A chi compete riformare l’Inps

Scritto il alle 08:43 da [email protected]

cantiereL’Inps è un golem bisognoso urgentemente di un riforma strutturale complessiva, essendosi ormai esaurito, per una molteplicità/complessità di motivi e per l’assunzione di sempre nuovi compiti e categorie iscritte, il tempo dei pannicelli caldi. Altrimenti c’è il rischio che tutto vada in rovina. Molti lo auspicano, ma i più assennati anche se pochi, non gradirebbero.

L’esigenza di ristrutturare tutto, dalla cabina di comando agli addetti che aprono e chiudono le sedi, emerse con forza già l’indomani della soppressione dell’Inpdap.
Fu talmente evidente la necessità dell’adozione di misure urgenti e non differibili che il problema venne immediatamente affrontato e dibattuto in più disparate e competenti sedi. Si era nel 2012: Commissione bicamerale di vigilanza sugli enti di previdenza, organizzazioni sindacali e confindustria, governo nel suo complesso e nei rispettivi dicasteri come il ministero del lavoro, mef, funzione pubblica, nonché la Ragioneria generale dello Stato. Poi la questione si afflosciò ritornando di attualità dopo le dimissioni del presidente Antonio Mastrapasqua ( e siamo già nel 2014). A lui, dimissionato da Enrico Letta, seguirono un paio di commissari fino ad arrivare all’attuale presidente dominus Tito Boeri. Un gran commis atipico, tuttaltro che un silenzioso civil servant che in assenza di paletti ben definiti sulle sue competenze, spazia clome novello Proteo dalle vesti del riformatore a tutto campo al reingnegnerizatore organizzativo, dalla riforma del sistema previdenziale a quello dell’ente di cui era stato chiamato unicamente per amministrare.
Le sue proposte di riforme hanno ovviamente sollevato una alzata di scudi anche da parte del Civ che comunque in questi anni è stato come se non ci fosse e non ha mai prodotto di alcunché di eclatante, tranne quella lodevole attività che in genere viene etichettata come aurea mediocritas.
Recentemente per rendere pubbliche le sue ragioni il presidente Boeri ha reso noto, in una sorta di operazione alla wikileaks uno scambio epistolare non proprio d’amorosi sensi fra il ministero del lavoro, ministero vigilante e lo stesso inps, ente vigilato. A parte lo strappo procedurale in quanto le note pubblicate non si rivolgono urbi ed orbi, ma hanno destinatari ben precisi, con alcune esclusioni che possono sembrare eclatanti, come il Civ dell’Inps: Tutto sommato è un eccesso di trasparenza nel quale i competenti potranno approfondire le ragioni in causa e i meno competenti, gli “orecchianti”, la maggioranza  trarre le loro sommarie conclusioni in favore del dante causa. Sembra di essere tornati al periodo di Mastrapasqua, quando l’Inps divulgava direttamente il numero degli esodati il cui ammontare era enormemente differente da quello invece ipotizzato dall’allora Ministro del lavoro.
Ma il cittadino normale potrebbe chiedersi che male c’è se l’Inps decide da sé come riformarsi. Si risparmia tempo e danaro. Purtroppo finchè vige l’attuale sistema ci sono delle regole da seguire, rectius da ottemperare per essere apodittico, per fare qualsiasi cosa.
Cosa sia l’Inps penso che ognuno di noi grosso modo lo sa. Per impatto economico viene dopo la Cassa Depositi e prestiti e gestisce 23 milioni di assicurati. Solo le spese complessive per il funzionamento dell’Ente, comprese quelle in conto capitale, come si evince dal rapporto 2015, che riporta la ripartizione delle spese per UPB ( unità previsionali di base di ogni singola direzione centrale), sono pari a 3.703,8 mln.

