Rapporto Ocse sui fondi pensione. L’Italia in coda

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Il 5 dicembre mentre noi eravamo alle prese con i risultati del referendum sulla modifica (bocciata) della Costituzione, l’Ocse, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, erede dell’OECE, creata nel 1948 per amministrare il cosiddetto “Piano Marshall” per la ricostruzione postbellica dell’economia europea, che ha l’obiettivo ( disperato) di realizzare  più alti livelli di crescita economica dei paesi aderenti, ha pubblicato un suo studio sui fondi pensione privati.

Il rapporto 2016 dell’ OCSE Pensioni Outlook analizza il cambiamento dei sistemi pensionistici di fronte alle sfide che includono l’invecchiamento della popolazione, le ricadute della crisi economica e finanziaria acuite dall’attuale situazione di bassa crescita economica e conseguente bassa redistribuzione della ricchezza prodotta.

Il rapporto mostra che ci sono 13 paesi Ocse nei quali i patrimoni dei Fondi Pensioni rappresentavano nel 2015 più del 50% del PIL. Nello stesso periodo, il numero dei paesi Ocse dove l’asset nei regimi pensionistici privati rappresentano oltre il 100% del PIL è aumentato da 4 a 7 paesi.
Il potenziamento del ruolo dei regimi pensionistici a capitalizzazione deriva principalmente dai sistemi a contribuzione definita (DC), sistemi in cui c’è un collegamento diretto tra contributi, beni accumulati e prestazioni pensionistiche. Tuttavia, l’Organizzazione per lo sviluppo  avverte che, anche se questi presentano importanti vantaggi, non li esclude da rischi sui risparmi previdenziali (ad es. rischio degli investimento e della longevità. Per combatterli, l’età per la pensione pubblica è stata aumentata notevolmente quasi ovunque. In molti paesi è stata fissata a 67 anni. Altri paesi si sono posti  l’obiettivo di aumentarla sia pure con gradualità verso i 70, tra questi la Repubblica Ceca, Danimarca, Irlanda, Regno Unito e l’Italia. Oltre alle incertezze determinate dall’’invecchiamento della popolazione si sono quelle conseguenti ai cambiamenti del mercato del lavoro. Molti degli attuali pensionati hanno lavorato per la maggior parte della loro vita in occupazioni stabili. Oggi il posto fisso per tutta la vita o anche una carriera ininterrotta non è più la norma. I tassi di disoccupazione, soprattutto tra i più giovani, rimangono molto alti, così come i tassi di disoccupazione di lunga durata tra i lavoratori più anziani. Il calo dei posti di lavoro con contratti a tempo indeterminato e il parallelo aumento dei posti di lavoro temporanei e spesso precari,  riducono la continuità contributiva previdenziale e quindi di pensioni pubbliche adeguate. Da qui la necessità delle pensioni integrative..


Alla luce di questo probabile scenario, alcuni paesi hanno avuto bisogno di rivedere i loro sistemi di tutela per i pensionati che non raggiungono i contribuiti sufficienti  per maturare una pensione minima vitale. La media delle pensioni minime nei paesi dell’Ocse è del 22% del reddito medio, che vanno dal 6% in Corea del Sud al 40% in Nuova Zelanda. In altri paesi, come il Cile,  Messico, Turchia e Stati Uniti, si combinano un alto rischio di povertà a quello di pensioni basse anche se la maggior parte dei paesi hanno indici di perequazione legati all’inflazione, perchè il  valore pensionistico in termini reali diminuisce nel corso del tempo, in quanto i prezzi tendono ad aumentare più dei salari, tranne che nell’attuale fase di stagnazione.
Nella maggior parte dei paesi dell’Ocse, il trattamento di risparmio fiscale  fornisce dei vantaggi complessivi per gli individui che aderiscono alla previdenza complementare, ma la dimensione di questi benefici varia da Stato a Stato. In almeno 20 paesi dell’OCSE, i benefici fiscali, in termini relativi, aumentano con reddito, mentre l’utilizzazione della leva fiscale dovrebbe aiutare a indirizzare verso l’adesione alle persone a basso reddito e prevenire un ulteriore ampliamento delle disuguaglianze al momento del pensionamento.
Sono necessarie politiche  coerenti  di pensionamento   per accogliere e incoraggiare alla previdenza privata, nell’aiutare gli individui a mitigare i rischi di investimento e non condiserare la longevità un rischio ( longevity risk). Tuttavia, con aumentata complessità finanziaria, aumenta la necessità di consulenze finanziarie adeguate e comprensibili. Se questo ci fosse stato, probabilmente molti piccoli investitori italiani avrebbero evitato di sottoscrivere alcuni titoli spazzatura di vari istituti di credito. Bisogna dire che questo non è il caso di fondi pensione dove esistono tutele specifiche ed efficaci  per il risparmio previdenziale. Bisogna tuttavia  produrre una informazione efficace per garantire che i consumatori acquistino prodotti adatti alle loro esigenze. Il rapporto sottolinea inoltre la necessità per il quadro normativo dei fondi pensione deve adeguarsi alle innovazioni intervenute nel settore delle pensioni pubbliche.
Devono essere messe in atto misure per garantire che non vi siano conflitti d’interesse con e fra i consulenti e che consiglieri di amministrazione dei fondi siano adeguatamente qualificati. Scarsa alfabetizzazione finanziaria pone gravi sfide, perché gli individui devono essere sempre più responsabili per gestire il proprio patrimonio previdenziale. Una educazione finanziaria per la pianificazione della propria pensione diventa estremamente indispensabile, mentre informazioni sulle pensioni dovrebbero essere sempre disponibile in maniera comprensibile; dove possibilmente e dovrebbe essere standardizzato (ad es. costi, performance del fondo). Tutte le informazioni per i piani pensionistici individuali dovrebbero comprendere un simulatore al fine di fornire una maggiore comprensione.

In molti paesi inoltre i tassi di sostituzione del settore dei dipendenti pubblici sono 20 punti percentuali più elevati di quelli del settore privato. L’Ocse raccomanda l’adozione di una legislazione  che applica le stesse regole  sia per il settore pubblico che privato perché questo oltre ad eliminare differenze non più giustificabili,  facilita la mobilità del lavoro e aumenta l’efficienza degli uffici pubblici..

Fra i paesi Ocse l’Italia è quello che ha la più alta contribuzione previdenziale obbligatoria con il 33% della retribuzione dei lavoratori dipendenti. Il Rapporto “Pensions Outlook 2016” sottolinea come sia alta soprattutto la contribuzione del datore di lavoro italiano (23,81%) mentre quella del lavoratore (9,19%) è in linea con Germania e Francia. In Francia si paga il 24,89% di contributi sul salario, ma il 10,65% è a carico del lavoratore. In Germania si paga il 19%,diviso equamente (9,5%) tra lavoratore e impresa.

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