I rendimenti del Tfr tornano più favorevoli

Scritto il alle 09:18 da [email protected]

I risultati delle forme pensionistiche complementari hanno risentito dell’andamento contrastato dei mercati finanziari nel corso del primo semestre dell’anno. Le turbolenze colpendo soprattutto i titoli azionari hanno dato il colpo di grazie alle aspettative di una forte ripresa economica che in Italia non c’è stata, anche se il Pil sembra essere improivvisamente cresciuto dello 0.3 in concomitanza di una notizia che non lo faceva prevedere, cioè il ritorno alla deflazione. I corsi obbligazionari, a seguito del prolungarsi  dell’orientamento espansivo delle politiche monetarie adottate dalle banche centrali hanno continuato a dare rendimenti negativi o zero, tranne in quest’ultimo periodo dove i decennali registrano un +2 e lo spread con la Germnania, apportatore di rendimenti maggiori, è schizzato ben oltre i 160 punti, arrivando a 180!
Ad oggi i rendimenti medi della previdenza complementare, al netto dei costi di gestione e della fiscalità, si sono attestati all’1 per cento nei fondi negoziali; risultati più elevati si sono osservati nelle linee a maggior contenuto obbligazionario e anche in quelle bilanciate; il rendimento dei comparti azionari è stato negativo. Nel primo semestre del 2016 il TFR si è rivalutato, al netto delle tasse, dello 0,6 per cento.
La previdenza complementare, il cosiddetto secondo pilastro, consiste nell’accantonamento regolare dei risparmi nel periodo lavorativo con l’obiettivo di aumentare la rendita pensionistica finale con il trend di incrementi superiori a quelli del tfr e rappresenta una forma di risparmio a cui lo Stato riconosce agevolazioni fiscali che altre forme non dispongono.
I fondi pensione negoziali sono forme pensionistiche senza scopo di lucro, pertanto tutto il patrimonio è ripartito nelle posizioni individuali degli associati che potranno contare su una gestione professionale dei risparmi e rendimenti più adeguati.

Nel 2016 i fondi sono attestati a  + 0,5%

Il regolamento sugli investimenti contenuto nel DM 166/2014, detta i criteri di gestione, delle strutture organizzative e procedure e si applica a tutti i fondi pensione, esclusi i contratti di assicurazione sulla vita (PIP) e i fondi preesistenti.
I principio fondamentale su cui ci si deve ispirare nell’attuare gli asset è quello del rispetto della sana e prudente gestione. Pertanto per perseguire l’interesse degli aderenti e dei beneficiari delle prestazioni pensionistiche, nella gestione devono seguire i seguenti criteri:
a) ottimizzazione della combinazione redditivita-rischio del portafoglio nel suo complesso, scegliendo i migliori strumenti per qualità, liquidabilità, rendimento e livello di rischio, in coerenza con la politica d’investimento adottata;
b) adeguata diversificazione del portafoglio finalizzata a contenere la concentrazione del rischio e la dipendenza del risultato della gestione da determinati emittenti, gruppi di imprese, settori di attività e aree geografiche;
c) efficiente gestione con lo scopo di conseguire i risultati, contenendo i costi di transazione, di gestione e di funzionamento in rapporto alla dimensione ed alla complessità e caratteristiche del portafoglio.
Sulle passività detenute, devono assicurare la continua disponibilità di attività idonee e sufficienti a coprirle, avendo come obiettivo l’equilibrio finanziario nonchè la sicurezza, la redditività e la liquidabilità degli investimenti. In tale ambito i fondi pensione devono privilegiare gli strumenti finanziari con basso grado di rischio, anche facendo ricorso a titoli di debito emessi o garantiti da un Paese dell’Unione Europea, da un Paese aderente all’OCSE o da organismi internazionali di carattere pubblico di cui fanno parte uno o più Paesi membri dell’Unione Europea.
Le disponibilità devono essere investite in misura prevalente in strumenti finanziari negoziati nei mercati regolamentati. L’investimento in strumenti finanziari non negoziati nei mercati regolamentati e in OICR alternativi deve essere mantenuto entro il limite del 30 per cento delle disponibilità del fondo pensione. Quest’investimento deve essere sempre adeguatamente motivato in relazione alle caratteristiche e a quelle della politica di investimento che il fondo intende adottare.
Questi indirizzi in pratica sono poco realistici. Essenzialmente per due ordini di motivi, il primo è dovuto all’aumento della tassazione sui rendimenti finanziari, il secondo la caduta della redditività dei bond.

