Le pensioni non affondano i conti pubblici

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brambiIeri Itinerari Previdenziali coordinato dal prof Alberto Brambilla, ha presentato alla Camera dei Deputati il 4° Rapporto su “Il bilancio del sistema previdenziale italiano. Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza”.

Il Rapporto rappresenta l’ideale continuazione delle pubblicazioni realizzate dal Nucleo di Valutazione della Spesa Previdenziale fino al 2012, anno in cui il Nucleo ha cessato la sua attività. Il documento, oggi curato da Itinerari Previdenziali, fornisce sia una visione d’insieme del complesso sistema previdenziale del nostro Paese sia una riclassificazione della spesa inserita nel più ampio bilancio dello Stato.

In questo Rapporto sono stati esaminati i bilanci pensionistici del “sistema INPS” e delle Casse privatizzate che assieme rappresentano la totalità del sistema; è stata poi analizzata e riclassificata la componente assistenziale e per la prima volta, nel Rapporto, sono stati esaminati il bilancio INAIL e quello sanitario. In base a questi dati è sembrato utile fornire un quadro aggregato della spesa per welfare (inteso come benessere sociale), inserendola in modo “riclassificato” per singola “funzione” nel bilancio Statale: un’aggregazione sintetica non disponibile nei documenti ufficiali. Si è ottenuto un primo bilancio con entrate contributive e fiscali e uscite per prestazioni. dal bilancio riclassificato: la spesa per prestazioni sociali nel 2015, l’ultima disponibile, ammonta a 447,369 miliardi di euro, con un incremento dello 0,65% sull’anno precedente mentre la spesa totale è aumentata del solo 0,11%; rispetto al 2012. L’aumento è del 2,6% mentre nello stesso periodo il PIL è cresciuto soltanto dello 0,009%.
La spesa per prestazioni sociali incide per il 54,13% sull’intera spesa pubblica comprensiva degli interessi sul debito pubblico che nel 2015 è stata pari a 826,429 miliardi, (il 59% al netto degli interessi); tale incidenza, rispetto al PIL si attesta al 27,34% circa cioè uno dei livelli più elevati dell’Europa a 27 Paesi. Un freno che  limita gli investimenti pubblici in tecnologia, ricerca e sviluppo, unica via per garantire la competitività del Paese e un futuro più favorevole per le giovani generazioni già gravate da un abnorme debito pubblico.
Una siffatta situazione è poco sostenibile nel medio termine anche perché a guardare le dichiarazioni IRPEF degli italiani vien da pensare anzitutto che non siamo un Paese appartenente al G7 ma un paese in fase di sviluppo e soprattutto che finanziare il nostro welfare potrebbe essere sempre più difficile in futuro. Infatti analizzando le dichiarazioni per scaglioni di reddito, emerge che il 25% circa dei cittadini paga un’IRPEF media (addizionali comprese) di 54 euro l’anno mentre il 46% paga un’imposta media di 305 euro l’anno escludendo l’effetto “bonus 80 euro”. Considerando che la spesa sanitaria pro capite è ammontata per il 2014 a 1.850 euro (fonte Agenas), solo per garantire la sanità a questi 28 milioni (quasi la metà) di cittadini italiani, occorrerà reperire 43,3 miliardi.
Poi c’è tutto il resto: scuola, sicurezza, strade, funzionamento della macchina pubblica e così via. Dei 60.795.612 cittadini residenti al 31/12/2014 (12.994 in più rispetto al 2013) quelli che hanno presentato la dichiarazione dei redditi sono 40.716.548 (273.019 in meno rispetto al 2013 e 697.606 in meno sul 2012); di questi quelli che pagano almeno un euro di tasse sono solo 30,7 milioni.

