30-50 euro in più alle pensioni basse ma non a quelle d’annata del P.I.

Scritto il alle 07:57 da [email protected]

La manovra finanziaria 2017 è stata approvata alla Camera e ora è al Senato per il voto definitivo. Contiene elargizioni a iosa a destra e a manca. Al già nutrito pacchetto di pensioni ieri si è aggiunta la promessa di ulteriori 30/50 euro aggiuntivi per le pensioni più basse con le dovute scuse perché non sono 80. Per il contratto dei travet si vuole chiudere prima di sabato. Chissà perché tutta questa improvvisa fretta!
Dopo quasi sette anni di blocco contrattuale del pubblico impiego, sulla spinta dell’onda referendaria, il governo si accinge finalmente a rinnovare il contratto a decorrere dal 1.1.2017 mettendo sul piatto un aumento medio di 85 euro lordi cadauno. Si sottolinea come questa volta l’esecutivo è andato oltre la cifra simbolo degli 80 euro, ma confermando che l’unità di misura governativa è ottodecimale.
Data l’esiguità delle somme messe a disposizione è realistico pensare che non ci sarà nessuna una tantum a recupero degli anni andati in bianco ed è giocoforza da parte dei sindacati inghiottire questo limite anche se per riflesso pavloviano parlano di 85 euro come cifra minima e non media.
Nel corso della contrattazione probabilmente si affronteranno anche i problemi relativi alla previdenza, specie quella complementare principalmente per equiparare la tassazione vigente nel settore privato, più favorevole di quella in vigore nel comparto pubblico. Altra misura da adottare per incrementare le adesioni è l’automatic enrolment, l’iscrizione automatica per i nuovi assunti, con diritto di recessione entro tre anni, oltre a nuove misure di incentivazione.
Un punto forte sarebbe quello di poter destinare parte del salario accessorio nel welfare di ente o ministero, quelli che una volta si chiamavano benefici sociali mediante la contrattazione integrativa e che dovrebbero riguardare polizze sanitarie o versamento di quote di salario accessorio alla previdenza complementare.
Queste misure riguardano coloro che sono ancora in servizio e che incrementeranno il loro assegno pensionistico automaticamente per effetto della pensionabilità delle nuovo quote retributive e con l’adesione alla pensione integrativa.
Rimangono esclusi, senza possibilità di recupero alcuno, tutti coloro che sono andati in pensione durante il regime di blocco della contrattazione. Hanno perso quote si salario e relative quote di pensioni, ma non rientrano in nessuna categoria beneficiaria. Esclusi in gran parte dal bonus degli 80 euro perchè la retribusione media è superiore ai 24.000 euro lordi, saranno esclusi anche dalla nuova mancia preelettorale perchè aventi una pensione media superiore ai 1000 euro e soggetti anche per questo al blocco della perequazione autonmatica bnonostante la sentenza della Corte Costituzionale, della quale stranamente nella riforma costituzionale non ne è prevista l’abolizione, visto che si permette di bocciare i provvedimenti del governo ( come è successo sulla riforma della P.A e per questo è stata pubblicamente reguardita)!

Per giustizia ed equità bisogna pensare a costoro che andati in pensione dal 2009 in poi.
Il sistema da adottare è già tracciato dalle leggi che si sono succedute nel tempo.

L’Art. 9 della Legge 3 giugno 1975, n. 160 collegava il trattamento minimo di pensione alle retribuzioni degli operai dell’industria.
Questa norma prevedeva che l’importo mensile del trattamento minimo di pensione, con effetto dal 1° gennaio di ciascun anno, venisse aumentato in misura percentuale pari all’aumento  dei tassi delle retribuzioni minime contrattuali degli operai dell’industria, esclusi gli assegni familiari, calcolato dall’Istituto centrale di statistica. Così è stato fino al 1992.
Con l’art. 11 del DLgs 30 dicembre 1992, n. 503 (riforma Amato), ci fu il primo stop. Esso ha stabilito che gli aumenti a titolo di perequazione automatica delle pensioni  si calcolassero, con decorrenza dal 1994 e con cadenza annuale, sulla base del solo adeguamento al costo vita,   scollegando l’aggancio agli aumenti salariali.
Oltre al “solo adeguamento al costo vita” , il successivo comma 2 dello stesso articolo 11 dispose però che “Ulteriori aumenti possono essere stabiliti con legge finanziaria in relazione all’andamento dell’economia e tenuto conto degli obiettivi rispetto al PIL, sentite le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative sul piano nazionale.”
Proprio in base a quest’ultima previsione normativa, che forse nessuno ricorda, bisogna pensare ai dipendenti  pubblici cessati dal servizio a decorrere dal 1.1.2009, data del blocco contrattuale, con  una riedizione di provvedimenti adottati in passato, cioè  la riliquidazione delle pensioni d’annata con l’integrazione delle pensioni dei dipendenti pubblici  degli stessi aumenti percentuali degli incrementi contrattuali. Bisogna sempre tener presente che la maggior parte di essi, per via dei vari blocchi della perequazione non hanno avuto nessun aumento.
Basta aggiungere figurativamente sulla base pensionabile 1040 euro lordi ( i mitici 80 euro mensili) come fa oggi l’ex INPDAP nella contabilizzazione del tfr/trs e riliquidare la pensione.
Dal 2009 al 2016 ì pensionati complessivi della pubblica amministrazione sono circa 160.000, cioè una goccia d’acqua nel mare magnum dei pensionati totali che sono circa 17milioni.
Quindi l’operazione è fattibile ed avrebbe una connotazione oltre che di equità sociale  anche  redistributiva.

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1 commento Commenta
tbtcot
Scritto il 30 novembre 2016 at 09:49

Che fa mi batte cassa?

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