La  revisione della tassazione dei risultati di gestione dei fondi pensione e degli enti di previdenza non ha costituito un incentivo agli investimenti a favore delle imprese, nonostante il credito di imposta, le cui concrete modalità applicative sono molto complesse e che dovrebbero portare ad un “ristoro” di 80 milioni di euro da ripartire fra fondi pensione e casse professionali. Infatti negli incontri sulla riforma delle pensioni.

Per rilanciare veramente la previdenza complementare si è parlato di rivedere l’aliquota fiscale sul capital gain, della qual cosa il verbale governo sindacati sulle pensioni e il successivo disegno di legge sul bilancio 2017, non c’è alcuna menzione.
Il settore delle energie rinnovabili può rappresentare, per fondi pensione e casse professionali, un’alternativa di investimento particolarmente interessante. Si tratta infatti di asset reali in grado di generare flussi di cassa stabili, con una redditività alta, svincolata dall’andamento dei mercati finanziari. Inoltre, rientrando nel campo degli investimenti infrastrutturali, i rendimenti potranno beneficiare di un trattamento fiscale agevolato, alla luce delle recenti modifiche della disciplina tributaria. Ma i fondi sono titubanti ad avventurarsi per sentieri inespòlorati dove ad ogni curva ci può essere un agguato dei Nimby.
Sui rendimenti negativi è intervenuto lo stesso Draghi affermando che la BCE è consapevole dell’impatto dei tassi bassi su fondi pensione e assicurazioni anche se ha ricordato che gli Stati Uniti hanno tenuto a zero i tassi per un periodo molto più lungo di quello che finora si è registrato in Europa e i fondi pensioni e le loro compagnie assicurative pur subendo degli impatti oggi sono comunque molto solide.

Va inoltre evidenziato, ha aggiunto Draghi, che i bassi tassi d’interesse sono un sintomo non una causa di una bassa crescita e di una bassa inflazione.

In queste condizioni se non si modifica il contesto economico ritorna conveniente tenersi stretto il Tfr anzicchè devolverlo alla previdenza complementare. L’unico elemento che frena è la non ripartenza dell’inflazione. Dopo anni di rivalutazioni decisamente inferiori di quelli conseguiti da tutte le forme di previdenza complementare, il tfr inverte la tendenza. Ancora l’anno scorso i rendimenti dei dei fondi sono stati fra il 5 ed il 7% mentre il tfr si è rivalutato al netto della tassazione, dell’1,3%.
Come si sa la rivalutazione del tfr è automatica per legge, cioè non tiene conto degli andamenti del mercato. Ogni anno si rivaluta dell’1,5% più lo 0,75% dell’inflazione. Anche se l’inflazione rimane zero, l’1,5% lordo è garantito comunque. Tuttavia si è del parere che questa è una fase molto transitoria e che comunque la possibilità di avere una rendita che si aggiunga a quella dell’Inps è l’unico talismano per gli scongiuri futuri.

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1 commento Commenta
aldodv
Scritto il 17 novembre 2016 at 13:11

Purtroppo sembra si sia avverato ciò che avevo prospettato circa 18 mesi fa nei commenti a questo post:
http://previdenzacomplementare.finanza.com/2015/03/23/complementare-la-strana-voglia-di-ignoranza/

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