I compiti dell’Inps sono molteplici, fa tutto, dalla liquidazione delle pensioni derivanti da rapporto di lavoro all’accertamento  e liquidazione dell’invalidità di natura assistenziale, gestisce gli ammortizzatori sociali ( disoccupazione, naspi ecc), assegni familiari, riscuote il tfr dei dipendenti di imprese con più di 50 addetti ( fra i migliaia di dati non riesco mai a trovare il flusso che ne indica la destinazione e gli impieghi, eccetera e perfino un “fondino” di previdenza complementare, Fondinps. E’ ovvio che chi ne è presidente tende a sentirsi un dominus.
Ma è altrettanto ovvio che è il potere legislativo che può stabilire poteri , competenze e a chi attribuirli, poi certo spetta alla struttura aziendale decidere se occorrono 3 direzioni centrali o 30.
Partiamo dalla fonte principale, la Costituzione Italiana, confermata a stragrande maggioranza il 4 dicembre scorso. Senza essere pedante, né semplicemente saccente, l’articolo 38 della Costituzione prevede:
“Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
L’assistenza privata è libera. “
Il quarto comma è di chiara e facile interpretazione: E’ lo Stato che istituisce e organizza gli enti di previdenza o si impiccia di quelli esistenti. Tanto è vero che la legge sul parastato, la legge 88/1989 disegnò completamente la struttura degli enti pubblici non economici, il decreto legislativo n. 479 del 1994 apportò una successiva modifica con ahimè, l’introduzione del sistema duale. Nel 2012, dopo la soppressione dell’Inpdap il governo decise di ristrutturare tutto daccapo per adeguare l’Inps alla nuova mega realtà.Il Ministro del Lavoro con Decreto del 23 maggio 2012 costituì un gruppo di lavoro composto dal Presidente di Sezione della Corte dei Conti Bruno Bove, dal Presidente di Sezione del Consiglio di Stato Carmine Volpe e coordinato dal Professor Giovanni Valotti dell’Università Bocconi, con lo scopo di definire linee di intervento per la riforma della governance degli Enti previdenziali e assicurativi pubblici, specificatamente INPS e INAIL che terminò i lavori entro i 6 mesi previsti, anche perché la partecipazione era a titolo gratuito. Confermato il modello duale, la governance degli Enti si dovrebbe ispirarsi ai seguenti criteri:
• definizione di un’adeguata distribuzione dei poteri e delle competenze spettanti agli organi istituzionali nei processi decisionali
• rafforzamento delle funzioni di indirizzo e controllo dei Ministeri vigilanti nella direzione di
assicurare elevati livelli di qualità secondo logiche delle moderne aziende di servizi..
La Commissione Valotti rilevò con molta chiarezza i nodi critici in essere. Il primo aspetto  fu la complessità, a volte contraddittorietà, del quadro normativo di riferimento. La combinazione di provvedimenti normativi successivi,  hanno a loro volta trovato in completi o parziali accoglimento nell’ambito dei regolamenti (in particolare di organizzazione e di amministrazione e contabilità) degli Enti.
In secondo luogo,  l’introduzione del modello duale non è stato accompagnato da una chiara e completa  distinzione tra le funzioni di indirizzo e vigilanza, amministrazione e gestione, generando spesso occasioni di potenziale o effettiva contrapposizione tra organi.
Un nodo rilevante è rappresentato dal tema dell’effettività e del bilanciamento dei poteri. L’abolizione dei Consigli di Amministrazione e l’assunzione delle funzioni degli stessi da
parte del Presidente, ha indubbiamente comportato un accresciuto rilievo e grado di responsabilità in capo a questi. Il passaggio, tuttavia, non è stato accompagnato da una revisione complessiva
di bilanciamento dei poteri ed ha i creato una serie di difficoltà nel sistema di relazione tra i diversi organi. Con la soppressione dei Consigli di Amministrazione si voleva privilegiare la velocità decisionale e il contenimento complessivo dei costi ma ha prodotto inevitabilmente un accentramento di potere in capo ad una sola persona. Che è quello che si sta verificando nella attuale situazione dove il presidente dell’ente si sente così forte, aiutato da un quadro politico debole, da rintuzzare pubblicamente, torto o sbagliato che sia, il suo “custode”. A questo si aggiungano le funzioni di vigilanza dei Ministeri del Lavoro e dell’Economia, oltre che del Ministero della Funzione Pubblica per le questioni relative al personale, non sempre in sintonia fra di loro.

Occorrerebbe una presa di posizione chiara da parte dell’esecutivo o del Parlamento. Ma non sembra che i tempi siano maturi e a questo punto un ente così complesso e vitale per la vita di milioni di lavoratori non può essere lasciato in una morta gora.

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