Un nuovo ruolo per Assofondipensione

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Lo scorso dicembre 2016 sono stati rinnovati gli organismi di Assofondipensione, l’associazione dei fondi pensione negoziali costituita nel 2003 per iniziativa di Confindustria, Confcommercio, Confservizi, Confcooperative, Legacoop, AGCI e CGIL, CISL, UIL e UGL.  Oggi l’associazione è una delle realtà più importanti nel settore della previdenza complementare, con 32 Fondi associati, cui sono iscritti oltre 2 milioni di lavoratori dipendenti.
Giovanni Maggi, socio e consigliere delegato della holding di famiglia Maggi Group Spa, già presidente di Confindustria Lecco e Sondrio, è stato nominato nuovo Presidente. «Il nuovo consiglioha dichiarato il neo presidente subito dopo la nomina – sarà impegnato a portare avanti con rinnovato slancio e vigore le attività dell’Associazione in vista delle sfide che attendono il secondo pilastro previdenziale, anche sulla base delle novità normative recate dalla Legge di Bilancio 2017 e dai provvedimenti di prossima emanazione come il DDL Concorrenza. Temi di notevole rilevanza saranno la crescita dimensionale dei fondi (in termini di iscritti e quindi di patrimoni gestiti), nonché la diversificazione delle loro scelte di portafoglio, anche al fine di contribuire al sostegno dell’economia reale del Paese».

