Se si impenna lo spread, un male per l’Italia, un respiro per i fondi pensione

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Con i titoli pubblici a tasso zero sembrava finita la pacchia degli investimenti risk free dei fondi pensione. Ora c’è invece un ritorno di fiamma dovuto a vari elementi prima fra tutti l’elezione di Trump e l’impennata dello spread Italia Germania.  Proprio alcuni giorni fa si metteva in risalto come lo spread a 180 punti facesse volatilizzare 3.5 miliardi di euro che dovranno servire per pagare i risaliti tassi di interesse sul debito pubblico. Non sappiamo al momento se si tratta o meno di un fuoco di paglia, tuttavia, alla vigilia di un probabile rialzo di tassi deciso dalla Fed americana, può darsi che saremo in presenza di una di più stabile tendenza. Indubbiamente questo fenomeno ha due facce, la prima riguarda l’economia del paese che si vede ripiombato all’improvviso nel recente passato, dall’altra le forme di previdenza complementare che stavano alla ricerca di investimenti alternativi o nell’economia reale, trovano facile e conveniente tornare ai  tradizionali investimenti che avevano sempre garantito rendimenti sicuri e positivi.
Se come ci auguriamo, i fenomeno è transitorio, destinato ad assestarsi e ridursi dopo l’appuntamento referendario, i fondi tornano al punto di partenza nella ricerca di nuovi asset possibili. In questa ricerca c’è bisogno del coinvolgimento di tutti i componenti dei fondi, non solo i Consigli di Amministrazione, ma  soprattutto le parti istitutive devono svolgere un ruolo fondamentale di orientamento. Queste devono essere consapevoli per prima e fino in fondo dei nuovi scenari finanziari esistenti.  Dopo le parti istitutive, si devono convincere gli advisors ed infine le istituzioni, Governo e Parlamento. Come si vede una partita complessa con molti attori da mettere d’accordo su un possibile copione unico. Neppure a Pirandello riuscirebbe facile!
E’ tuttavia indubbio che il punto centrale riguarda la governance delle forme di previdenza complementare, che deve essere disponibile e protagonista del cambiamento. Quando si parla di governance dei fondi, si intende esclusivamente quella dei fondi negoziali di categoria, perché c’è la presunzione, non so quanto realistica, che i fondi aperti o i pip, gestiti da banche ed assicurazioni abbiano per sé personale professionalmente adeguato. Infatti basti vedere fra le tante, la Banca dell’Etrulia e il Monte di Paschi di Siena per fare qualche esempio. Tuttavia limitandoci ai fondi negoziali, che poi sarebbero quelli nei cui CdA siedono sindacalisti tanto per intenderci, si sa che non è facile. Prima di tutto occorre scardinare le closed mind che non orienta al cambiamento. Ma quant’anche questa si realizzasse facilmente, secondo uno studio di Itinerari previdenziali essa si scontra con una normativa secondaria troppo rigida, con tempi decisionali lunghi che mal si conciliano con quelli brevi richiesti dai mercati finanziari. Su questo versante, il contributo degli advisor diventa imprescindibile per presidiare meccanismi e monitorare evoluzioni che richiedono competenze sempre più raffinate e specialistiche. Per Itinerari è superfluo pretendere che per fare investimenti complessi i fondi si debbano dotare di strutture specifiche, quale è la “funzione finanza” attiva in quasi tutti i fondi quando invece basterebbe un buon advisor? Ipotesi peregrina ed infondata. La prima risposta che mi viene in mente è che comunque il CdA deve saper monitorare i suggerimenti dell’advisor e l’attività del gestore finanziario. I consiglieri devono essere a loro volta se non dei super specialisti almeno che sappiano di cosa si discute. Oggi non sempre è così. D’altra parte il disegno di legge sul mercato e la concorrenza giacente al 15 ottobre 2015 al Senato all’articolo 16 prevede proprio un rafforzamento della governance.
I fondi pensione teoricamente hanno davanti a sé orizzonti temporali ampi e quindi gli investimenti sono di conseguenza di “lungo periodo” che li mette a riparo di improvvisi scossoni. Ma l’esperienza dimostra che non sempre è vero. La mobilità del lavoro, le anticipazioni e i riscatti dovuti in alcuni casi agli effetti della crisi, rendono la durata media degli investimenti individuali attorno agli 8 anni, con tendenza al ribasso.  Per questi  iscritti il lungo periodo non arriva ai 10 anni.
Il “tasso zero” incanala l’interesse  verso il mondo degli investimenti alternativi: il richiamo a questi strumenti ha rappresentato un vero e proprio leitmotiv. Il futuro è per l’investimento  “alternativo”, ma come conciliare il carattere di questi strumenti con le finalità proprie del sistema del secondo pilastro previdenziale italiano? E’ necessario un allineamento al contesto italiano, degli obiettivi degli investitori previdenzial.
. Gli investimenti alternativi hanno chiamato in causa il tema della economia reale, altro grande convitato di tutti i seminari e convegni: se la “mission” principale resta l’erogazione delle prestazioni e il mantenimento delle promesse previdenziali, certamente il contributo di questi investitori istituzionali è fondamentale per ridare linfa al mondo del lavoro e delle imprese, senza la quale non c’è previdenza che tenga. Però limiti da osservare e modalità di investimento da seguire rappresentano un ostacolo non di poco conto anche se da molte parti si afferma che “Non è più tempo di rinvii; lo si deve fare ora!”. Ma i fondi almeno per il momento sono giustamente titubanti. Si vede l’approccio avuto con il Fondo Atlante 1 e 2! Cioè ne sono stati alla larga.
Occorre  allineare strumenti (finanziari e non) e normative alle nuove e mutevoli esigenze degli iscritti  per mettere in pratica quel cambio di mentalità ormai maturo. Un welfare che si allarga e si amplia, integra salute e previdenza, ma anche primo e secondo pilastro, pone nuove sfide e interrogativi: non è forse il momento di introdurre misure come un plafond unico di deducibilità per fornire risposte concrete al progressivo e, allo stato attuale, irrimediabile invecchiamento della popolazione, creando sinergie tra sanità integrativa e pensione complementare?
I cambiamenti  del lavoro impatteranno  in maniera forte sull’universo  pensionistico e sulle prospettive della previdenza complementare. Anche in questo caso,c’è l’esigenza di sottoporre al vaglio della politica e delle parti sociali nuove forme di protezione sociali per promuovere il welfare integrativo:attraverso modalità di sostegno per i brevi periodi di inoccupazione,  mixando i “fondi di solidarietà” con prestazioni temporanee offerte dai datori di lavori aderenti ai fondi pensione; oppure forme di anticipazione delle prestazioni (sul modello RITA) che potrebbero incentivare i giovani, migliorando l’appealing dei potenziali iscritti per irrobustire un pilastro che trova non poche difficoltà a crescere.

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