I lavoratori autonomi; se ne stimano (Istat e Censis) sono circa 7,5 milioni ma i dichiaranti sono 5,457 milioni di cui i versanti con redditi positivi solo 2,8 milioni. Il primo gruppo di lavoratori autonomi (pari al 77% del totale), dichiara redditi tra 3.500 e 11.000 euro lordi l’anno e paga un’IRPEF media di circa 200 euro l’anno. Il successivo 15,90% di autonomi con redditi tra i 15 e i 35.000 euro, paga un’IRPEF media di circa 1.500 euro, insufficiente per coprire i costi della sola sanità. In pratica solo il 6,45% degli autonomi (351 mila) paga imposte sufficienti mentre il restante 93,55% (non considerando i quasi 2 milioni che non risultano al fisco) è a carico di altri lavoratori. Il totale IRPEF pagata da questi lavoratori è pari a 9,6 miliardi cioè il 5,7% del totale.
I pensionati pagano 58,581 miliardi di IRPEF (il 35% del totale Italia); i dichiaranti sono 14,799 milioni (meno dei 16,259 milioni censiti da INPS) di cui i versanti positivi sono 11,449 milioni. Il 46,1% (circa 7 milioni di pensionati), pagano un’IRPEF media di circa 350 euro l’anno.
La grande evasione fiscale e contributiva alimenta la crescita del debito pubblico. Si ricorda en passant che i lavoratori dipendenti ed i pensionati poichè hanno la trattenuta alla fonte non possono evadere.
Il debito pubblico è uno, se non il principale, dei problemi del nostro Paese e che nel settembre del 2016 ha toccato la stratosferica cifra di 2.252 miliardi di euro (dato Bankitalia 15/9/16).
Esso ci costa mediamente ogni anno circa 70 miliardi di euro di interessi pari al 4,5% del PIL; e ci va bene che i tassi continuino a restare bassi poiché, in caso di aumento, per noi sarebbero davvero problemi seri.  Questi soldi sono sottratti agli investimenti, allo sviluppo, al finanziamento della ricerca, alla creazione di brevetti; in una parola al futuro e ai giovani che lo impersonano. E’ inutile poi stracciarsi le vesti se centinaia di giovani vanno all’estero perché da noi le occasioni di lavoro, di ricerca di sviluppo sono modeste. Si parla di “generazione perduta”, forse è una definizione un poco esagerata (le cose non erano rosee neppure nel periodo post bellico con una quantità enorme di lavoro irregolare) ma c’era fiducia, dinamismo…
La spesa per pensioni di natura previdenziale nel 2015 ha raggiunto 217.895 milioni di euro mentre le entrate contributive sono state pari a 191.333 milioni di euro per un saldo negativo di 26.565 milioni.
Poiché è opinione diffusa che la spesa per pensioni sia troppo alta, è utile qui calcolare la “spesa pensionistica previdenziale” cioè quella supportata da contributi realmente versati. Il procedimento è semplice: alle entrate contributive totali sottraiamo la quota GIAS (prestazioni assistenziali non contributive) a carico dello Stato ottenendo così il totale delle entrate da contribuzione effettiva di lavoratori e datori di lavoro (172.214 milioni); parallelamente alla spesa pensionistica totale sottraiamo le imposte che lo Stato incassa direttamente e che quindi sono semplicemente una “partita contabile di giro” e quindi una “non spesa” riducendo così la spesa pensionistica a 168.501 milioni. A questa cifra, se separassimo davvero l’assistenza dalla previdenza, dovremmo sottrarre anche l’importo delle integrazioni al minimo che essendo dipendenti dal reddito e non dal sistema di contribuzione (nella spesa per funzioni Eurostat dovrebbero stare tra il sostegno alla famiglia e l’esclusione sociale), non dovrebbero gravare sulla spesa per pensioni previdenziali che si attesterebbe quindi a 159.164 milioni. Paradossalmente, nello stesso giorno in cui la Corte dei Conti denuncia un profondo rosso dell’Inps, secondo il rapporto di Itinerari Previdenziali, trascurando le integrazioni al minimo scopriamo tuttavia che il bilancio previdenziale è in attivo  di 3,713 miliardi (il 2,2% del monte spesa pensionistica) a dimostrazione del fatto che il nostro sistema grazie alle numerose riforme che si sono susseguite nel corso degli ultimi anni è stato stabilizzato.

Ciò dovrebbe indurre a maggiore prudenza nel proporre tagli alle pensioni, deindicizzazioni varie e contributi di solidarietà che non fanno bene al sistema.

Camillo Linguella

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