Oltre a Maggi, sono state rinnovate anche le altre cariche statuarie di Assofondipensione: Vicepresidente è Roberto Ghiselli, della CGIL; Segretario Maurizio Agazzi, Direttore Generale del Fondo Pensione Cometa; Coordinatore del Comitato Tecnico, Fabio Porcelli della UIL.
Questa la parte diciamo così burocratica-procedurale. In realtà sbirciando le cose  un po’ dietro le quinte, si scopre che l’Associazione non sembra godere di migliore salute e se il termine non fosse in qualche modo desueto o nefasto, essa è da rifondare. Non sono mancate infatti nel suo commiato del precedente presidente Michele Tronconi alcune precisazioni che in effetti sono stati sassolini tolti dalle scarpe.
Per valutare l’attuale impostazione dell’associazione, occorre rimuovere i difetti congeniti e definire bene gli scopi anche se l’associazione nel suo complesso non è stata mai inattiva.
Il 2015 per esempio è stato dato vita a un’importante iniziativa d’informazione a favore delle adesioni ai Fondi Pensione Negoziali, con lo slogan “InFondo conviene”, per far fronte al rischio, rivelatosi fortunatamente un flop governativo, che il tfr si riversasse in grande quantità in busta paga. Un’iniziativa coordinata e sviluppata dall’associazione che ha avuto un solo precedente nel 2008; quello per la selezione delle compagnie con cui stipulare una “Convenzione per il pagamento delle rendite”. L’anno scorso si è caratterizzato anche per l’intensa attività di contrasto all’ipotesi di portabilità del contributo datoriale contenuta nel Ddl Concorrenza che dovrebbe essere approvato forse fra aprile/maggio prossimo. Per evitare la portabilità selvaggia a danno dei fondi negoziali, fu fatta un’audizione presso la Commissione bicamerale di vigilanza sugli enti di previdenza; un’ occasione importante per rimarcare la necessità della previdenza di secondo pilastro, organizzata e gestita dalle parti sociali secondo i principi di sussidiarietà. I fondi negoziali non hanno scopo di lucro ed i”guadagni” vanno tutti a favore degli aderenti, mentre le Banche e le Assicurazioni legittimamente hanno come finalità imprenditoriale, il lucro.
Secondo il presidente uscente Michele Tronconi, Il 2015, tuttavia, è stato  l’anno in cui non si è riusciti a discutere le necessarie modifiche allo Statuto; e durante il quale sono emerse le divergenze su come investire le risorse nell’economia reale.
Assofondipensione non è ancora una vera associazione, manca ‘il senso del noi’, il senso dell’intenzionalità condivisa. Non è l’Adepp in sostanza, anche sull’Adepp non sono tutte rose e fiori. In una fase in cui si discuteva della necessità di far evolvere il sistema della tassazione verso la logica EET( esenzione dei contributi, esenzione dei rendimenti, tassazione delle prestazioni), prevalente nei Paesi OCSE, la tassazione sui rendimenti è stata innalzata di ben nove punti, applicandola al maturato invece che sull’incassato. Un provvedimento per far cassa che ha riecheggiato come uno schiaffo alla collaborazione tra le parti sociali, visto che lo si è voluto rendere efficace, addirittura, con effetto retroattivo.
Il ‘progetto finanza’, predisposto dalla addirittura dalla consiliatura precedente non è mai partito.
Tale questione ha messo in evidenza lo stallo creato dall’esigenza di unanimità, che si è dimostrata impossibile da raggiungere.
L’unanimità è un principio che nasce dalla diffidenza. È evidente, in questo caso, che l’associazione sarebbe del tutto inutile perché si ridurrebbe – come in parte si è ridotta – a un presidio meramente simbolico della materia. Come a ricordare che le parti sociali siano state protagoniste dell’avvio al secondo pilastro, ma non siano più capaci, insieme, di rilanciarlo.
Se Assofondipensione deve continuare, deve servire. E per far ciò deve cambiare, facendo tesoro degli errori d’impostazione che impediscono la sua utilità effettiva. A partire dal principio di unanimità, a cui si aggiunge l’errata interpretazione della ‘bilateralità’. Non ha alcun senso, infatti, continuare a distinguere due fronti – da una parte quello datoriale, dall’altra quello sindacale – per poi ritrovarsi seduti su di uno sgabello a quattro gambe, che oltretutto traballa, nei momenti di disaccordo tra le sigle sindacali. La gestione finanziaria delle risorse, come tutti sappiamo, viene sostanzialmente appaltata tramite appositi bandi di gara ripartiti sui vari profili di rischio selezionati dagli aderenti. Questo fa sì che gli errori di gestione siano limitati e che la struttura dei controlli, a favore della trasparenza e quindi degli aderenti, risulti quasi ridondante. Sulla previdenza complementare, infatti, insiste il controllo della Covip, mentre sulle SGR, cui affidiamo la gestione, interviene la Consob mentre la Banca d’Italia sorveglia le Banche depositarie. Questo ‘tris’ di controlli, oltre al fatto che in più di 15 anni non vi sia stato alcuno scandalo, dovrebbe rassicurare i futuri pensionati che ci affidano il loro Tfr maturando.
La confusione tra secondo e terzo pilastro offusca i benefici specifici dell’approccio collettivo alla formazione del risparmio previdenziale. Per un lavoratore che accumulasse gradualmente un risparmio tra i 30 e i 50 mila euro da convertire in rendita pensionistica, il ricorso al Fondo Pensione Negoziale è l’unico modo per beneficiarne in pensione.
Il beneficio connesso alla diversificazione di portafoglio potrebbe essere parimenti ottenuto attraverso l’accumulo di quote di Fondi Comuni, ma in questo caso verrebbe meno la capacità di presidio sulla gestione di questi Fondi, assicurata dai nostri consigli di amministrazione, con la possibilità di passare dall’uno all’altro e, soprattutto, verrebbe meno il beneficio in termini di commissioni. È qui che sta la vera valenza dell’approccio collettivo, dove il Fondo Pensione Negoziale opera quasi fosse un consorzio di acquisto; una cosa è trattare individualmente la gestione di un giardinetto, come si diceva in terminologia bancaria, di 30 o 50 mila euro, tutt’altra cosa è mettere all’asta la gestione di mezzo miliardo di euro. È ovvio che in questi casi le commissioni vengano negoziate verso il basso e il beneficio sia poi retrocesso ai singoli aderenti.

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