebbe una delle richieste forti del movimento sindacale, quello della separazione fra assistenza e previdenza. Disegni di legge e progetti di legge un una pensione di base erano già stati presentati nelle precedenti legislature e non sono mai state prese in considerazione.

Già in passato,  si era cercato di raggiungere lo stesso scopo. Con la legge 247/2007 era stata prevista la possibilità di intervenire su più fattori, anche con politiche attive, al fine di raggiungere un tasso di sostituzione netto (il rapporto tra ultima retribuzione e primo assegno pensionistico) di almeno il 60% per i lavoratori dipendenti. Dal 2007 ad oggi la norma è stata semplicemente ignorata.
Oggi forse con il reddito di cittadinanza in giro la pensione di garanzia potrebbe avere qualche possibità in più.
Più insidiosa e pericolosa la riduzione del cuneo fiscale. Si parla di una riduzione di 6 punti percentuali, 3% per le imprese e 3% per i lavoratori. Le imprese  avrebbero un risparmio netto che se non indirizzato obbligatoriamente in nuovi investimenti, si metteranno tranquillamente in tasca.  Per i lavoratori una riduzione certa della copertura pensionistica pubblica. In alternativa, si aiuterebbe lo sviluppo della previdenza integrativa, qualora questa riduzione fosse versata ai fondi pensione. L’opzione governativa è quella di una corresponsione in busta paga, come fu pensato l’anticipo ( fallito) del tfr, così facendo si dovrà anche  pagare l’irpef ordinario su somme finora esenti.. Tutti questi nodi si spera possano essere sciolti con i futuri approfondimenti perchè non faranno parte della legge di stabilità 2017.

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